Archive for the ‘Sociale’ Category

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Tantissima gente ieri alla serata speciale organizzata a Roma dai volontari dell’ex Baobab: una cena per strada e la proiezione di un film nel muro di via Tiburtina, a ridosso del cimitero di Verano, proprio allo sbocco di quella famosa via Cupa che da tempo riempie le cronache dei giornali.

E’ lì che ieri tantissimi cittadini e cittadine si sono riuniti, molti dei quali neanche conoscevano in modo approfondito le vicende dell’ex centro per migranti, più volte sgomberato da un’ordinanza del prefetto ed ora completamente chiuso.

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Si sono incontrati, hanno parlato con coloro che ormai da tempo sono costretti a dormire e vivere per strada, hanno visto, toccato con mano la situazione vergognosa in cui le istituzioni romane hanno lasciato degli esseri umani, semplicemente colpevoli di volersi spostare per trovare condizioni di vita migliori. Perché non solo li si è abbandonati, ma non si permette nemmeno a coloro che vogliono aiutarli di poterlo fare in maniera adeguata. Almeno fino al giorno in cui, a livello istituzionale, non si decida di mettere la parola fine alla parola “emergenza” in tema di accoglienza (utopia?)

Eppure in via Cupa ce la mettono tutta: ormai da mesi attorno alla tendopoli che si è formata per strada, di fronte all’ex centro, si è mobilitata una delle più grandiose forme di solidarietà collettiva da parte dei cittadini romani che ogni giorno, sotto la guida attenta dei volontari, portano qualcosa a coloro che ne hanno bisogno, cucinano, assistono, mettono a disposizione tempo e competenze.

Una solidarietà che non poteva non colpire la sensibilità di molti artisti e registi che hanno dato il loro sostegno alla serata di ieri, la maggioranza con una firma, ma qualcuno – come Sabina Guzzanti – anche con la presenza fisica. Tra coloro che hanno aderito: Valerio Mastandrea, Claudio Santamaria, Francesca Comencini, Stefano Rulli, Luca Zingaretti e, naturalmente, Gianni Amelio, che ha gentilmente concesso a questo speciale pubblico di poter proiettare e vedere il suo film “Lamerica”, un film realizzato vent’anni fa ma purtroppo ancora attuale.

“Da mesi a Roma, in via Cupa 5 (stazione Tiburtina) transitano migliaia di migranti, è stato calcolato circa 35mila nel solo 2015 – si legge nell’appello di invito alla serata – I volontari del Baobab e altri, inclusi semplici cittadini, con un grande sforzo ed estrema generosità, stanno offrendo un aiuto ma non sono sostenuti in alcun modo dalle istituzioni, che non solo in un anno non sono riusciti a trovare un luogo dove accoglierli, ma anzi hanno inviato le forze dell’ordine che ogni ora minacciano di sgomberare. La situazione è precaria sotto tutti i punti di vista, igienico-sanitario, alimentare, logistico. È una situazione insostenibile, politicamente e umanamente”.

La serata è riuscita nel suo intento, ma i volontari e i migranti restano in attesa di una risposta concreta delle istituzioni, che come al solito tarda ad arrivare.

di Anna Toro

Anche Roma è tra le 61 città italiane che sabato 7 maggio hanno aderito a Slot Mob, la manifestazione che si propone di sensibilizzare e informare i cittadini contro i pericoli del gioco d’azzardo. Una mobilitazione dal basso, che trova il suo senso concreto nel celebrare e festeggiare con una “colazione di massa” quei bar che si sono distinti per aver rinunciato alle slot machine e con esse ai guadagni che gli esercenti traggono da scommesse e macchinette mangiasoldi.

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“Un bar senza slot ha più spazio per le persone” hanno ripetuto i promotori di Slot Mob mentre consegnavano ai gestori virtuosi le loro targhette da affiggere nell’esercizio. Quelle stesse persone che, nel sole di sabato mattina, si sono riversate in piazza Re di Roma, zona non periferica ma ad alta densità di gioco, e a due passi da una delle sale bingo più grandi d’Europa. Per l’occasione, la piazza si è riempita di stand, associazioni, tantissimi giovani e famiglie che hanno potuto informarsi e riscoprire un altro tipo di gioco: quello “sano”, che promuove la condivisione e lo stare insieme rinsaldando il tessuto sociale.

