Archive for the ‘Politica’ Category

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Tantissima gente ieri alla serata speciale organizzata a Roma dai volontari dell’ex Baobab: una cena per strada e la proiezione di un film nel muro di via Tiburtina, a ridosso del cimitero di Verano, proprio allo sbocco di quella famosa via Cupa che da tempo riempie le cronache dei giornali.

E’ lì che ieri tantissimi cittadini e cittadine si sono riuniti, molti dei quali neanche conoscevano in modo approfondito le vicende dell’ex centro per migranti, più volte sgomberato da un’ordinanza del prefetto ed ora completamente chiuso.

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Si sono incontrati, hanno parlato con coloro che ormai da tempo sono costretti a dormire e vivere per strada, hanno visto, toccato con mano la situazione vergognosa in cui le istituzioni romane hanno lasciato degli esseri umani, semplicemente colpevoli di volersi spostare per trovare condizioni di vita migliori. Perché non solo li si è abbandonati, ma non si permette nemmeno a coloro che vogliono aiutarli di poterlo fare in maniera adeguata. Almeno fino al giorno in cui, a livello istituzionale, non si decida di mettere la parola fine alla parola “emergenza” in tema di accoglienza (utopia?)

Eppure in via Cupa ce la mettono tutta: ormai da mesi attorno alla tendopoli che si è formata per strada, di fronte all’ex centro, si è mobilitata una delle più grandiose forme di solidarietà collettiva da parte dei cittadini romani che ogni giorno, sotto la guida attenta dei volontari, portano qualcosa a coloro che ne hanno bisogno, cucinano, assistono, mettono a disposizione tempo e competenze.

Una solidarietà che non poteva non colpire la sensibilità di molti artisti e registi che hanno dato il loro sostegno alla serata di ieri, la maggioranza con una firma, ma qualcuno – come Sabina Guzzanti – anche con la presenza fisica. Tra coloro che hanno aderito: Valerio Mastandrea, Claudio Santamaria, Francesca Comencini, Stefano Rulli, Luca Zingaretti e, naturalmente, Gianni Amelio, che ha gentilmente concesso a questo speciale pubblico di poter proiettare e vedere il suo film “Lamerica”, un film realizzato vent’anni fa ma purtroppo ancora attuale.

“Da mesi a Roma, in via Cupa 5 (stazione Tiburtina) transitano migliaia di migranti, è stato calcolato circa 35mila nel solo 2015 – si legge nell’appello di invito alla serata – I volontari del Baobab e altri, inclusi semplici cittadini, con un grande sforzo ed estrema generosità, stanno offrendo un aiuto ma non sono sostenuti in alcun modo dalle istituzioni, che non solo in un anno non sono riusciti a trovare un luogo dove accoglierli, ma anzi hanno inviato le forze dell’ordine che ogni ora minacciano di sgomberare. La situazione è precaria sotto tutti i punti di vista, igienico-sanitario, alimentare, logistico. È una situazione insostenibile, politicamente e umanamente”.

La serata è riuscita nel suo intento, ma i volontari e i migranti restano in attesa di una risposta concreta delle istituzioni, che come al solito tarda ad arrivare.

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di Anna Toro

Anche Roma è tra le 61 città italiane che sabato 7 maggio hanno aderito a Slot Mob, la manifestazione che si propone di sensibilizzare e informare i cittadini contro i pericoli del gioco d’azzardo. Una mobilitazione dal basso, che trova il suo senso concreto nel celebrare e festeggiare con una “colazione di massa” quei bar che si sono distinti per aver rinunciato alle slot machine e con esse ai guadagni che gli esercenti traggono da scommesse e macchinette mangiasoldi.

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“Un bar senza slot ha più spazio per le persone” hanno ripetuto i promotori di Slot Mob mentre consegnavano ai gestori virtuosi le loro targhette da affiggere nell’esercizio. Quelle stesse persone che, nel sole di sabato mattina, si sono riversate in piazza Re di Roma, zona non periferica ma ad alta densità di gioco, e a due passi da una delle sale bingo più grandi d’Europa. Per l’occasione, la piazza si è riempita di stand, associazioni, tantissimi giovani e famiglie che hanno potuto informarsi e riscoprire un altro tipo di gioco: quello “sano”, che promuove la condivisione e lo stare insieme rinsaldando il tessuto sociale.

