Archive for the ‘Roma’ Category

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Tantissima gente ieri alla serata speciale organizzata a Roma dai volontari dell’ex Baobab: una cena per strada e la proiezione di un film nel muro di via Tiburtina, a ridosso del cimitero di Verano, proprio allo sbocco di quella famosa via Cupa che da tempo riempie le cronache dei giornali.

E’ lì che ieri tantissimi cittadini e cittadine si sono riuniti, molti dei quali neanche conoscevano in modo approfondito le vicende dell’ex centro per migranti, più volte sgomberato da un’ordinanza del prefetto ed ora completamente chiuso.

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Si sono incontrati, hanno parlato con coloro che ormai da tempo sono costretti a dormire e vivere per strada, hanno visto, toccato con mano la situazione vergognosa in cui le istituzioni romane hanno lasciato degli esseri umani, semplicemente colpevoli di volersi spostare per trovare condizioni di vita migliori. Perché non solo li si è abbandonati, ma non si permette nemmeno a coloro che vogliono aiutarli di poterlo fare in maniera adeguata. Almeno fino al giorno in cui, a livello istituzionale, non si decida di mettere la parola fine alla parola “emergenza” in tema di accoglienza (utopia?)

Eppure in via Cupa ce la mettono tutta: ormai da mesi attorno alla tendopoli che si è formata per strada, di fronte all’ex centro, si è mobilitata una delle più grandiose forme di solidarietà collettiva da parte dei cittadini romani che ogni giorno, sotto la guida attenta dei volontari, portano qualcosa a coloro che ne hanno bisogno, cucinano, assistono, mettono a disposizione tempo e competenze.

Una solidarietà che non poteva non colpire la sensibilità di molti artisti e registi che hanno dato il loro sostegno alla serata di ieri, la maggioranza con una firma, ma qualcuno – come Sabina Guzzanti – anche con la presenza fisica. Tra coloro che hanno aderito: Valerio Mastandrea, Claudio Santamaria, Francesca Comencini, Stefano Rulli, Luca Zingaretti e, naturalmente, Gianni Amelio, che ha gentilmente concesso a questo speciale pubblico di poter proiettare e vedere il suo film “Lamerica”, un film realizzato vent’anni fa ma purtroppo ancora attuale.

“Da mesi a Roma, in via Cupa 5 (stazione Tiburtina) transitano migliaia di migranti, è stato calcolato circa 35mila nel solo 2015 – si legge nell’appello di invito alla serata – I volontari del Baobab e altri, inclusi semplici cittadini, con un grande sforzo ed estrema generosità, stanno offrendo un aiuto ma non sono sostenuti in alcun modo dalle istituzioni, che non solo in un anno non sono riusciti a trovare un luogo dove accoglierli, ma anzi hanno inviato le forze dell’ordine che ogni ora minacciano di sgomberare. La situazione è precaria sotto tutti i punti di vista, igienico-sanitario, alimentare, logistico. È una situazione insostenibile, politicamente e umanamente”.

La serata è riuscita nel suo intento, ma i volontari e i migranti restano in attesa di una risposta concreta delle istituzioni, che come al solito tarda ad arrivare.

di Anna Toro

Anche Roma è tra le 61 città italiane che sabato 7 maggio hanno aderito a Slot Mob, la manifestazione che si propone di sensibilizzare e informare i cittadini contro i pericoli del gioco d’azzardo. Una mobilitazione dal basso, che trova il suo senso concreto nel celebrare e festeggiare con una “colazione di massa” quei bar che si sono distinti per aver rinunciato alle slot machine e con esse ai guadagni che gli esercenti traggono da scommesse e macchinette mangiasoldi.

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“Un bar senza slot ha più spazio per le persone” hanno ripetuto i promotori di Slot Mob mentre consegnavano ai gestori virtuosi le loro targhette da affiggere nell’esercizio. Quelle stesse persone che, nel sole di sabato mattina, si sono riversate in piazza Re di Roma, zona non periferica ma ad alta densità di gioco, e a due passi da una delle sale bingo più grandi d’Europa. Per l’occasione, la piazza si è riempita di stand, associazioni, tantissimi giovani e famiglie che hanno potuto informarsi e riscoprire un altro tipo di gioco: quello “sano”, che promuove la condivisione e lo stare insieme rinsaldando il tessuto sociale.

“Il gioco d’azzardo è all’opposto – spiegano i volontari di Slot Mob – In Italia genera un volume da 88 miliardi di euro che invece che essere impiegato per il benessere collettivo diventa fonte di disgregazione e di recessione”. Di questi, 8 miliardi netti finiscono nelle casse dello Stato sotto forma di tasse, ed è anche per questo che, in tutti questi anni, gli appelli per porre un argine a questa piaga sociale sono rimasti inascoltati da parte delle istituzioni.

piazza re di roma 9“Persa ormai la fiducia nel Parlamento, non ci rimane che il presidente della Repubblica” spiegano i volontari del movimento, che durante la mattinata hanno distribuito e fatto firmare ai cittadini le copie di una lettera da spedire via posta ordinaria a Mattarella. Una lettera in cui la società civile si rivolge al presidente affinché, quale ultimo baluardo della coscienza della Repubblica, si attivi per sottrarre la gestione dell’azzardo alle società commerciali che non possono far altro che incentivarlo per trarne profitto. “Esiste un Paese reale che resiste e che ce la potrà fare perché rifiuta di ridurre tutto a merce o materiale di scarto” si legge nella parte finale.