“Il gioco d’azzardo è all’opposto – spiegano i volontari di Slot Mob – In Italia genera un volume da 88 miliardi di euro che invece che essere impiegato per il benessere collettivo diventa fonte di disgregazione e di recessione”. Di questi, 8 miliardi netti finiscono nelle casse dello Stato sotto forma di tasse, ed è anche per questo che, in tutti questi anni, gli appelli per porre un argine a questa piaga sociale sono rimasti inascoltati da parte delle istituzioni.

piazza re di roma 9“Persa ormai la fiducia nel Parlamento, non ci rimane che il presidente della Repubblica” spiegano i volontari del movimento, che durante la mattinata hanno distribuito e fatto firmare ai cittadini le copie di una lettera da spedire via posta ordinaria a Mattarella. Una lettera in cui la società civile si rivolge al presidente affinché, quale ultimo baluardo della coscienza della Repubblica, si attivi per sottrarre la gestione dell’azzardo alle società commerciali che non possono far altro che incentivarlo per trarne profitto. “Esiste un Paese reale che resiste e che ce la potrà fare perché rifiuta di ridurre tutto a merce o materiale di scarto” si legge nella parte finale.

Una battaglia non certo facile. “Il gioco d’azzardo –  ha ricordato il vicario del papa, il cardinal Vallini, anche lui presente alla manifestazione – è una delle tragedie più estese, spesso nascoste, dove la miseria, la divisione, le lotte, i furti in famiglia, i pignoramenti, le separazioni diventano sofferenza e si fanno concreti”. Per il cardinale non è certo una coincidenza che proprio vicino ai locali in cui si gioca d’azzardo, siano sorti così tanti Compro Oro. “Significa che al fondo c’è la consapevolezza di una fragilità che andrebbe aiutata, anche evitando di moltiplicare le occasioni. Qui dovrebbero entrare in ballo le istituzioni, che invece lucrano sul gioco”.

Leonardo Becchetti

Leonardo Becchetti

Un gioco in cui i cittadini perdono sempre, mentre le uniche a trarne ingenti profitti restano, nonostante la legalizzazione del gioco, le organizzazioni mafiose. “Comprare un biglietto di gratta e vinci e mettersi alle slot è come comprare un’azione che rende per principio il -24%, e dove la possibilità di vincere il primo premio è 15mila volte meno probabile che un asteroide colpisca la terra” afferma Leonardo Becchetti, docente di economia dell’Università Tor Vergata e attivista della finanza etica. Secondo il professore, abbandonare il gioco d’azzardo farebbe bene anche allo Stato: tra le tasse non percepite sui mancati consumi di chi viene rovinato dal gioco, i costi della spesa sanitaria per contrastare le dipendenze patologiche, per non parlare del tasso di evasione nel settore che è altissimo, i conti dicono infatti un’altra verità, diversa da quella professata dalle istituzioni. “Quei miliardi sarebbero spesi in altri settori più sani, e l’economia girerebbe comunque” commenta Becchetti.

 

Intanto, dalla sua nascita nel 2013 il movimento Slot Mob continua a crescere e diffondersi. “Abbiamo un’altra idea di stare al mondo – dichiarano nel “Manifesto di democrazia economica” presentato a Roma lo scorso 12 aprile – Per molti la cognizione dell’azzardo, come esempio eclatante dell’oscenità del potere dei soldi sulla vita collettiva e personale, si sta rivelando una formidabile presa di coscienza della finanza casinò e dei suoi meccanismi autodistruttivi. Siamo solo all’inizio di un cammino di libertà che invitiamo tutti a percorrere insieme”.

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I cittadini firmano la lettera indirizzata al presidente della Repubblica Mattarella.

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di Anna Toro – Mercoledì, 18 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Donna.tuttogratis.it

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Si chiama Al Capone, occhi e riccioli neri, lo sguardo un po’ timido, bellissimo. Ha trascorso quasi tutta la sua vita dietro le sbarre, ma diversamente dal gangster italo-americano, è solo un bambino di 3 anni: sta scontando la pena insieme alla madre detenuta nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, ed è uno dei piccoli che compaiono nel documentario girato dalla giornalista del Manifesto Luisa Betti, dal titolo “Il carcere sotto i tre anni di vita”. Il video è stato proiettato sabato a Roma al Museo Storico della Liberazione, nell’ambito di un percorso di iniziative e incontri sul tema organizzato dal Museo e coadiuvato da associazioni come Madri per Roma Città Aperta e la Casa delle Donne.

La situazione del piccolo Al Capone è la stessa di altri 70 bambini sparsi per le carceri della Penisola. La legge italiana, infatti, permette ai piccoli da 0 ai 3 anni di stare “dentro” insieme alle loro madri autrici di reato. Allo scadere dei 3 anni, i piccoli vengono mandati fuori, da parenti se li hanno, o in case famiglia, a volte in affidamento o adozione, con tutti i traumi e le tragedie che ne conseguono. “Queste donne sono spesso considerate delle cattive madri – spiega Luisa Betti – incapaci di portare avanti il proprio ruolo. Senza contare che l’attenzione di istituzioni e società sui motivi che le portano in carcere, così come l’attenzione sull’impatto che il carcere ha sulla loro vita e su quella dei loro figli dentro e fuori, è sempre stata molto scarsa”.

