Archive for the ‘Storia’ Category

Oggi la stazione di Bologna è di nuovo piena di vita, così come doveva e deve essere, nonostante tutto. Ma ogni volta che mi è capitato di essere lì, inevitabilmente mi ha sfiorato il pensiero di quel 2 agosto di tanti anni fa, e sono stata assalita da un brivido di sgomento. Sempre.

Il nostro dovere di cittadini è di non dimenticare, e non dimenticheremo. Ma allora, che dire delle istituzioni assenti?

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Anche questo 25 aprile sta passando. C’è chi dice sia stato uno dei più brutti della nostra storia. In realtà le polemiche ci sono sempre state. Il piccolo corteo di fascistelli che cerca di disturbare la cerimonia di commemorazione, i politici che dicono che è una festa ormai vecchia e va abolita, i fischi ai vari rappresentanti del governo. 

Quest’anno abbiamo avuto anche tante altre trovate simpatiche, come questa a Pigneto (Roma), che in realtà voleva polemizzare con la pessima situazione del lavoro nella nostra martoriata Repubblica. Una provocazione un po’ forte, ma tant’è..

Sono comunque d’accordo con chi dice che i tempi siano più cupi del solito. La contrapposizione politica non lascia nessun margine di dialogo tra le parti, e gli scontri si stanno inasprendo anche al di fuori. Io stessa stamattina, dopo il discorso di Napolitano, ho subito spento la TV come ho visto che stava per parlare La Russa. Non ho nulla da imparare da un uomo simile, da gente simile. Mi rappresenta di più questo dannato insetto che sta volando in camera mia e che fra poco schiaccerò (no, dai, cerco di mandarlo fuori). Arriverà mai il momento in cui ne avremo davvero abbastanza?

Per ridare un senso a questa festa di Liberazione ci vorrebbe una seconda Resistenza. Non dico una guerra: basterebbe che finalmente buona parte della popolazione italiana aprisse gli occhi e si rendesse conto di cosa è diventato questo Paese. Che si risvegliasse da questo strano sonno in cui è piombata da molti anni a questa parte e ricominciasse a indignarsi per tutte le ingiustizie e le assurdità propinate da questa classe dirigente fatta di mafiosi, cricche, faccendieri, presunti responsabili (delle proprie poltrone). E dicesse “basta”, in modo pacifico se si può, ma deciso. I modi sono tanti. Possiamo chiamarlo il Risveglio, che ne so, so solo che sarà un nuovo momento storico e  in futuro avremo anche per esso un giorno apposito di festa, cortei e concerti gioiosi.

Per ora invece, fa impressione come qualsiasi cosa, dagli imbrogli ai furti istituzionalizzati alle censure fino alle dichiarazioni da autentici fuori di testa, vengano lasciate passare come se nulla fosse. Un tempo avevamo il benessere a tenerci belli buoni, ora nemmeno più questo. Eppure i nostri occhi rimangono sempre mezzo chiusi, hanno qualche guizzo di coscienza e consapevolezza, ma poi tornano nella loro contemplazione del nulla cosmico.

Non abbiamo perso solo il senso della vergogna e del rispetto, ma anche tutti quei valori che la Resistenza e la nostra bellissima Costituzione avrebbero dovuto depositare nei nostri cuori e nelle nostre menti per guidarci in un avvenire teso al miglioramento continuo (grazie anche agli errori del passato). Invece precipitiamo verso un fondo che sembra non avere fine, o almeno questa è la percezione che si ha sempre più spesso, a seconda della “novità” del giorno.

E’ anacronistico parlare di “valori”? Non importa: valori come la condivisione, l’ospitalità, il coraggio di tendere la mano verso chi è più sfortunato a discapito delle proprie comodità, dove sono finiti? Nel Paese delle cricche la condivisione viene derisa, l’ospitalità fa paura, e la sola parola “coraggio” suona talmente ridicola che me la censuro io da sola. Basterebbe solo rendersi conto “davvero” dello stato in cui siamo. La ciliegina sulla torta sarà, in un futuro neanche troppo lontano, avere Berlusconi come Presidente della Repubblica, com’è stato paventato oggi da più parti. Allora sì che saremo pienamente rappresentati in tutta la nostra autorevolezza di Stato nato (sic!) dalla Resistenza e ripiombato in un fascismo neanche tanto velato ma di cui siamo i primi colpevoli.