Una battaglia non certo facile. “Il gioco d’azzardo –  ha ricordato il vicario del papa, il cardinal Vallini, anche lui presente alla manifestazione – è una delle tragedie più estese, spesso nascoste, dove la miseria, la divisione, le lotte, i furti in famiglia, i pignoramenti, le separazioni diventano sofferenza e si fanno concreti”. Per il cardinale non è certo una coincidenza che proprio vicino ai locali in cui si gioca d’azzardo, siano sorti così tanti Compro Oro. “Significa che al fondo c’è la consapevolezza di una fragilità che andrebbe aiutata, anche evitando di moltiplicare le occasioni. Qui dovrebbero entrare in ballo le istituzioni, che invece lucrano sul gioco”.

Leonardo Becchetti

Leonardo Becchetti

Un gioco in cui i cittadini perdono sempre, mentre le uniche a trarne ingenti profitti restano, nonostante la legalizzazione del gioco, le organizzazioni mafiose. “Comprare un biglietto di gratta e vinci e mettersi alle slot è come comprare un’azione che rende per principio il -24%, e dove la possibilità di vincere il primo premio è 15mila volte meno probabile che un asteroide colpisca la terra” afferma Leonardo Becchetti, docente di economia dell’Università Tor Vergata e attivista della finanza etica. Secondo il professore, abbandonare il gioco d’azzardo farebbe bene anche allo Stato: tra le tasse non percepite sui mancati consumi di chi viene rovinato dal gioco, i costi della spesa sanitaria per contrastare le dipendenze patologiche, per non parlare del tasso di evasione nel settore che è altissimo, i conti dicono infatti un’altra verità, diversa da quella professata dalle istituzioni. “Quei miliardi sarebbero spesi in altri settori più sani, e l’economia girerebbe comunque” commenta Becchetti.

 

Intanto, dalla sua nascita nel 2013 il movimento Slot Mob continua a crescere e diffondersi. “Abbiamo un’altra idea di stare al mondo – dichiarano nel “Manifesto di democrazia economica” presentato a Roma lo scorso 12 aprile – Per molti la cognizione dell’azzardo, come esempio eclatante dell’oscenità del potere dei soldi sulla vita collettiva e personale, si sta rivelando una formidabile presa di coscienza della finanza casinò e dei suoi meccanismi autodistruttivi. Siamo solo all’inizio di un cammino di libertà che invitiamo tutti a percorrere insieme”.

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I cittadini firmano la lettera indirizzata al presidente della Repubblica Mattarella.

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di Anna Toro – Giovedì, 26 Gennaio 2012 Unimondo

La dignità dei rom – foto: Amnesty Italia

La dignità dei rom – foto: Amnesty Italia

“Un giorno ci hanno dato l’invito per presentarci alla Questura, a febbraio 2010. Sono venuti gli autobus dell’Atac a prenderci e ci hanno portato all’Ufficio Immigrazione nello sportello per gli zingari. Sono entrato dentro, mi hanno fatto le fotografie, mi hanno preso le impronte digitali. Dovevo farlo per forza, sennò non entravo nel campo”.

A parlare è M. T. 15 anni, rom con cittadinanza bosniaca residente nel campo nomadi formale di Camping River, Roma. La sua è una delle testimonianze che aprono il Memorandum per il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale dell’Onu, redatto dall’associazione 21 Luglio, onlus impegnata nella difesa dei diritti dell’infanzia.

Il Memorandum denuncia un fatto fino a poco tempo fa sconosciuto alla cittadinanza: la schedatura, tra il 2009 e il 2010, di circa 5000 persone di etnia rom e sinti, tutti residenti nei sette campi “attrezzati” della Capitale. Per 21 Luglio, infatti, si tratta di un’identificazione “fatta solo sulla base dell’etnia” e alla quale non sono sfuggiti i minorenni e i bambini anche molto piccoli, in spregio ai trattati internazionali e alle convenzioni dei diritti per l’infanzia. E anche se la Questura nega, il sospetto dell’associazione è che negli uffici comunali si sia creato un vero e proprio database su base etnica.