Marginalità sociale e infanzia segnata. Oggi in Italia le donne che vivono coi i propri bambini in carcere sono poco più di 60, su un totale di circa 2600 donne detenute (il 4% dei ristretti in generale). Sei sono le carceri interamente femminili in Italia, e solo sedici gli asili nido funzionanti. Al Capone, Rambo, Armani, sono i nomi suggestivi (talvolta discutibili) che queste mamme scelgono per i propri figli, forse sperando per loro un avvenire “brillante”, di certo diverso dal proprio. Sono infatti donne che vengono per lo più da contesti di marginalità sociale: madri single con bassa scolarizzazione, disoccupate per lunghi periodi, straniere, prostitute, tossicodipendenti, rom, immigrate clandestine, spesso con figli avuti in giovanissima età. Secondo diversi studi condotti sulle donne detenute in Europa e in Italia, la tipologia di reato più frequente in questa categoria sono violazioni delle leggi sulle droghe e reati contro il patrimonio. Perciò queste donne vanno in carcere perlopiù per brevi periodi (il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio), che si allungano all’accumularsi delle recidive, piuttosto frequenti.

Secondo Silvia Girotti dell’Avoc (Associazione Volontari Carcere), “la maternità in carcere è una maternità interrotta”, così l’infanzia dei bambini da 0 ai 3 anni è segnata per sempre. Diversi studi hanno infatti riscontrato effetti negativi determinati dalla struttura penitenziaria anche in bambini così piccoli: molti, vivendo un rapporto simbiotico con la madre, sviluppano un attaccamento insicuro e mostrano difficoltà anche in brevi separazioni da lei; hanno comportamenti di forte protesta e autolesionistici, come sbattere la testa, o graffiarsi; si sono notate anche difficoltà nell’alimentazione e nel ritmo sonno-veglia, oltre a uno sviluppo cognitivo e linguistico ritardato a causa degli scarsi stimoli: i bambini imparano poche parole (di cui le prime sono spesso “agente” e “apri”), prediligono una comunicazione gestuale, usano poco la fantasia e utilizzano giochi ripetitivi come aprire e chiudere le porte quando possono farlo (infatti imparano che devono aspettare che l’agente apra) e giocano con le chiavi, con un richiamo evidente alla realtà carceraria. Per quanto riguarda le madri, c’è il terrore dell’allontanamento forzato dal piccolo al compimento dei tre anni, e l’angoscia di non poter accudire i figli che sono fuori e di perdere il rapporto con loro.

Limiti e falle della nuova legge. Un cambio di rotta nella legislazione potrebbe fare molto per migliorare la situazione. “Un anno fa si è discussa una nuova legge sulle detenute madri, che entrerà in vigore dal 2014, ma è cambiato ben poco – spiega Luisa Betti – Il limite dell’età del bambino è stato alzato ai 6 anni, ma il problema delle recidive e delle donne senza fissa dimora resta. Inoltre la madre non può nemmeno accompagnare, se non a discrezione del giudice di sorveglianza, il figlio in ospedale o a una visita specialistica, e tanto meno assisterlo”.

All’inizio la legge era di ben altro calibro, ma nel passaggio dalla Camera al Senato è stata in gran parte snaturata. “L’onorevole radicale Rita Bernardini – continua la giornalista – ha spiegato che questo svuotamento degli intenti originari è stato il frutto di un accordo bipartisan per accontentare la Lega che aveva insistito per la sicurezza”. Lo spiega bene Eugenia Fiorillo, educatrice nel Carcere femminile di Rebibbia, quando nel documentario di Luisa Betti afferma: “In questo caso al centro sta sempre l’adulto, non il minore. E la legge pensa solo alla salvaguardia della società, non del rapporto madre-figlio”.

Prossimi obiettivi. “Sul destino della detenuta e di suo figlio decide sempre il magistrato di sorveglianza, a sua discrezione – puntualizza Francesca Koch, presidentessa della Casa delle Donne –. Permessi, detenzione domiciliare, revoca delle misure, tutto. Anche se recentemente si è riusciti ad ottenere che, per le visite di emergenza ai figli in ospedale, ora vale anche la decisione della direttrice dell’istituto”. Piccole e grandi vittorie conquistate, ricordano al Museo della Liberazione, anche grazie all’incessante lavoro della combattente per i diritti civili Leda Colombini, deceduta per un malore lo scorso dicembre a 82 anni, proprio mentre svolgeva la sua quotidiana opera di volontariato al carcere di Regina Coeli di Roma.