Come si fa a risvegliare un Paese? Ricette magiche non ne ho di certo, ma credo che attivarsi, mettersi in gioco in prima persona, sia un buon primo passo. Proviamo a rileggere la Costituzione, a conoscere la nostra Storia con meno preconcetti possibili, informiamoci, conosciamo il più possibile e riscopriamo la dignità sopita e tutta la nostra voglia di partecipare davvero alla vita di questo paese. Partecipare, sì. Libertà è partecipazione, no? Sono sempre stata d’accordo con questo concetto. Attiviamoci in qualcosa che non sia solo il nostro tornaconto personale, e poi torniamo a condividere (non solo sui social network, troppo facile :-P) Ricominciamo a vedere negli altri dei possibili compagni e amici e non dei potenziali nemici pronti a fregarci alla prima occasione. Ci vuole uno sforzo, e forse non è nemmeno tanto saggio, ma continuando a lamentarci ognuno per sé le cose non cambiano.

Insomma, questo è il mio pensiero e il mio augurio per tutti noi in questa giornata che per me è sempre stata la più importante e bella dell’anno. Tra angoscia e buoni propositi, la dico con il fantastico Pertini disegnato da Paz: 

 

Come ho già scritto, sono contraria agli interventi militari. Penso che la guerra sia sempre sbagliata, anche come ultima opzione. Ma sono anche realista (ogni tanto), e pensare che una cosa o è bianca o è nera mi sembra ingenuo. L’intervento militare in Libia pone moltissimi dilemmi anche per chi si proclama assolutamente pacifista. Sono sicura che il motivo della guerra siano le risorse energetiche e nient’altro. Su questo non ci piove. Mi viene in mente l’operazione Piombo Fuso ad opera di Israele contro i palestinesi della Striscia di Gaza, con bombardamenti aerei indiscriminati su una delle aree più densamente popolate del pianeta: oltre 1200 i morti tra cui moltissimi bambini. Allora nessuno si è permesso di intervenire per difendere i civili (certo, Israele non si tocca, guai..). Oppure, per tornare all’oggi, i massacri in Bahrein, o nello Yemen. No, quei posti ci interessano poco. Si è scelto di intervenire contro la Libia e contro Gheddafi, per di più nel momento in cui la rivolta stava per essere quasi totalmente domata dal rais.

Sono d’accordo con il comunicato stampa di Emergency, quando dice:

(…) Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. “La guerra umanitaria” è la più disgustosa menzogna per giustificare la guerra: ogni guerra è un crimine contro l’umanità.

Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono alla fine inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte escludendo il ricorso alla forza. Non è stato questo il caso della Libia: i nostri governanti, gli stessi che ora indicano la guerra come necessità, fino a poche settimane fa hanno finanziato, armato e sostenuto il dittatore Gheddafi e le sue continue violazioni dei diritti umani dei propri cittadini e dei migranti che attraversano il Paese.

Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana, criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica. È la scelta dei peggiori tra gli esseri umani.”

Il ragionamento non fa una piega. Però… quando Gheddafi reprime le rivolte bombardando i civili con i suoi aerei non è mica facile stare a guardare. Liberandoci da questioni come il petrolio, le leggi nazionali e internazionali, il caso libico (e quindi andiamo nell’astrazione totale), è giusto non fare nulla mentre un dittatore o chi per lui massacra i propri civili? E’ giusto stare a guardare e non intervenire mentre assistiamo a un atto di violenza? (Mi viene in mente il massacro di Srebrenica nel luglio del ’95, quando migliaia di musulmani bosniaci furono uccisi dalle truppe serbo-bosniache di Mladić con i 600 caschi blu olandesi dell’ONU che stettero lì a guardare come delle xxxx).