Bambini schedati e altre irregolarità. La procedura era questa: gli autobus dell’Atac (l’azienda di trasporto pubblico comunale) passavano a prendere le famiglie di rom e sinti in attesa fuori dai campi. Una volta arrivati in Questura, i gruppi venivano messi in coda di fronte a un ufficio apposito, con tanto di cartello recante la dicitura “Sportello Nomadi – No asilo politico”. Dopodiché venivano chiamati ad uno ad uno e identificati secondo dei criteri ben precisi: a ognuno venivano infatti chiesti i documenti, veniva poi misurata l’altezza e fatta la foto, fronte e profilo, e poi quella insieme alla famiglia; quindi si passava alle impronte digitali e alle domande, comprese quelle sui precedenti penali. Testimonianze parlano di registrazione di tatuaggi, e di impronte prese a un ragazzo disabile e perfino a un bambino di 6 anni. “I rom non erano obbligati ad andare in Questura a farsi schedare – spiega Andrea Anzaldi, ricercatore di 21 Luglio e coautore del Memorandum – ma in un certo modo si sentivano costretti: gli addetti del Comune, infatti, dicevano loro che senza l’identificazione non sarebbero potuti poi entrare nei campi attrezzati”.

“L’attività di prefettura e questura è stata corretta” ha risposto piccato il dirigente dell’Ufficio immigrazione Maurizio Improta. Tra le motivazioni addotte per l’operazione c’era anche quella di garantire finalmente uno status giuridico e un permesso di soggiorno a chi non lo aveva. Peccato che su 5000 persone censite, solo 119 abbiano ottenuto permessi di soggiorno per motivi umanitari. “Molti rom sono apolidi e sprovvisti di passaporto, e proprio il passaporto era una delle condizioni per poter avere cittadinanza e permesso di soggiorno” precisa 21 luglio.

Una pratica non nuova. Se la Questura nega con forza che ci sia stata discriminazione razziale, il presidente di 21 Luglio Carlo Stassola si chiede: “E se ci fosse stato scritto Sportello ebrei cosa sarebbe successo?” La provocazione è forte, ma alcune preoccupazioni hanno un fondamento. Basta tornare direttamente al 2007-2008, quando il ministro Maroni, nell’ambito dei Patti per la sicurezza sottoscritti con diverse città italiane e dei vari Pacchetti Sicurezza, fece proprio la proposta di prendere le impronte digitali anche ai bambini rom (“per tutelare i loro diritti” aveva detto). L’idea aveva suscitato una fortissima indignazione da parte di politici e associazioni, ed era stata poi bocciata senza appello dal Parlamento europeo il 10 luglio 2008. Poi è arrivata l’emergenza, parola magica che tutto giustifica, e con essa la creazione dei prefetti-commissari e dei vari “Piani nomadi”. Così, una procedura su cui un tempo c’era stata un’imponente levata di scudi in modo quasi trasversale, stavolta è passata quasi sotto silenzio. E non si tratta di un caso isolato.

C’è Milano, per esempio, dove il giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti l’anno scorso aveva denunciato i moduli di identificazione in dotazione della polizia in caso di reato. In cui uno dei campi da riempire era proprio quello del gruppo etnico di appartenenza. Per gli italiani, veniva scritta la formula generica: “Europeo mediterraneo”. Soltanto per i rom, che fossero nomadi o stanziali, italiani o stranieri, veniva precisato il gruppo etnico: “rom”. Senza contare che spesso i poliziotti lo scrivevano anche se il cittadino era solo rumeno riempiendo così il database della Polizia di rom autori di reato, ma che rom non sono.

Tornando a Roma, come dimenticare poi quel modulo, distribuito nel 2010 da Trenitalia ai controllori e ai capotreni per segnalare “eventuali passeggeri di etnia rom” che salivano e scendevano dal treno alla fermata di Salone (situata nei pressi di un enorme campo nomadi), tra Roma Tiburtina e Avezzano? Si trattava anche stavolta di un modulo prestampato in cui, tra i campi da riempire, c’era anche quello che chiedeva di indicare l’appartenenza all’etnia rom, senza peraltro menzionare se fossero passeggeri sprovvisti di biglietto o molesti. La protesta scandalizzata di capotreni e controllori aveva portato al ritiro immediato dei moduli, ma anche quest’episodio è indicatore di come l’idea di una schedatura sistematica dei rom sia sempre contemplata, più o meno velatamente e sempre nel nome della sicurezza, da istituzioni e governi.

“Questo perchè la politica sulle popolazioni rom e sinti in Italia è sempre la stessa – commenta ancora Carlo Stassola – Ci si lamenta dei rom che vivono nei campi, con pregiudizi e stereotipi veicolati anche e soprattutto dai media. Eppure, anche per opportunità politica, non si vuole pensare a una seria politica abitativa che contempli il superamento dei campi e che rinunci all’emergenza rom”. Emergenza tra l’altro dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato nel novembre del 2011. Il motivo? In Italia non ci sarebbero situazioni di allarme sociale concrete tali da giustificarla.

di Anna Toro – Mercoledì, 18 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Donna.tuttogratis.it

Foto: Donna.tuttogratis.it

Si chiama Al Capone, occhi e riccioli neri, lo sguardo un po’ timido, bellissimo. Ha trascorso quasi tutta la sua vita dietro le sbarre, ma diversamente dal gangster italo-americano, è solo un bambino di 3 anni: sta scontando la pena insieme alla madre detenuta nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, ed è uno dei piccoli che compaiono nel documentario girato dalla giornalista del Manifesto Luisa Betti, dal titolo “Il carcere sotto i tre anni di vita”. Il video è stato proiettato sabato a Roma al Museo Storico della Liberazione, nell’ambito di un percorso di iniziative e incontri sul tema organizzato dal Museo e coadiuvato da associazioni come Madri per Roma Città Aperta e la Casa delle Donne.