“Il bambino non deve stare in carcere, non può pagare per la pericolosità sociale” spiegano le associazioni, che hanno preparato una lettera da inviare al Ministro dell’Interno e a quello della Giustizia. “Abbiamo un po’ di speranza, non solo perchè sono due donne, ma perchè ci sono stati segnali positivi: la Cancellieri ad esempio, ha fatto uscire Adama dal Cie, la Severino non si è pronunciata contro l’amnistia e vorrebbe spingere verso un maggiore utilizzo delle misure alternative”. Un altro obiettivo è la creazione di un Icam (Istituti Custodia Attenuata per Madri) anche a Roma. “Per ora in Italia ne esiste solo uno, a Milano – spiegano le associazioni – e allora noi chiediamo: perchè non spostare un po’ di fondi per l’edilizia penitenziaria verso gli Icam? Anche se – aggiungono infine – senza una modifica del regolamento penitenziario, qualsiasi abbellimento delle strutture di detenzione sarà comunque inutile”.

di Anna Toro – Giovedì, 12 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Slotmachines.org

Foto: Slotmachines.org

Omissioni, bugie, compromessi, prestiti, abbandoni, violenza: di questo è fatta la vita del giocatore d’azzardo quando il gioco pian piano si trasforma in dipendenza compulsiva, e quindi in patologia. Una patologia che in Italia si sta espandendo a macchia d’olio, con 800mila persone dipendenti e 2 milioni a rischio. “Un danno sociale, ma anche umano” ha commentato il fondatore di Libera Don Luigi Ciotti che oggi a Roma ha presentato il dossier dal titolo “Azzardopoli, il paese del gioco d’azzardo, dove quando il gioco si fa duro, le mafie iniziano a giocare”.

Con circa 1.260 euro di spesa pro capite nel 2011 e un fatturato legale stimato a 76,1 miliardi di euro, il gioco d’azzardo è infatti la “terza impresa” italiana, l’unica con bilancio sempre in attivo e che non risente della crisi che sta attanagliando il paese. Al contrario, si tratta di un’impresa che nella crisi ci sguazza, creando la falsa illusione della vincita facile con cui sempre più italiani sperano di uscire dal disagio e dalla precarietà economica.

Come agiscono i clan. Libera spiega bene come il gioco d’azzardo in Italia viaggi su un doppio binario: quello legale, gestito dallo Stato, e quello illegale, affare della criminalità organizzata, che fa lievitare il fatturato da 76 fino a quasi 100 miliardi. Basti pensare che sono ben 41 i clan che gestiscono l’affare giochi, dal nord al sud lungo tutta la Penisola: Santapaola, Schiavone, Casalesi, Lo Piccolo, Mancuso, Mallardo, Bidognetti, solo per fare alcuni nomi purtroppo tra i più noti. Agiscono nelle forme più svariate: impongono ai gestori dei bar il noleggio di macchinette e videogiochi, gestiscono banche clandestine così come i giri di scommesse a tutti i livelli (il grande mondo del calcio scommesse, ad esempio, è un mercato che da solo vale oltre 2,5 miliardi di euro), arrivano addirittura ad acquistare biglietti vincenti di Lotto, Superenalotto e Gratta e vinci. Quest’ultima pratica ha uno scopo ben preciso: comprando da normali giocatori i biglietti vincenti, con un sovrapprezzo che va dal 5 al 10%, i clan riciclano in modo “pulito” il denaro sporco, giustificando così l’acquisto di beni e attività commerciali ed eludendo i sequestri.

“Oltre il 50% del guadagno del gioco d’azzardo viene dalle macchinette poste nei bar e nelle sale da gioco, per questo la criminalità organizzata sta investendo sempre di più in questo settore” ha spiegato il sostituto procuratore della Dda, Diana De Martino, che ha parlato di una vera e propria invasione di slot machines nelle città italiane: circa 400mila, in pratica una ogni 150 abitanti. Il primato va a Roma, con 294 sale e più di 50mila slot distribuite tra comune e provincia. Ma come fanno i clan a lucrarci così tanto? In Italia il comparto legale del gioco è affidato a 10 concessionarie, ognuna con la propria rete telematica, grazie alla quale lo Stato dovrebbe poter controllare le giocate e applicare la tassa prevista del 12%. Succede però che la criminalità organizzata manomette queste macchinette scollegandole dal monopolio, così la tassa del 12% non va più allo Stato e i guadagni dei clan si impennano.

“E’ la nuova frontiera della criminalità organizzata – continua De Martino – i rischi e le sanzioni sono contenuti, e si hanno guadagni enormi, tanto che i clan destinano buona parte dei proventi del gioco d’azzardo al mantenimento delle famiglie dei detenuti”. E’ così che la mafia è diventata “l’undicesima concessionaria occulta del Monopolio”. Non che non si sia tentato di arginare il fenomeno: nel 2010 dieci procure della Repubblica che nell’ultimo anno hanno effettuato indagini sul fenomeno in 22 città con operazioni delle forze di polizia che hanno portato ad arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata.