“Il gioco d’azzardo è all’opposto – spiegano i volontari di Slot Mob – In Italia genera un volume da 88 miliardi di euro che invece che essere impiegato per il benessere collettivo diventa fonte di disgregazione e di recessione”. Di questi, 8 miliardi netti finiscono nelle casse dello Stato sotto forma di tasse, ed è anche per questo che, in tutti questi anni, gli appelli per porre un argine a questa piaga sociale sono rimasti inascoltati da parte delle istituzioni.

piazza re di roma 9“Persa ormai la fiducia nel Parlamento, non ci rimane che il presidente della Repubblica” spiegano i volontari del movimento, che durante la mattinata hanno distribuito e fatto firmare ai cittadini le copie di una lettera da spedire via posta ordinaria a Mattarella. Una lettera in cui la società civile si rivolge al presidente affinché, quale ultimo baluardo della coscienza della Repubblica, si attivi per sottrarre la gestione dell’azzardo alle società commerciali che non possono far altro che incentivarlo per trarne profitto. “Esiste un Paese reale che resiste e che ce la potrà fare perché rifiuta di ridurre tutto a merce o materiale di scarto” si legge nella parte finale.

Una battaglia non certo facile. “Il gioco d’azzardo –  ha ricordato il vicario del papa, il cardinal Vallini, anche lui presente alla manifestazione – è una delle tragedie più estese, spesso nascoste, dove la miseria, la divisione, le lotte, i furti in famiglia, i pignoramenti, le separazioni diventano sofferenza e si fanno concreti”. Per il cardinale non è certo una coincidenza che proprio vicino ai locali in cui si gioca d’azzardo, siano sorti così tanti Compro Oro. “Significa che al fondo c’è la consapevolezza di una fragilità che andrebbe aiutata, anche evitando di moltiplicare le occasioni. Qui dovrebbero entrare in ballo le istituzioni, che invece lucrano sul gioco”.

Leonardo Becchetti

Leonardo Becchetti

Un gioco in cui i cittadini perdono sempre, mentre le uniche a trarne ingenti profitti restano, nonostante la legalizzazione del gioco, le organizzazioni mafiose. “Comprare un biglietto di gratta e vinci e mettersi alle slot è come comprare un’azione che rende per principio il -24%, e dove la possibilità di vincere il primo premio è 15mila volte meno probabile che un asteroide colpisca la terra” afferma Leonardo Becchetti, docente di economia dell’Università Tor Vergata e attivista della finanza etica. Secondo il professore, abbandonare il gioco d’azzardo farebbe bene anche allo Stato: tra le tasse non percepite sui mancati consumi di chi viene rovinato dal gioco, i costi della spesa sanitaria per contrastare le dipendenze patologiche, per non parlare del tasso di evasione nel settore che è altissimo, i conti dicono infatti un’altra verità, diversa da quella professata dalle istituzioni. “Quei miliardi sarebbero spesi in altri settori più sani, e l’economia girerebbe comunque” commenta Becchetti.

 

Intanto, dalla sua nascita nel 2013 il movimento Slot Mob continua a crescere e diffondersi. “Abbiamo un’altra idea di stare al mondo – dichiarano nel “Manifesto di democrazia economica” presentato a Roma lo scorso 12 aprile – Per molti la cognizione dell’azzardo, come esempio eclatante dell’oscenità del potere dei soldi sulla vita collettiva e personale, si sta rivelando una formidabile presa di coscienza della finanza casinò e dei suoi meccanismi autodistruttivi. Siamo solo all’inizio di un cammino di libertà che invitiamo tutti a percorrere insieme”.

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I cittadini firmano la lettera indirizzata al presidente della Repubblica Mattarella.

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di Anna Toro – Giovedì, 26 Gennaio 2012 Unimondo

La dignità dei rom – foto: Amnesty Italia

La dignità dei rom – foto: Amnesty Italia

“Un giorno ci hanno dato l’invito per presentarci alla Questura, a febbraio 2010. Sono venuti gli autobus dell’Atac a prenderci e ci hanno portato all’Ufficio Immigrazione nello sportello per gli zingari. Sono entrato dentro, mi hanno fatto le fotografie, mi hanno preso le impronte digitali. Dovevo farlo per forza, sennò non entravo nel campo”.

A parlare è M. T. 15 anni, rom con cittadinanza bosniaca residente nel campo nomadi formale di Camping River, Roma. La sua è una delle testimonianze che aprono il Memorandum per il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale dell’Onu, redatto dall’associazione 21 Luglio, onlus impegnata nella difesa dei diritti dell’infanzia.

Il Memorandum denuncia un fatto fino a poco tempo fa sconosciuto alla cittadinanza: la schedatura, tra il 2009 e il 2010, di circa 5000 persone di etnia rom e sinti, tutti residenti nei sette campi “attrezzati” della Capitale. Per 21 Luglio, infatti, si tratta di un’identificazione “fatta solo sulla base dell’etnia” e alla quale non sono sfuggiti i minorenni e i bambini anche molto piccoli, in spregio ai trattati internazionali e alle convenzioni dei diritti per l’infanzia. E anche se la Questura nega, il sospetto dell’associazione è che negli uffici comunali si sia creato un vero e proprio database su base etnica.

