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di Anna Toro – Giovedì, 26 Gennaio 2012 Unimondo

La dignità dei rom – foto: Amnesty Italia

La dignità dei rom – foto: Amnesty Italia

“Un giorno ci hanno dato l’invito per presentarci alla Questura, a febbraio 2010. Sono venuti gli autobus dell’Atac a prenderci e ci hanno portato all’Ufficio Immigrazione nello sportello per gli zingari. Sono entrato dentro, mi hanno fatto le fotografie, mi hanno preso le impronte digitali. Dovevo farlo per forza, sennò non entravo nel campo”.

A parlare è M. T. 15 anni, rom con cittadinanza bosniaca residente nel campo nomadi formale di Camping River, Roma. La sua è una delle testimonianze che aprono il Memorandum per il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale dell’Onu, redatto dall’associazione 21 Luglio, onlus impegnata nella difesa dei diritti dell’infanzia.

Il Memorandum denuncia un fatto fino a poco tempo fa sconosciuto alla cittadinanza: la schedatura, tra il 2009 e il 2010, di circa 5000 persone di etnia rom e sinti, tutti residenti nei sette campi “attrezzati” della Capitale. Per 21 Luglio, infatti, si tratta di un’identificazione “fatta solo sulla base dell’etnia” e alla quale non sono sfuggiti i minorenni e i bambini anche molto piccoli, in spregio ai trattati internazionali e alle convenzioni dei diritti per l’infanzia. E anche se la Questura nega, il sospetto dell’associazione è che negli uffici comunali si sia creato un vero e proprio database su base etnica.

Bambini schedati e altre irregolarità. La procedura era questa: gli autobus dell’Atac (l’azienda di trasporto pubblico comunale) passavano a prendere le famiglie di rom e sinti in attesa fuori dai campi. Una volta arrivati in Questura, i gruppi venivano messi in coda di fronte a un ufficio apposito, con tanto di cartello recante la dicitura “Sportello Nomadi – No asilo politico”. Dopodiché venivano chiamati ad uno ad uno e identificati secondo dei criteri ben precisi: a ognuno venivano infatti chiesti i documenti, veniva poi misurata l’altezza e fatta la foto, fronte e profilo, e poi quella insieme alla famiglia; quindi si passava alle impronte digitali e alle domande, comprese quelle sui precedenti penali. Testimonianze parlano di registrazione di tatuaggi, e di impronte prese a un ragazzo disabile e perfino a un bambino di 6 anni. “I rom non erano obbligati ad andare in Questura a farsi schedare – spiega Andrea Anzaldi, ricercatore di 21 Luglio e coautore del Memorandum – ma in un certo modo si sentivano costretti: gli addetti del Comune, infatti, dicevano loro che senza l’identificazione non sarebbero potuti poi entrare nei campi attrezzati”.

“L’attività di prefettura e questura è stata corretta” ha risposto piccato il dirigente dell’Ufficio immigrazione Maurizio Improta. Tra le motivazioni addotte per l’operazione c’era anche quella di garantire finalmente uno status giuridico e un permesso di soggiorno a chi non lo aveva. Peccato che su 5000 persone censite, solo 119 abbiano ottenuto permessi di soggiorno per motivi umanitari. “Molti rom sono apolidi e sprovvisti di passaporto, e proprio il passaporto era una delle condizioni per poter avere cittadinanza e permesso di soggiorno” precisa 21 luglio.

Una pratica non nuova. Se la Questura nega con forza che ci sia stata discriminazione razziale, il presidente di 21 Luglio Carlo Stassola si chiede: “E se ci fosse stato scritto Sportello ebrei cosa sarebbe successo?” La provocazione è forte, ma alcune preoccupazioni hanno un fondamento. Basta tornare direttamente al 2007-2008, quando il ministro Maroni, nell’ambito dei Patti per la sicurezza sottoscritti con diverse città italiane e dei vari Pacchetti Sicurezza, fece proprio la proposta di prendere le impronte digitali anche ai bambini rom (“per tutelare i loro diritti” aveva detto). L’idea aveva suscitato una fortissima indignazione da parte di politici e associazioni, ed era stata poi bocciata senza appello dal Parlamento europeo il 10 luglio 2008. Poi è arrivata l’emergenza, parola magica che tutto giustifica, e con essa la creazione dei prefetti-commissari e dei vari “Piani nomadi”. Così, una procedura su cui un tempo c’era stata un’imponente levata di scudi in modo quasi trasversale, stavolta è passata quasi sotto silenzio. E non si tratta di un caso isolato.