La situazione del piccolo Al Capone è la stessa di altri 70 bambini sparsi per le carceri della Penisola. La legge italiana, infatti, permette ai piccoli da 0 ai 3 anni di stare “dentro” insieme alle loro madri autrici di reato. Allo scadere dei 3 anni, i piccoli vengono mandati fuori, da parenti se li hanno, o in case famiglia, a volte in affidamento o adozione, con tutti i traumi e le tragedie che ne conseguono. “Queste donne sono spesso considerate delle cattive madri – spiega Luisa Betti – incapaci di portare avanti il proprio ruolo. Senza contare che l’attenzione di istituzioni e società sui motivi che le portano in carcere, così come l’attenzione sull’impatto che il carcere ha sulla loro vita e su quella dei loro figli dentro e fuori, è sempre stata molto scarsa”.

Marginalità sociale e infanzia segnata. Oggi in Italia le donne che vivono coi i propri bambini in carcere sono poco più di 60, su un totale di circa 2600 donne detenute (il 4% dei ristretti in generale). Sei sono le carceri interamente femminili in Italia, e solo sedici gli asili nido funzionanti. Al Capone, Rambo, Armani, sono i nomi suggestivi (talvolta discutibili) che queste mamme scelgono per i propri figli, forse sperando per loro un avvenire “brillante”, di certo diverso dal proprio. Sono infatti donne che vengono per lo più da contesti di marginalità sociale: madri single con bassa scolarizzazione, disoccupate per lunghi periodi, straniere, prostitute, tossicodipendenti, rom, immigrate clandestine, spesso con figli avuti in giovanissima età. Secondo diversi studi condotti sulle donne detenute in Europa e in Italia, la tipologia di reato più frequente in questa categoria sono violazioni delle leggi sulle droghe e reati contro il patrimonio. Perciò queste donne vanno in carcere perlopiù per brevi periodi (il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio), che si allungano all’accumularsi delle recidive, piuttosto frequenti.

Secondo Silvia Girotti dell’Avoc (Associazione Volontari Carcere), “la maternità in carcere è una maternità interrotta”, così l’infanzia dei bambini da 0 ai 3 anni è segnata per sempre. Diversi studi hanno infatti riscontrato effetti negativi determinati dalla struttura penitenziaria anche in bambini così piccoli: molti, vivendo un rapporto simbiotico con la madre, sviluppano un attaccamento insicuro e mostrano difficoltà anche in brevi separazioni da lei; hanno comportamenti di forte protesta e autolesionistici, come sbattere la testa, o graffiarsi; si sono notate anche difficoltà nell’alimentazione e nel ritmo sonno-veglia, oltre a uno sviluppo cognitivo e linguistico ritardato a causa degli scarsi stimoli: i bambini imparano poche parole (di cui le prime sono spesso “agente” e “apri”), prediligono una comunicazione gestuale, usano poco la fantasia e utilizzano giochi ripetitivi come aprire e chiudere le porte quando possono farlo (infatti imparano che devono aspettare che l’agente apra) e giocano con le chiavi, con un richiamo evidente alla realtà carceraria. Per quanto riguarda le madri, c’è il terrore dell’allontanamento forzato dal piccolo al compimento dei tre anni, e l’angoscia di non poter accudire i figli che sono fuori e di perdere il rapporto con loro.

Limiti e falle della nuova legge. Un cambio di rotta nella legislazione potrebbe fare molto per migliorare la situazione. “Un anno fa si è discussa una nuova legge sulle detenute madri, che entrerà in vigore dal 2014, ma è cambiato ben poco – spiega Luisa Betti – Il limite dell’età del bambino è stato alzato ai 6 anni, ma il problema delle recidive e delle donne senza fissa dimora resta. Inoltre la madre non può nemmeno accompagnare, se non a discrezione del giudice di sorveglianza, il figlio in ospedale o a una visita specialistica, e tanto meno assisterlo”.

All’inizio la legge era di ben altro calibro, ma nel passaggio dalla Camera al Senato è stata in gran parte snaturata. “L’onorevole radicale Rita Bernardini – continua la giornalista – ha spiegato che questo svuotamento degli intenti originari è stato il frutto di un accordo bipartisan per accontentare la Lega che aveva insistito per la sicurezza”. Lo spiega bene Eugenia Fiorillo, educatrice nel Carcere femminile di Rebibbia, quando nel documentario di Luisa Betti afferma: “In questo caso al centro sta sempre l’adulto, non il minore. E la legge pensa solo alla salvaguardia della società, non del rapporto madre-figlio”.