Se una guerra venisse intrapresa per motivi veramente umanitari (impossibile, lo so, ma di nuovo, proviamo a pensarci almeno in astratto), potrebbe definirsi una “guerra giusta”? Certo dovrebbe essere un’ultima istanza, e solo dopo aver fatto il possibile per prevenirla. E però è sempre una guerra.

Il pacifismo “senza se e senza ma” va un po’ in corto circuito. Per sfortuna, tornando all’attualità, i veri motivi che spingono i “volenterosi-a-seconda-del-caso” all’intervento militare ci rendono le cose più facili (nel senso che è più facile, oltre che giusto, condannare). Ma il dilemma resta.


Vi propongo ancora Robert Fisk (è sempre una garanzia!). Stavolta esprime i suoi timori sul futuro prossimo della Libia, timori che prendono spunto dalla Storia passata e recente. Ecco il suo fondo pubblicato oggi sull’Independent, da me tradotto in italiano (spero non ci siano errori). Qui trovate l’articolo originale in inglese.

Robert Fisk: The historical narrative that lies beneath the Gaddafi rebellion

Il racconto storico che soggiace alla ribellione di Gheddafi

Poveri vecchi libici. Dopo 42 anni di Gheddafi, lo spirito della resistenza non ha bruciato così forte. Il cuore intellettuale della Libia è volato all’estero.

I libici si sono sempre opposti agli occupanti stranieri così come han fatto gli algerini, gli egiziani e gli yemeniti – ma il loro Amato Leader si è sempre presentato come un compagno resistente invece che come un dittatore. Così, in quella parodia di se stesso che è stato il suo lungo discorso a Tripoli di ieri, invece che usare un tono accondiscendente di un Mubarak o di un Ben Ali ha invece invocato Omar Mukhtar – impiccato dall’esercito coloniale di Mussolini.

E da chi voleva liberare la Libia? Da al-Qaeda naturalmente. Ad un certo punto del suo discorso alla Piazza Verde, Gheddafi ha fatto un’osservazione senza dubbio molto interessante. I suoi servizi segreti libici, ha detto, hanno aiutato a liberare dei membri di al-Qaeda dalla prigione statunitense di Guantanamo in cambio della promessa che al-Qaeda non avrebbe operato in Libia o attaccato il suo regime. Ma, ha insistito, al-Qaeda ha tradito i libici e ha organizzato delle “cellule dormienti” nel Paese.

Che Gheddafi creda a tutto questo o no, molte voci sono circolate nel mondo arabo riguardo i contatti tra la polizia segreta di Gheddafi e gli agenti di al-Qaeda, incontri tesi a evitare il ripetersi delle piccole proteste islamiche che Gheddafi aveva affrontato anni fa a Bengasi.

E molti membri di al-Qaeda sono entrati in Libia – da qui il frequente nome di battaglia di “al-Libi” che hanno aggiunto come un patronimico. Era naturale quindi per Gheddafi, che una volta ospitò i gruppi di sicari palestinesi di Abu Nidal (che mai lo tradirono), sospettare che ci fosse in qualche modo al-Qaeda dietro le sollevazioni dell’est della Libia.

E’ solo una questione di tempo, non c’è bisogno di dirlo, prima che Gheddafi ricordi ai libici che al-Qaeda era un satellite del vero mujaheddin arabo usato dagli Stati Uniti per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Eppure la stessa resistenza feroce della Libia alla colonizzazione italiana prova che il suo popolo sa come combattere e morire. In “Tripolitania” i libici dovevano camminare nei canali fuori dalla strada se gli italiani arrivavano verso di loro calcando lo stesso suolo, e i fascisti italiani usarono gli aerei così come le truppe di occupazione per mettere in ginocchio la Libia.

Ironicamente, furono le forze inglesi e americane e non le italiane a liberare la Libia. E si sono lasciate dietro uno strascico di campi minati intorno a Tobruk e Bengasi. Il bizzarro regime di Gheddafi non ha mai smesso di sfruttare il fatto che i pastori libici continuavano a morire nei vecchi campi di battaglia della Seconda guerra mondiale.