C’è Milano, per esempio, dove il giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti l’anno scorso aveva denunciato i moduli di identificazione in dotazione della polizia in caso di reato. In cui uno dei campi da riempire era proprio quello del gruppo etnico di appartenenza. Per gli italiani, veniva scritta la formula generica: “Europeo mediterraneo”. Soltanto per i rom, che fossero nomadi o stanziali, italiani o stranieri, veniva precisato il gruppo etnico: “rom”. Senza contare che spesso i poliziotti lo scrivevano anche se il cittadino era solo rumeno riempiendo così il database della Polizia di rom autori di reato, ma che rom non sono.

Tornando a Roma, come dimenticare poi quel modulo, distribuito nel 2010 da Trenitalia ai controllori e ai capotreni per segnalare “eventuali passeggeri di etnia rom” che salivano e scendevano dal treno alla fermata di Salone (situata nei pressi di un enorme campo nomadi), tra Roma Tiburtina e Avezzano? Si trattava anche stavolta di un modulo prestampato in cui, tra i campi da riempire, c’era anche quello che chiedeva di indicare l’appartenenza all’etnia rom, senza peraltro menzionare se fossero passeggeri sprovvisti di biglietto o molesti. La protesta scandalizzata di capotreni e controllori aveva portato al ritiro immediato dei moduli, ma anche quest’episodio è indicatore di come l’idea di una schedatura sistematica dei rom sia sempre contemplata, più o meno velatamente e sempre nel nome della sicurezza, da istituzioni e governi.

“Questo perchè la politica sulle popolazioni rom e sinti in Italia è sempre la stessa – commenta ancora Carlo Stassola – Ci si lamenta dei rom che vivono nei campi, con pregiudizi e stereotipi veicolati anche e soprattutto dai media. Eppure, anche per opportunità politica, non si vuole pensare a una seria politica abitativa che contempli il superamento dei campi e che rinunci all’emergenza rom”. Emergenza tra l’altro dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato nel novembre del 2011. Il motivo? In Italia non ci sarebbero situazioni di allarme sociale concrete tali da giustificarla.

di Anna Toro – Mercoledì, 18 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Donna.tuttogratis.it

Foto: Donna.tuttogratis.it

Si chiama Al Capone, occhi e riccioli neri, lo sguardo un po’ timido, bellissimo. Ha trascorso quasi tutta la sua vita dietro le sbarre, ma diversamente dal gangster italo-americano, è solo un bambino di 3 anni: sta scontando la pena insieme alla madre detenuta nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, ed è uno dei piccoli che compaiono nel documentario girato dalla giornalista del Manifesto Luisa Betti, dal titolo “Il carcere sotto i tre anni di vita”. Il video è stato proiettato sabato a Roma al Museo Storico della Liberazione, nell’ambito di un percorso di iniziative e incontri sul tema organizzato dal Museo e coadiuvato da associazioni come Madri per Roma Città Aperta e la Casa delle Donne.

La situazione del piccolo Al Capone è la stessa di altri 70 bambini sparsi per le carceri della Penisola. La legge italiana, infatti, permette ai piccoli da 0 ai 3 anni di stare “dentro” insieme alle loro madri autrici di reato. Allo scadere dei 3 anni, i piccoli vengono mandati fuori, da parenti se li hanno, o in case famiglia, a volte in affidamento o adozione, con tutti i traumi e le tragedie che ne conseguono. “Queste donne sono spesso considerate delle cattive madri – spiega Luisa Betti – incapaci di portare avanti il proprio ruolo. Senza contare che l’attenzione di istituzioni e società sui motivi che le portano in carcere, così come l’attenzione sull’impatto che il carcere ha sulla loro vita e su quella dei loro figli dentro e fuori, è sempre stata molto scarsa”.