Prossimi obiettivi. “Sul destino della detenuta e di suo figlio decide sempre il magistrato di sorveglianza, a sua discrezione – puntualizza Francesca Koch, presidentessa della Casa delle Donne –. Permessi, detenzione domiciliare, revoca delle misure, tutto. Anche se recentemente si è riusciti ad ottenere che, per le visite di emergenza ai figli in ospedale, ora vale anche la decisione della direttrice dell’istituto”. Piccole e grandi vittorie conquistate, ricordano al Museo della Liberazione, anche grazie all’incessante lavoro della combattente per i diritti civili Leda Colombini, deceduta per un malore lo scorso dicembre a 82 anni, proprio mentre svolgeva la sua quotidiana opera di volontariato al carcere di Regina Coeli di Roma.

“Il bambino non deve stare in carcere, non può pagare per la pericolosità sociale” spiegano le associazioni, che hanno preparato una lettera da inviare al Ministro dell’Interno e a quello della Giustizia. “Abbiamo un po’ di speranza, non solo perchè sono due donne, ma perchè ci sono stati segnali positivi: la Cancellieri ad esempio, ha fatto uscire Adama dal Cie, la Severino non si è pronunciata contro l’amnistia e vorrebbe spingere verso un maggiore utilizzo delle misure alternative”. Un altro obiettivo è la creazione di un Icam (Istituti Custodia Attenuata per Madri) anche a Roma. “Per ora in Italia ne esiste solo uno, a Milano – spiegano le associazioni – e allora noi chiediamo: perchè non spostare un po’ di fondi per l’edilizia penitenziaria verso gli Icam? Anche se – aggiungono infine – senza una modifica del regolamento penitenziario, qualsiasi abbellimento delle strutture di detenzione sarà comunque inutile”.

A vederlo, quel luogo fa impressione: file di capannoni tutti uguali in un territorio in mezzo al nulla delimitato da un recinto metallico. I capannoni ospiteranno centinaia di uomini, donne e bambini e saranno sorvegliati giorno e notte tra telecamere e vigilanza armata. No, non sono tornati i nazisti, è solo il nuovo “campo nomadi” romano di La Barbuta, uno di quei campi “attrezzati” tanto pubblicizzati dal Piano Nomadi, che aprirà i battenti il 15 dicembre di quest’anno, nell’area tra tra il comune di Ciampino e il municipio X.

Si tratta del primo “campo” costruito ex novo dall’amministrazione Alemanno, sorto su quattro ettari e comprendente 160 moduli abitativi di 24 e 32 metri quadri, con una capacità di accoglienza di 650 persone, tutti rom e sinti provenienti da altri insediamenti romani: i 400 di Tor de Cenci, insieme ai circa 250 residenti dell’insediamento abusivo poco distante dal nuovo campo.

Com’era prevedibile, sono in molti a non volere questo campo: dalle associazioni al sindaco di Ciampino agli stessi rom. I motivi non sono sempre gli stessi, ma sta di fatto che il suo destino è diventato improvvisamente incerto. Non tutti sanno, infatti, che il 16 novembre 2011, quindi circa due settimane fa, la sentenza n. 6050 del Consiglio di Stato ha stabilito l’illegittimità dell’Emergenza nomadi. Si tratta di una sentenza dagli effetti anche retroattivi, che rende di fatto nulle le precedenti ordinanze di nomina dei commissari straordinari per l’emergenza e di tutti i successivi atti commissariali. Motivo principale: non esistono, secondo il consiglio di Stato, fatti che confermano l’esistenza di un nesso tra la presenza di insediamenti Rom e Sinti sul territorio e i disturbi alla sicurezza ed alla quiete pubblica. Tra l’altro nel nostro Paese vivrebbero all’incirca 170.000 persone di etnia Sinti o Rom, pari allo 0,2% o poco più della popolazione, uno dei tassi più bassi d’Europa, la metà dei quali avrebbero cittadinanza italiana.

(da Cinquegiorni.it)

Non è un mistero il fatto che l’emergenza non sia nient’altro che un grande business, utile solo allo sperpero dei fondi pubblici e a condizionare le campagne elettorali. E la recente sentenza del Consiglio di Stato ha un valore enorme perchè dichiara ufficialmente il fallimento delle politiche di emergenza sui rom cominciate oltre 3 anni fa, eseguite senza un reale criterio e un percorso finalizzato a dei risultati concreti. Si sono spesi e si continuano a spendere milioni di euro per un modello, quello dei campi, che si è rivelato inutile e controproducente. Di questo business sono molti ad approfittarne, compresi gli stessi rom, che non sono tutti vittime di questa situazione.

Lo stato di emergenza era stato dichiarato il 21 maggio 2008 dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, “in relazione agli insediamenti di comunità nomadi”, con la relativa nomina dei prefetti di Roma, Napoli, Milano, Torino e Venezia quali “commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza” nelle regioni di Lazio, Campania, Lombardia, Piemonte e Veneto. Sono così partiti i vari Piani Nomadi, come quello romano del 2009 firmato dal prefetto-commissario Giuseppe Pecoraro, che ha dato l’avvio agli sgomberi forzati degli insediamenti abusivi, diventati “molto frequenti ed eseguiti con sempre maggiore impunità”, come ha più volte denunciato Amnesty International.