“Malattia sociale ed economica, serve una legge quadro”. Secondo Libera, però, le operazioni di polizia non bastano contro questa piaga sociale. “Bisognerebbe applicare – ha detto Don Luigi Ciotti – le direttive dell’Oms che affermano che la dipendenza da gioco è una malattia sociale e predisporre così le cure per tutti. Per il momento, invece, tutto sta all’iniziativa di alcune Asl e di qualche associazione di volontariato”. Libera sollecita così un maggiore impegno da parte delle istituzioni, e auspica una legge quadro sul gioco d’azzardo che serva contemporaneamente a prevenire la dipendenza dal gioco d’azzardo e le infiltrazioni mafiose in questo lucroso settore, arrivando anche alla previsione del “delitto di gioco d’azzardo” in un ottica “non proibizionista” e “senza voler colpevolizzare nessuno”.

“Il fatto è che l’invito a vincere facile è continuo – afferma lo psicologo Mauro Croce – e l’accessibilità a questi giochi è facilissima: ora non sono più io a cercare il gioco ma è il gioco che cerca me. Da rituale come poteva essere la schedina della domenica di tanti anni fa, oggi il gioco è diventato consumo, disponibile 24 ore su 24 anche grazie a internet. E’ veloce, immediato, diffuso in forme diverse e accattivanti, in grado di attrarre tutti i ceti sociali. Il gioco d’azzardo ha ormai perso quell’aura legata al mondo dei ricchi, tanto più che i soggetti più vulnerabili oggi sono proprio quelli appartenenti alle fasce sociali più basse”.

Per Libera si tratta perciò di “intervenire insieme e quanto prima possibile su tutti i versanti di questa calamità, economica e sociale: quello normativo, per rendere più efficace il sistema delle autorizzazioni, dei controlli e delle sanzioni; quello educativo e d’informazione, rivolto soprattutto ai più giovani; quello di prevenzione e cura delle patologie di dipendenza dal gioco; quello culturale e formativo, che chiama in causa gli stessi gestori delle attività lecite”.

Unimondo

Posted: January 18, 2012 in Informazione, Media, Sociale

Ho iniziato da poco a collaborare con Unimondo, e spero sarà una cosa duratura. Ecco i miei primi pezzi, se vi va

Gli artigli delle mafie sul business del gioco d’azzardo

Madri detenute e bambini “dentro”: l’infanzia negata nelle carceri italiane

A parte la roba mia, eheh, se vi stanno a cuore diritti umani, ambiente, disarmo, temi sociali etc vi consiglio di mettere Unimondo tra i vostri preferiti e di passarci ogni tanto, ne vale la pena. 😉

 

 

E’ un discorso trito e ritrito, specie in Italia, ma tornato di moda grazie alle cronache di questi giorni. Fantasy&fascio… Certo se forzi l’interpretazione ogni cosa può essere di estrema destra o viceversa. A questo punto potrei fondare un’associazione dedita al culto della cannabis e avere come figura ispiratrice Pippo (l’amico di Topolino, che come fa a sopportarlo non lo so. Pippo a Topolino, intendo. Ma vabhe).

Sono però d’accordo col fatto che sia importante dissociarsi da certi autori, anche fantasy. Perchè io a te che predichi lo sterminio degli immigrati non ti VOGLIO leggere e ipoteticamente apprezzare. Anche se, tra un delirio e l’altro, pubblichi una bella storia di elfi, maghi, onore e coraggio. Com’è capitato a questi sedicenti neonazisti-autori italiani, amanti del cappa e spada. E’ probabile che da una storia fantasy io non lo capisca che sei un seguace del fuhrer. E finisce che magari ti apprezzo. Questa cosa non mi va. Troppa “ideologia” anche in me?

Andando dalla parte opposta della barricata, stavo per comprare i libri della De Mari perchè mi han detto che sono molto interessanti e avvincenti. Ci credo, non dubito che abbia saputo costruire un’ottima saga fantasy. Ma dopo aver letto le sue folli crociate contro l’Islam nel suo blog, col caxxo che le compro i libri. Anche se sono curiosa di capire se dalle sue storie traspare tutta quella sua paura e astio contro “l’invasione islamica” in Europa (e qui tutti i suoi bei discorsi sull’Olocausto che ho sentito alla presentazione di un suo libro mi si annullano, puf! Spariti). Quindi credo che prima o poi qualcosa la leggerò (ma senza comprare).