Perciò, i libici non sono disconnessi dalla Storia. I loro nonni – e in alcuni casi i loro padri – hanno combattuto contro gli italiani; di conseguenza una base di resistenza, un racconto storico reale, soggiace sotto la loro opposizione a Gheddafi; da qui, la stessa adozione di resistenza da parte di Gheddafi – alla mitica minaccia della brutalità “straniera” di al-Qaeda – si suppone serva a mantenere il supporto al suo regime.

Bisogna dire che, diversamente dalla Tunisia e dall’Egitto, le “masse popolari” della Libia, più che una nazione sociale sono tribali. Ecco infatti che due membri della stessa famiglia di Gheddafi – il capo della sicurezza a Tripoli e il più influente ufficiale dell’intelligence a bengasi – erano rispettivamente suo nipote, Abdel Salem Alhadi, e suo cugino, Mabrouk Warfali. La tribù di Gheddafi, i Guedaffi, viene dal deserto tra Sirte e Sebha; ed ecco perchè la regione occidentale della Libia resta sotto il suo controllo.

Parlare di guerra civile in Libia – il tipo di errore che vien fuori attualmente dal Dipartimento di Stato di Hillary Clinton – non ha senso. Tutte le rivoluzioni, sanguinose o no, sono in genere delle guerre civili a meno che non intervengano poteri da fuori, cosa che le nazioni occidentali chiaramente non intendono fare, e il popolo della Libia orientale ha già detto che non vuole nessun intervento straniero (David Cameron se lo segni, per favore).

Ma Gheddafi è andato a fare la guerra in Ciad – e ha perso. Il regime di Gheddafi non è una grande potenza militare e il Colonnello Gheddafi non è il Generale Gheddafi. Andrà ancora avanti a cantare le sue canzoni anti-colonialiste, e per il tempo in cui le sue squadre di sicurezza sono preparate a mantenere il controllo nell’ovest del Paese, potrà esibirsi a Tripoli

Attenzione: sotto le sanzioni delle Nazioni Unite, gli Iracheni avrebbero dovuto sollevarsi contro Saddam Hussein. Non lo fecero – perchè erano troppo occupati a mantenere vive le proprie famiglie rimaste senza pane, acqua corrente e denaro. Nella ribellione del 1991 Saddam perse tutto tranne quattro province dell’Iraq. Ma poi si riprese tutto.

Ora gli abitanti della Libia occidentale vivono senza pane, acqua corrente e denaro. E ieri Gheddafi nella Piazza Verde di Tripoli ha parlato con la stessa fermezza di “salvare” Bengasi dai “terroristi”. I dittatori non amano fidarsi l’uno dell’altro; ma sfortunatamente imparano l’uno dall’altro.

Chi non ricorda la storia dei Fratelli Cervi, i sette fratelli emiliani che il 28 dicembre del 1943 furono tutti quanti fucilati dai fascisti per aver organizzato la Resistenza?
Ora il libro “I miei sette figli” di Alcide Cervi, m
emorie di vita contadina, di guerra e di Resistenza, torna alla sua versione originale, priva dei tagli e delle censure a cui era stato sottoposto negli anni ’70. Una nuova edizione uscita per la Einaudi, tutta da rileggere e da riscoprire.


Alcide Cervi
I miei sette figli”
2010 ET Saggi – pp. XXXVIII – 114
– € 11,00
A cura di Renato Nicolai
Introduzione di Luciano Casali
Prefazione di Piero Calamandrei

E’ in momenti bui come questo che certi libri tornano un po’ a rischiarare il cammino. Il succo, oggi come allora, è sempre quello: prendere una posizione, lottare per cercare di trasformare i propri sogni e le proprie aspirazioni in realtà. A costo di perdere tutto.

VIVA LA RADIO ! NETWORK – LE MEMORIE DI “PAPÀ CERVI” TORNANO ALLA LORO VERSIONE ORIGINALE (Anna Toro, Roma)

PS. Nell’articolo si può ascoltare l’intervento di Massimo Rendina, 91 anni, ex partigiano e presidente dell’Anpi di Roma e Lazio.