Per il Piano Nomadi del Comune di Roma sono stati stanziati ben 32 milioni di euro. Alemanno aveva chiesto altri 30 milioni di euro dopo il tragico rogo sull’Appia che provocò la morte di Sebastian, Elena Patrizia, Raoul ed Eldeban, tutti fra gli 11 e i 3 anni, incontrando un netto rifiuto dal ministro dell’Interno Maroni.

Fondi o no, il Campidoglio ha comunque dato il via ai lavori per il costosissimo campo di La Barbuta. Le proteste da parte delle associazioni non si sono fatte attendere. Il campo infatti, oltre a stare sopra una falda acquifera, sulla sorgente Appia, sorge anche sopra una villa romana quindi in teoria l’area sarebbe protetta da un vincolo archeologico. Secondo una stima dell’associazione 21 Luglio, per i rilievi archeologici il comune ha speso circa 1 milione di euro, a cui si sono aggiunti altri 30 mila euro per una parziale bonifica quando si è scoperto che il terreno era inquinato da una discarica abusiva di eternit. Sempre secondo l’associazione, il campo alla fine verrà a costare un totale di 10 milioni di euro, più altri 3 milioni di spese di gestione. “Se facciamo due conti: 15 mila euro a persona, 45 mila euro per una famiglia di 3 persone, 75 mila euro per una famiglia di 5 persone, 105 mila euro per una famiglia di 7 persone – commenta Stefano Stassola di 21 luglio – con un terzo delle spese e un programma affidato a persone competenti si sarebbe potuto fare molto meglio”.

Inutile dire che il Comune non si è mai curato del fatto che trasferire intere comunità lontano dal tessuto urbano e chiuderle dentro un recinto, oltre a ledere qualsiasi principio di dignità umana, rende di fatto impossibile l’integrazione di queste persone. Poi però ci si chiede com’è che l’amministrazione abbia speso due milioni e mezzo di euro per progetti rivolti ad incoraggiare la frequenza scolastica, per poi vanificare i progressi trasferendo i bambini e i ragazzi rom lontano dai centri abitati, tra mille disagi nei trasporti (si calcolano percorsi di sessanta minuti) e continui ritardi negli ingressi che certamente non agevolano le finalità stesse dei progetti. Senza contare che adesso col nuovo campo i bambini rom saranno redistribuiti nelle scuola ad anno scolastico iniziato. E’ il business dell’emergenza, bellezza.

Bonifica La Barbuta

Ancora una volta si sceglie la via della segregazione, spendendo energie e risorse economiche per quelli che sono dei veri e propri ghetti, per quanto “attrezzati”. E’ la stessa idea di campo che non funziona, nata dalla falsa convinzione che i Rom e i Sinti siano nomadi e abbiano bisogno di luoghi in cui “sostare”, non in cui stabilirsi. Invece il nomadismo in Italia è scomparso in realtà da decenni, basti pensare che su 170mila presenze sul territorio nazionale, 35mila vivono in case in affitto o di proprietà. La scusa principale è che “loro non si vogliono integrare”, eppure dove c’è stata la volontà politica e il coinvolgimento attivo delle diverse comunità nella politica sociale e abitativa, le cose hanno preso una piega diversa (vedi in Abruzzo). Politiche sociali e abitative ragionate e differenziate, che dovrebbero coinvolgere tutte le situazioni di disagio, a prescindere dall’etnia.

Se non la si vede in termini di solidarietà, i cittadini dovrebbero preoccuparsi almeno dal punto di vista degli sprechi di danaro pubblico. E capire che con le buone pratiche e i percorsi ben studiati è più difficile sprecare e lucrare e si possono ottenere ottimi risultati. La sentenza del Consiglio di Stato e l’abbandono delle politiche dell’emergenza è un primo passo. Certo, quando si tratta di rom, anche queste ragioni vanno a farsi benedire. Leggendo certi commenti ad articoli e video sembra che a mettere d’accordo tutti sia piuttosto una bella passata di napalm e lanciafiamme. E’ la ragione che torna a dormire. 

(da Paconline.it)

A questo punto i black bloc dovrebbero andare avanti. Che senso ha spaccare tutto solo un giorno? Si organizzano, un po’ ogni giorno, spatàm, kaboom, crash, pùm pùm, sbràm, e devastano un pezzo di

15 ottobre. Roma, p.zza S. Giovanni

città alla volta in modo continuativo. Magari la gente inizia a prenderci gusto e si unisce. Tanto la voglia di spaccare le cose ce l’abbiamo tutti. La casta ce la mangeremmo viva.

Ma così.. non capisco la strategia. Il governo è caduto? Il popolo ha vinto? Le banche cambieranno diventeranno tutte templi dell’etica? A meno che quelli di ieri, così cool nelle loro uniformi nere da hockey, non siano stati tutti fasci e poliziotti infiltrati. Allora gli avvenimenti di ieri avrebbero un senso. Roba vecchia e stantia, che però funziona sempre. Ma chissà. Potrebbe anche essere che di strategia non ce ne sia stata proprio. Strategia portami via.