Premesso che Tolkien e la De Mari sono due casi diversi: del primo se ne sono appropriati, lei invece le sue idee le professa molto apertamente. Resta il problema da sempre esistente dell’arte, la politica e una loro ipotetica connessione, spesso presente senza filtri o nascondimenti, altre volte assente…e capita che gli altri ci ricamino sopra (come nel caso di Tolkien, o della Storia Infinita. Pazzesco, la storia infinita!!). Ma questo vale per ogni genere letterario, come per ogni autore singolo.

Allora, domanda uno, è giusto accostare il fantasy agli estremisti di destra? Io dico di no, leggo pacchi di fantasy e non ci vedo elementi tali da giustificare una connessione, se non la volontà di trovarli (e quindi torniamo all’inizio di questo post). I fasci se lo sono presi, e hanno avuto una bella idea, le ambientazioni sono una figata. Domanda due, bisogna fare attenzione agli autori che scegliamo e promuoviamo? Questo è un altro bel paio di maniche. Io spesso e volentieri ci sto attenta, e la cosa m’influenza non poco. E’ un controsenso?

 

Agnello nato deforme sequestrato in un ovile di Villaputzu

Domani mattina, dopo qualche giorno trascorso in una cella frigorifera di un laboratorio cagliaritano dell’Istituto zooprofilattico, verrà prelevato ed esaminato dall’esperta di nanoparticelle Maria Antonietta Gatti, uno dei consulenti del procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi. Toccherà a lei, tra poche ore, prendere alcuni campioni dall’agnello ormai ribattezzato Polifemo che la Procura di Lanusei aveva sequestrato alcuni giorni fa in un ovile nelle campagne di Villaputzu. Per l’accusa, questo animale – nato con un solo occhio ed evidenti malformazioni e sopravvissuto solo qualche giorno – è una nuova e preziosa prova degli effetti nefasti dell’inquinamento ambientale che, sempre secondo l’accusa, avrebbero provocato le attività del poligono interforze del salto di Quirra. Secondo una certa parte di pastori e di residenti, invece, l’agnello di per sé non proverebbe nulla, visto che esemplari malformati, storicamente, sono nati anche in altre zone della Sardegna e del resto del mondo, e non è detto che siano legati alle attività di un poligono”.

Da La Nuova Sardegna di oggi

Io pensavo che la foto fosse uno scherzo, una roba fatta a photoshop. Non ci avevo dato un gran peso. Invece questa creatura è nata davvero così. Per quanto ancora la gente vorrà tenere gli occhi chiusi di fronte alla realtà? Ma alla fine, volete continuare a morire? E che cavolo, continuate a crepare di leucemia, condannate i vostri figli, e tutto il territorio, invece di trovare la forza di mandar via i militari e ricominciare da capo. Pensavo che noi sardi avessimo un po’ più di dignità. E’ anche vero che non si può contare sull’aiuto della Regione, men che meno dello Stato, per riconvertire un intero territorio (le dismissioni di alcune fabbriche insegnano). Davvero non c’è cosa più triste che dover scegliere tra la salute e la sopravvivenza economica. Ma che rabbia…

Per maggiori notizie su Quirra e il poligono, ho scritto un post tempo fa, lo trovate qui.

A vederlo, quel luogo fa impressione: file di capannoni tutti uguali in un territorio in mezzo al nulla delimitato da un recinto metallico. I capannoni ospiteranno centinaia di uomini, donne e bambini e saranno sorvegliati giorno e notte tra telecamere e vigilanza armata. No, non sono tornati i nazisti, è solo il nuovo “campo nomadi” romano di La Barbuta, uno di quei campi “attrezzati” tanto pubblicizzati dal Piano Nomadi, che aprirà i battenti il 15 dicembre di quest’anno, nell’area tra tra il comune di Ciampino e il municipio X.

Si tratta del primo “campo” costruito ex novo dall’amministrazione Alemanno, sorto su quattro ettari e comprendente 160 moduli abitativi di 24 e 32 metri quadri, con una capacità di accoglienza di 650 persone, tutti rom e sinti provenienti da altri insediamenti romani: i 400 di Tor de Cenci, insieme ai circa 250 residenti dell’insediamento abusivo poco distante dal nuovo campo.

Com’era prevedibile, sono in molti a non volere questo campo: dalle associazioni al sindaco di Ciampino agli stessi rom. I motivi non sono sempre gli stessi, ma sta di fatto che il suo destino è diventato improvvisamente incerto. Non tutti sanno, infatti, che il 16 novembre 2011, quindi circa due settimane fa, la sentenza n. 6050 del Consiglio di Stato ha stabilito l’illegittimità dell’Emergenza nomadi. Si tratta di una sentenza dagli effetti anche retroattivi, che rende di fatto nulle le precedenti ordinanze di nomina dei commissari straordinari per l’emergenza e di tutti i successivi atti commissariali. Motivo principale: non esistono, secondo il consiglio di Stato, fatti che confermano l’esistenza di un nesso tra la presenza di insediamenti Rom e Sinti sul territorio e i disturbi alla sicurezza ed alla quiete pubblica. Tra l’altro nel nostro Paese vivrebbero all’incirca 170.000 persone di etnia Sinti o Rom, pari allo 0,2% o poco più della popolazione, uno dei tassi più bassi d’Europa, la metà dei quali avrebbero cittadinanza italiana.