Marginalità sociale e infanzia segnata. Oggi in Italia le donne che vivono coi i propri bambini in carcere sono poco più di 60, su un totale di circa 2600 donne detenute (il 4% dei ristretti in generale). Sei sono le carceri interamente femminili in Italia, e solo sedici gli asili nido funzionanti. Al Capone, Rambo, Armani, sono i nomi suggestivi (talvolta discutibili) che queste mamme scelgono per i propri figli, forse sperando per loro un avvenire “brillante”, di certo diverso dal proprio. Sono infatti donne che vengono per lo più da contesti di marginalità sociale: madri single con bassa scolarizzazione, disoccupate per lunghi periodi, straniere, prostitute, tossicodipendenti, rom, immigrate clandestine, spesso con figli avuti in giovanissima età. Secondo diversi studi condotti sulle donne detenute in Europa e in Italia, la tipologia di reato più frequente in questa categoria sono violazioni delle leggi sulle droghe e reati contro il patrimonio. Perciò queste donne vanno in carcere perlopiù per brevi periodi (il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio), che si allungano all’accumularsi delle recidive, piuttosto frequenti.

Secondo Silvia Girotti dell’Avoc (Associazione Volontari Carcere), “la maternità in carcere è una maternità interrotta”, così l’infanzia dei bambini da 0 ai 3 anni è segnata per sempre. Diversi studi hanno infatti riscontrato effetti negativi determinati dalla struttura penitenziaria anche in bambini così piccoli: molti, vivendo un rapporto simbiotico con la madre, sviluppano un attaccamento insicuro e mostrano difficoltà anche in brevi separazioni da lei; hanno comportamenti di forte protesta e autolesionistici, come sbattere la testa, o graffiarsi; si sono notate anche difficoltà nell’alimentazione e nel ritmo sonno-veglia, oltre a uno sviluppo cognitivo e linguistico ritardato a causa degli scarsi stimoli: i bambini imparano poche parole (di cui le prime sono spesso “agente” e “apri”), prediligono una comunicazione gestuale, usano poco la fantasia e utilizzano giochi ripetitivi come aprire e chiudere le porte quando possono farlo (infatti imparano che devono aspettare che l’agente apra) e giocano con le chiavi, con un richiamo evidente alla realtà carceraria. Per quanto riguarda le madri, c’è il terrore dell’allontanamento forzato dal piccolo al compimento dei tre anni, e l’angoscia di non poter accudire i figli che sono fuori e di perdere il rapporto con loro.

Limiti e falle della nuova legge. Un cambio di rotta nella legislazione potrebbe fare molto per migliorare la situazione. “Un anno fa si è discussa una nuova legge sulle detenute madri, che entrerà in vigore dal 2014, ma è cambiato ben poco – spiega Luisa Betti – Il limite dell’età del bambino è stato alzato ai 6 anni, ma il problema delle recidive e delle donne senza fissa dimora resta. Inoltre la madre non può nemmeno accompagnare, se non a discrezione del giudice di sorveglianza, il figlio in ospedale o a una visita specialistica, e tanto meno assisterlo”.

All’inizio la legge era di ben altro calibro, ma nel passaggio dalla Camera al Senato è stata in gran parte snaturata. “L’onorevole radicale Rita Bernardini – continua la giornalista – ha spiegato che questo svuotamento degli intenti originari è stato il frutto di un accordo bipartisan per accontentare la Lega che aveva insistito per la sicurezza”. Lo spiega bene Eugenia Fiorillo, educatrice nel Carcere femminile di Rebibbia, quando nel documentario di Luisa Betti afferma: “In questo caso al centro sta sempre l’adulto, non il minore. E la legge pensa solo alla salvaguardia della società, non del rapporto madre-figlio”.