Ovviamente sto esagerando, ma insomma. Ci lamentiamo sempre che le manifestazioni non servono a niente. Ci lamentiamo quando 4 cretini sfasciano tutto. Ci lamentiamo quando i cortei chiudono le strade e intasano il traffico. Ci lamentiamo quando questo e quello fanno sciopero, perchè non permettono ad altri di lavorare e portare a casa quei 2 soldi maledetti che non bastano nemmeno per sopravvivere. Questo mentre pochi altri vivono da porci alle nostre spalle.

Ne approfittano del fatto che la coesione e la solidarietà tra i cittadini ormai non esiste più. L’individualismo non ci permette di organizzarci in modo sì civile, ma che sia anche efficace. Tipo sdraiarci tutti di fronte a Monte Citorio e non spostarci nemmeno se arrivano le ruspe. Così crei disagio ma non fai male a nessuno. Cose così..che ne so. E nessuno ti può accusare di violenza, al contrario. Ah Gandhi.. Noi non potremmo mai fare una cosa del genere. Non ci fidiamo degli altri, non ci fidiamo di nessuno. Penso che ognuno sia troppo preso a pensare alla propria sopravvivenza per mettersi in gioco sul serio insieme a tutti gli altri. E allora l’unica via diventa la violenza, o il solito ombrello di Altan che ormai non sentiamo quasi più.

14 ottobre, Roma, via Nazionale. Ecco, questo tipo di protesta mi è piaciuto. Il problema sono come sempre i numeri...

14 ottobre. Roma, via Nazionale

14 ottobre. Roma, via Nazionale

Le solite guerre fra poveri. Stavolta spinte e paroloni sono volati fra Gaetano Ferrieri con i suoi precari del Presidio a Montecitorio e Gianfranco Mascia del Popolo Viola. Praticamente i due gruppi a cui ho dedicato alcuni dei miei ultimi post. (Sarò io che porto sfiga?) Che tristezza, ragazzi.

E’ successo oggi, in occasione del voto sull’arresto del ministro Romano, quando i due gruppi si sono trovati entrambi di fronte a Montecitorio per due distinte manifestazioni di protesta. Non ho nemmeno capito bene il motivo del litigio. So solo che non è stato un bello spettacolo, specie alla luce dei propositi che animano i due gruppi. Tra l’altro, a quanto leggo su internet, il Popolo Viola stesso si sta un po’ stufando delle iniziative e protagonismi di Mascia. Non so, non conoscevo queste dinamiche interne.

Stasera non erano che poche decine e, a sentire il tg di Mentana, il gruppo è già quasi bello che morto. Questi tristi spettacoli mi ricordano un po’ anche la sinistra. Per carità, è giusto discutere, litigare, avere divergenze d’opinioni, ma certe volte bisogna anche aver presente i propri obiettivi e provare a realizzarli, invece che riempirsi solo la bocca di belle parole. “Pocos, locos y mal unidos”, lo dicevano dei sardi, ma si potrebbe benissimo estendere.

Ci proviamo anche noi. In Italia prove di democrazia dal basso, cercando di emulare i compagni spagnoli, pure loro stanchi di dover mettere le loro vite nelle mani dei soliti ladri e incompetenti. Un bel corteo di qualche centinaia di persone, organizzato dal Popolo Viola e dagli Indignati di Roma, è partito ieri pomeriggio da p.zza della Repubblica

Assemblea p.zza S. Giovanni

per approdare in p.zza S. Giovanni. Qui hanno montato le tende e hanno dato via a una due giorni di protesta, assemblee, tavoli di lavoro, proiezioni di documentari e presentazioni di libri.

C’erano dei ragazzi spagnoli che hanno condiviso la loro esperienza con l’assemblea riunita in un grande cerchio. Abbiamo ascoltato, chi voleva interveniva, con tutta una serie di regole e autodisciplina che il gruppo si è dato per fornire la possibilità a tutti di parlare, senza protagonismi (più o meno, bisogna lavorarci), o decisioni imposte dall’alto. Molto bello, anche se in questo modo immagino che, per prendere ogni decisione, ci voglia un’eternità. Ma magari con un po’ di allenamento funziona. D’altronde non siamo più abituati a “partecipare”. Un po’ emozionati, imbarazzati, goffi a volte, ma con tanto entusiasmo e speranza, i ragazzi stanno re-imparando. La condivisione delle esperienze all’estero si sta rivelando preziosa.

Poi probabilmente la nostra situazione, quella di noi italiani dico, è molto peggiore. Non lo so, ma non riesco a immaginarmi personaggi al governo di una democrazia peggiori dei nostri, non è possibile. Dai, no. Berlusconi, Bossi, Calderoli, Maroni, Cicchitto, Sacconi, La Russa.. holy shit, meglio fermarci qui. Anche perchè non voglio arrivare a parlare dei governanti locali. Forse siamo un caso disperato, e dovremmo sperare solo in un’eutanasia veloce. O nei soliti cari vecchi forconi, che spesso mi trovo a sognare (e Silvio nel balcone con i capelli di plastica diventati bianchi che dice stizzito: “S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche. Cribbio!).