(da Cinquegiorni.it)

Non è un mistero il fatto che l’emergenza non sia nient’altro che un grande business, utile solo allo sperpero dei fondi pubblici e a condizionare le campagne elettorali. E la recente sentenza del Consiglio di Stato ha un valore enorme perchè dichiara ufficialmente il fallimento delle politiche di emergenza sui rom cominciate oltre 3 anni fa, eseguite senza un reale criterio e un percorso finalizzato a dei risultati concreti. Si sono spesi e si continuano a spendere milioni di euro per un modello, quello dei campi, che si è rivelato inutile e controproducente. Di questo business sono molti ad approfittarne, compresi gli stessi rom, che non sono tutti vittime di questa situazione.

Lo stato di emergenza era stato dichiarato il 21 maggio 2008 dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, “in relazione agli insediamenti di comunità nomadi”, con la relativa nomina dei prefetti di Roma, Napoli, Milano, Torino e Venezia quali “commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza” nelle regioni di Lazio, Campania, Lombardia, Piemonte e Veneto. Sono così partiti i vari Piani Nomadi, come quello romano del 2009 firmato dal prefetto-commissario Giuseppe Pecoraro, che ha dato l’avvio agli sgomberi forzati degli insediamenti abusivi, diventati “molto frequenti ed eseguiti con sempre maggiore impunità”, come ha più volte denunciato Amnesty International.

Per il Piano Nomadi del Comune di Roma sono stati stanziati ben 32 milioni di euro. Alemanno aveva chiesto altri 30 milioni di euro dopo il tragico rogo sull’Appia che provocò la morte di Sebastian, Elena Patrizia, Raoul ed Eldeban, tutti fra gli 11 e i 3 anni, incontrando un netto rifiuto dal ministro dell’Interno Maroni.

Fondi o no, il Campidoglio ha comunque dato il via ai lavori per il costosissimo campo di La Barbuta. Le proteste da parte delle associazioni non si sono fatte attendere. Il campo infatti, oltre a stare sopra una falda acquifera, sulla sorgente Appia, sorge anche sopra una villa romana quindi in teoria l’area sarebbe protetta da un vincolo archeologico. Secondo una stima dell’associazione 21 Luglio, per i rilievi archeologici il comune ha speso circa 1 milione di euro, a cui si sono aggiunti altri 30 mila euro per una parziale bonifica quando si è scoperto che il terreno era inquinato da una discarica abusiva di eternit. Sempre secondo l’associazione, il campo alla fine verrà a costare un totale di 10 milioni di euro, più altri 3 milioni di spese di gestione. “Se facciamo due conti: 15 mila euro a persona, 45 mila euro per una famiglia di 3 persone, 75 mila euro per una famiglia di 5 persone, 105 mila euro per una famiglia di 7 persone – commenta Stefano Stassola di 21 luglio – con un terzo delle spese e un programma affidato a persone competenti si sarebbe potuto fare molto meglio”.

Inutile dire che il Comune non si è mai curato del fatto che trasferire intere comunità lontano dal tessuto urbano e chiuderle dentro un recinto, oltre a ledere qualsiasi principio di dignità umana, rende di fatto impossibile l’integrazione di queste persone. Poi però ci si chiede com’è che l’amministrazione abbia speso due milioni e mezzo di euro per progetti rivolti ad incoraggiare la frequenza scolastica, per poi vanificare i progressi trasferendo i bambini e i ragazzi rom lontano dai centri abitati, tra mille disagi nei trasporti (si calcolano percorsi di sessanta minuti) e continui ritardi negli ingressi che certamente non agevolano le finalità stesse dei progetti. Senza contare che adesso col nuovo campo i bambini rom saranno redistribuiti nelle scuola ad anno scolastico iniziato. E’ il business dell’emergenza, bellezza.