Prossimi obiettivi. “Sul destino della detenuta e di suo figlio decide sempre il magistrato di sorveglianza, a sua discrezione – puntualizza Francesca Koch, presidentessa della Casa delle Donne –. Permessi, detenzione domiciliare, revoca delle misure, tutto. Anche se recentemente si è riusciti ad ottenere che, per le visite di emergenza ai figli in ospedale, ora vale anche la decisione della direttrice dell’istituto”. Piccole e grandi vittorie conquistate, ricordano al Museo della Liberazione, anche grazie all’incessante lavoro della combattente per i diritti civili Leda Colombini, deceduta per un malore lo scorso dicembre a 82 anni, proprio mentre svolgeva la sua quotidiana opera di volontariato al carcere di Regina Coeli di Roma.

“Il bambino non deve stare in carcere, non può pagare per la pericolosità sociale” spiegano le associazioni, che hanno preparato una lettera da inviare al Ministro dell’Interno e a quello della Giustizia. “Abbiamo un po’ di speranza, non solo perchè sono due donne, ma perchè ci sono stati segnali positivi: la Cancellieri ad esempio, ha fatto uscire Adama dal Cie, la Severino non si è pronunciata contro l’amnistia e vorrebbe spingere verso un maggiore utilizzo delle misure alternative”. Un altro obiettivo è la creazione di un Icam (Istituti Custodia Attenuata per Madri) anche a Roma. “Per ora in Italia ne esiste solo uno, a Milano – spiegano le associazioni – e allora noi chiediamo: perchè non spostare un po’ di fondi per l’edilizia penitenziaria verso gli Icam? Anche se – aggiungono infine – senza una modifica del regolamento penitenziario, qualsiasi abbellimento delle strutture di detenzione sarà comunque inutile”.

di Anna Toro – Giovedì, 12 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Slotmachines.org

Foto: Slotmachines.org

Omissioni, bugie, compromessi, prestiti, abbandoni, violenza: di questo è fatta la vita del giocatore d’azzardo quando il gioco pian piano si trasforma in dipendenza compulsiva, e quindi in patologia. Una patologia che in Italia si sta espandendo a macchia d’olio, con 800mila persone dipendenti e 2 milioni a rischio. “Un danno sociale, ma anche umano” ha commentato il fondatore di Libera Don Luigi Ciotti che oggi a Roma ha presentato il dossier dal titolo “Azzardopoli, il paese del gioco d’azzardo, dove quando il gioco si fa duro, le mafie iniziano a giocare”.

Con circa 1.260 euro di spesa pro capite nel 2011 e un fatturato legale stimato a 76,1 miliardi di euro, il gioco d’azzardo è infatti la “terza impresa” italiana, l’unica con bilancio sempre in attivo e che non risente della crisi che sta attanagliando il paese. Al contrario, si tratta di un’impresa che nella crisi ci sguazza, creando la falsa illusione della vincita facile con cui sempre più italiani sperano di uscire dal disagio e dalla precarietà economica.

Come agiscono i clan. Libera spiega bene come il gioco d’azzardo in Italia viaggi su un doppio binario: quello legale, gestito dallo Stato, e quello illegale, affare della criminalità organizzata, che fa lievitare il fatturato da 76 fino a quasi 100 miliardi. Basti pensare che sono ben 41 i clan che gestiscono l’affare giochi, dal nord al sud lungo tutta la Penisola: Santapaola, Schiavone, Casalesi, Lo Piccolo, Mancuso, Mallardo, Bidognetti, solo per fare alcuni nomi purtroppo tra i più noti. Agiscono nelle forme più svariate: impongono ai gestori dei bar il noleggio di macchinette e videogiochi, gestiscono banche clandestine così come i giri di scommesse a tutti i livelli (il grande mondo del calcio scommesse, ad esempio, è un mercato che da solo vale oltre 2,5 miliardi di euro), arrivano addirittura ad acquistare biglietti vincenti di Lotto, Superenalotto e Gratta e vinci. Quest’ultima pratica ha uno scopo ben preciso: comprando da normali giocatori i biglietti vincenti, con un sovrapprezzo che va dal 5 al 10%, i clan riciclano in modo “pulito” il denaro sporco, giustificando così l’acquisto di beni e attività commerciali ed eludendo i sequestri.