10 settembre p.zza S. Giovanni

Ma poi quando vedo che c’è davvero gente che ha voglia di partecipare e di riprendere in mano il proprio destino, un po’ sono felice. Mi basta poco eh? Ma non è poco. Mi fa tornare la voglia di sperare che ci sia un futuro migliore per me, per la mia family, per i miei amici, ma anche per gli ex operai Vynils dell’Isola dei cassintegrati (presenti alle giornate), per le donne che stanno occupando la fabbrica Tacconi Sud, per gli ex-dipendenti truffati dei call center, per tutti, tutti coloro che hanno dei sogni da realizzare o vogliono ricominciare e rimettere assieme i pezzi della propria vita andata alla deriva, non certo per colpa loro. La solita ingenua, eh eh…ma anche due giorni di speranza sono preziosi, in questi tempi bui e ultra-precari. Godiamoceli.

Una mano dalla Spagna 😉

Operaia Tacconi sud

                           

28 e 29 luglio, convegno sulla Giustizia e la situazione delle carceri organizzato in Senato dai Radicali, alla presenza addirittura di Napolitano e Schifani. Si sono dette tante belle cose, giuste e condivisibili, come succede sempre in questo tipo di convegni. Tuttavia, penso che il punto sia stato centrato dall’avvocato Giulia Bongiorno (Fli), quando dice che il problema non è la condivisione di certe idee di riforma (e il convegno, che è stato trasversale, lo dimostra).

Il problema, ha detto, è che nelle aule parlamentari si parla di tutt’altro, in pratica non ci s’interessa dei reali problemi dei cittadini. Non avevamo dubbi, onorevole, ma per me era ora che qualcuno degli interessati lo dicesse chiaro e tondo. Ora, a prescindere dal fatto che la sua parte politica, ovvero il signor Fini Gianfranco, abbia messo la firma sotto alcune delle leggi più deleterie per il nostro sistema penitenziario e non solo, direi che vale la pena ascoltare alcune delle cose che la Bongiorno ha detto, e che, ripeto, centrano proprio il punto: è inutile, o quasi, condividere certe proposte anche all’unanimità se dall’altra parte non c’è la volontà politica di mandarle avanti.

L’emergenza carceri è più esplosiva che mai. Ieri però Marco Pannella, Rita Bernardini e Irene Testa dei Radicali italiani hanno deciso di sospendere lo sciopero della fame, e hanno invitato anche gli altri aderenti a fare lo stesso. Ovviamente c’è un motivo, spiegato dallo stesso Pannella:

Dobbiamo essere speranza – ha detto – non solo averla e onorare ogni segno positivo, ogni millimetro di cammino nella direzione giusta invece che continuare in questa rovina verso il basso che sembra trainarci tutti con la sola forza della gravità. Allora onoriamo questa occasione, onoriamo il fatto che il nostro Presidente della Repubblica con una espressione pubblica, abbia avuto la bontà, e la generosità di riconoscere la nostra storia di difesa dei diritti civili e del diritto e onoriamo che il Presidente del Senato Schifani abbia avuto la ragionevolezza di adoperarsi a favore di questo convegno […] facendone noi tutti tesoro.”

Il convegno di cui parla è quello previsto per il 28 e 29 luglio in Senato alla presenza di Napolitano e Schifani, e s’intitolerà “Giustizia! In nome della legge e del popolo sovrano”. Parteciperanno le massime autorità istituzionalmente interessate, insieme alle forze politiche e sociali impegnate per la riforma della giustizia e, conseguentemente, per superare l’attuale condizione delle carceri italiane.

A seconda di come andrà il convegno i protagonisti decideranno se riprendere o no la loro protesta nonviolenta. Io ovviamente cercherò di partecipare a entrambe le giornate. Non credo sarà un punto di svolta, ma penso sia comunque un momento importante da monitorare (sia per il mio lavoro sia per il mio autentico interesse verso la situazione delle carceri). Vedremo…

Ma non sono solo i radicali a fare lo sciopero della fame. Come mi è stato prontamente ricordato ieri dal mio amico Gize, dal 4 giugno alcune persone hanno cominciato questo tipo di lotta nonviolenta unita a un presidio permanente di fronte a Montecitorio. Chiedono in sintesi la riduzione costi della politica e una nuova legge elettorale. Ma chi sono questi? Booh? Potete leggere di loro in questo sito: http://www.presidiomontecitorio.it/

Come al solito i media ne hanno parlato pochissimo. Dopotutto, come ha dimostrato Pannella, l’unico modo per avere un po’ di attenzione è se crepi, o quasi (se si tratta di detenuti, invece, possono anche crepare, che tanto a nessuno frega niente). Se poi la protesta diventa un minimo violenta ti si ritorce contro, anche a livello di immagine, vedi in Val Susa (ma possibile che debbano vincere sempre e in ogni caso loro?) Comunque proverò ad avvicinarmi in questi giorni a Montecitorio e saperne un po’ di più.