Bonifica La Barbuta

Ancora una volta si sceglie la via della segregazione, spendendo energie e risorse economiche per quelli che sono dei veri e propri ghetti, per quanto “attrezzati”. E’ la stessa idea di campo che non funziona, nata dalla falsa convinzione che i Rom e i Sinti siano nomadi e abbiano bisogno di luoghi in cui “sostare”, non in cui stabilirsi. Invece il nomadismo in Italia è scomparso in realtà da decenni, basti pensare che su 170mila presenze sul territorio nazionale, 35mila vivono in case in affitto o di proprietà. La scusa principale è che “loro non si vogliono integrare”, eppure dove c’è stata la volontà politica e il coinvolgimento attivo delle diverse comunità nella politica sociale e abitativa, le cose hanno preso una piega diversa (vedi in Abruzzo). Politiche sociali e abitative ragionate e differenziate, che dovrebbero coinvolgere tutte le situazioni di disagio, a prescindere dall’etnia.

Se non la si vede in termini di solidarietà, i cittadini dovrebbero preoccuparsi almeno dal punto di vista degli sprechi di danaro pubblico. E capire che con le buone pratiche e i percorsi ben studiati è più difficile sprecare e lucrare e si possono ottenere ottimi risultati. La sentenza del Consiglio di Stato e l’abbandono delle politiche dell’emergenza è un primo passo. Certo, quando si tratta di rom, anche queste ragioni vanno a farsi benedire. Leggendo certi commenti ad articoli e video sembra che a mettere d’accordo tutti sia piuttosto una bella passata di napalm e lanciafiamme. E’ la ragione che torna a dormire. 

(da Paconline.it)

25 luglio 2011, “LasciateCIEntrare”: iniziativadell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa che chiede l’abrogazione della circolare che da due mesi vieta alla stampa l’ingresso nei Cie.

Un po’ di lacrime di coccodrillo ma.. ben venga un’iniziativa del genere. Sperando non resti un fatto isolato. I politici devono tornare a occuparsi dei reali problemi della società, e i giornalisti pure. Non se ne può più di cronaca nera e notizie ansiogene, l’ansia ce l’abbiamo per la disoccupazione, per la situazione economica e per i più elementari diritti umani che nella superdemocratica Italia vengono ogni giorno calpestati senza che ce ne rendiamo conto (in quanto anestetizzati dai mezzi di distrazione di massa). So say we all.

L’emergenza carceri è più esplosiva che mai. Ieri però Marco Pannella, Rita Bernardini e Irene Testa dei Radicali italiani hanno deciso di sospendere lo sciopero della fame, e hanno invitato anche gli altri aderenti a fare lo stesso. Ovviamente c’è un motivo, spiegato dallo stesso Pannella:

Dobbiamo essere speranza – ha detto – non solo averla e onorare ogni segno positivo, ogni millimetro di cammino nella direzione giusta invece che continuare in questa rovina verso il basso che sembra trainarci tutti con la sola forza della gravità. Allora onoriamo questa occasione, onoriamo il fatto che il nostro Presidente della Repubblica con una espressione pubblica, abbia avuto la bontà, e la generosità di riconoscere la nostra storia di difesa dei diritti civili e del diritto e onoriamo che il Presidente del Senato Schifani abbia avuto la ragionevolezza di adoperarsi a favore di questo convegno […] facendone noi tutti tesoro.”

Il convegno di cui parla è quello previsto per il 28 e 29 luglio in Senato alla presenza di Napolitano e Schifani, e s’intitolerà “Giustizia! In nome della legge e del popolo sovrano”. Parteciperanno le massime autorità istituzionalmente interessate, insieme alle forze politiche e sociali impegnate per la riforma della giustizia e, conseguentemente, per superare l’attuale condizione delle carceri italiane.

A seconda di come andrà il convegno i protagonisti decideranno se riprendere o no la loro protesta nonviolenta. Io ovviamente cercherò di partecipare a entrambe le giornate. Non credo sarà un punto di svolta, ma penso sia comunque un momento importante da monitorare (sia per il mio lavoro sia per il mio autentico interesse verso la situazione delle carceri). Vedremo…

Ma non sono solo i radicali a fare lo sciopero della fame. Come mi è stato prontamente ricordato ieri dal mio amico Gize, dal 4 giugno alcune persone hanno cominciato questo tipo di lotta nonviolenta unita a un presidio permanente di fronte a Montecitorio. Chiedono in sintesi la riduzione costi della politica e una nuova legge elettorale. Ma chi sono questi? Booh? Potete leggere di loro in questo sito: http://www.presidiomontecitorio.it/

Come al solito i media ne hanno parlato pochissimo. Dopotutto, come ha dimostrato Pannella, l’unico modo per avere un po’ di attenzione è se crepi, o quasi (se si tratta di detenuti, invece, possono anche crepare, che tanto a nessuno frega niente). Se poi la protesta diventa un minimo violenta ti si ritorce contro, anche a livello di immagine, vedi in Val Susa (ma possibile che debbano vincere sempre e in ogni caso loro?) Comunque proverò ad avvicinarmi in questi giorni a Montecitorio e saperne un po’ di più.