“Oltre il 50% del guadagno del gioco d’azzardo viene dalle macchinette poste nei bar e nelle sale da gioco, per questo la criminalità organizzata sta investendo sempre di più in questo settore” ha spiegato il sostituto procuratore della Dda, Diana De Martino, che ha parlato di una vera e propria invasione di slot machines nelle città italiane: circa 400mila, in pratica una ogni 150 abitanti. Il primato va a Roma, con 294 sale e più di 50mila slot distribuite tra comune e provincia. Ma come fanno i clan a lucrarci così tanto? In Italia il comparto legale del gioco è affidato a 10 concessionarie, ognuna con la propria rete telematica, grazie alla quale lo Stato dovrebbe poter controllare le giocate e applicare la tassa prevista del 12%. Succede però che la criminalità organizzata manomette queste macchinette scollegandole dal monopolio, così la tassa del 12% non va più allo Stato e i guadagni dei clan si impennano.

“E’ la nuova frontiera della criminalità organizzata – continua De Martino – i rischi e le sanzioni sono contenuti, e si hanno guadagni enormi, tanto che i clan destinano buona parte dei proventi del gioco d’azzardo al mantenimento delle famiglie dei detenuti”. E’ così che la mafia è diventata “l’undicesima concessionaria occulta del Monopolio”. Non che non si sia tentato di arginare il fenomeno: nel 2010 dieci procure della Repubblica che nell’ultimo anno hanno effettuato indagini sul fenomeno in 22 città con operazioni delle forze di polizia che hanno portato ad arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata.

“Malattia sociale ed economica, serve una legge quadro”. Secondo Libera, però, le operazioni di polizia non bastano contro questa piaga sociale. “Bisognerebbe applicare – ha detto Don Luigi Ciotti – le direttive dell’Oms che affermano che la dipendenza da gioco è una malattia sociale e predisporre così le cure per tutti. Per il momento, invece, tutto sta all’iniziativa di alcune Asl e di qualche associazione di volontariato”. Libera sollecita così un maggiore impegno da parte delle istituzioni, e auspica una legge quadro sul gioco d’azzardo che serva contemporaneamente a prevenire la dipendenza dal gioco d’azzardo e le infiltrazioni mafiose in questo lucroso settore, arrivando anche alla previsione del “delitto di gioco d’azzardo” in un ottica “non proibizionista” e “senza voler colpevolizzare nessuno”.

“Il fatto è che l’invito a vincere facile è continuo – afferma lo psicologo Mauro Croce – e l’accessibilità a questi giochi è facilissima: ora non sono più io a cercare il gioco ma è il gioco che cerca me. Da rituale come poteva essere la schedina della domenica di tanti anni fa, oggi il gioco è diventato consumo, disponibile 24 ore su 24 anche grazie a internet. E’ veloce, immediato, diffuso in forme diverse e accattivanti, in grado di attrarre tutti i ceti sociali. Il gioco d’azzardo ha ormai perso quell’aura legata al mondo dei ricchi, tanto più che i soggetti più vulnerabili oggi sono proprio quelli appartenenti alle fasce sociali più basse”.

Per Libera si tratta perciò di “intervenire insieme e quanto prima possibile su tutti i versanti di questa calamità, economica e sociale: quello normativo, per rendere più efficace il sistema delle autorizzazioni, dei controlli e delle sanzioni; quello educativo e d’informazione, rivolto soprattutto ai più giovani; quello di prevenzione e cura delle patologie di dipendenza dal gioco; quello culturale e formativo, che chiama in causa gli stessi gestori delle attività lecite”.