Bambini schedati e altre irregolarità. La procedura era questa: gli autobus dell’Atac (l’azienda di trasporto pubblico comunale) passavano a prendere le famiglie di rom e sinti in attesa fuori dai campi. Una volta arrivati in Questura, i gruppi venivano messi in coda di fronte a un ufficio apposito, con tanto di cartello recante la dicitura “Sportello Nomadi – No asilo politico”. Dopodiché venivano chiamati ad uno ad uno e identificati secondo dei criteri ben precisi: a ognuno venivano infatti chiesti i documenti, veniva poi misurata l’altezza e fatta la foto, fronte e profilo, e poi quella insieme alla famiglia; quindi si passava alle impronte digitali e alle domande, comprese quelle sui precedenti penali. Testimonianze parlano di registrazione di tatuaggi, e di impronte prese a un ragazzo disabile e perfino a un bambino di 6 anni. “I rom non erano obbligati ad andare in Questura a farsi schedare – spiega Andrea Anzaldi, ricercatore di 21 Luglio e coautore del Memorandum – ma in un certo modo si sentivano costretti: gli addetti del Comune, infatti, dicevano loro che senza l’identificazione non sarebbero potuti poi entrare nei campi attrezzati”.

“L’attività di prefettura e questura è stata corretta” ha risposto piccato il dirigente dell’Ufficio immigrazione Maurizio Improta. Tra le motivazioni addotte per l’operazione c’era anche quella di garantire finalmente uno status giuridico e un permesso di soggiorno a chi non lo aveva. Peccato che su 5000 persone censite, solo 119 abbiano ottenuto permessi di soggiorno per motivi umanitari. “Molti rom sono apolidi e sprovvisti di passaporto, e proprio il passaporto era una delle condizioni per poter avere cittadinanza e permesso di soggiorno” precisa 21 luglio.

Una pratica non nuova. Se la Questura nega con forza che ci sia stata discriminazione razziale, il presidente di 21 Luglio Carlo Stassola si chiede: “E se ci fosse stato scritto Sportello ebrei cosa sarebbe successo?” La provocazione è forte, ma alcune preoccupazioni hanno un fondamento. Basta tornare direttamente al 2007-2008, quando il ministro Maroni, nell’ambito dei Patti per la sicurezza sottoscritti con diverse città italiane e dei vari Pacchetti Sicurezza, fece proprio la proposta di prendere le impronte digitali anche ai bambini rom (“per tutelare i loro diritti” aveva detto). L’idea aveva suscitato una fortissima indignazione da parte di politici e associazioni, ed era stata poi bocciata senza appello dal Parlamento europeo il 10 luglio 2008. Poi è arrivata l’emergenza, parola magica che tutto giustifica, e con essa la creazione dei prefetti-commissari e dei vari “Piani nomadi”. Così, una procedura su cui un tempo c’era stata un’imponente levata di scudi in modo quasi trasversale, stavolta è passata quasi sotto silenzio. E non si tratta di un caso isolato.

C’è Milano, per esempio, dove il giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti l’anno scorso aveva denunciato i moduli di identificazione in dotazione della polizia in caso di reato. In cui uno dei campi da riempire era proprio quello del gruppo etnico di appartenenza. Per gli italiani, veniva scritta la formula generica: “Europeo mediterraneo”. Soltanto per i rom, che fossero nomadi o stanziali, italiani o stranieri, veniva precisato il gruppo etnico: “rom”. Senza contare che spesso i poliziotti lo scrivevano anche se il cittadino era solo rumeno riempiendo così il database della Polizia di rom autori di reato, ma che rom non sono.

Tornando a Roma, come dimenticare poi quel modulo, distribuito nel 2010 da Trenitalia ai controllori e ai capotreni per segnalare “eventuali passeggeri di etnia rom” che salivano e scendevano dal treno alla fermata di Salone (situata nei pressi di un enorme campo nomadi), tra Roma Tiburtina e Avezzano? Si trattava anche stavolta di un modulo prestampato in cui, tra i campi da riempire, c’era anche quello che chiedeva di indicare l’appartenenza all’etnia rom, senza peraltro menzionare se fossero passeggeri sprovvisti di biglietto o molesti. La protesta scandalizzata di capotreni e controllori aveva portato al ritiro immediato dei moduli, ma anche quest’episodio è indicatore di come l’idea di una schedatura sistematica dei rom sia sempre contemplata, più o meno velatamente e sempre nel nome della sicurezza, da istituzioni e governi.

“Questo perchè la politica sulle popolazioni rom e sinti in Italia è sempre la stessa – commenta ancora Carlo Stassola – Ci si lamenta dei rom che vivono nei campi, con pregiudizi e stereotipi veicolati anche e soprattutto dai media. Eppure, anche per opportunità politica, non si vuole pensare a una seria politica abitativa che contempli il superamento dei campi e che rinunci all’emergenza rom”. Emergenza tra l’altro dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato nel novembre del 2011. Il motivo? In Italia non ci sarebbero situazioni di allarme sociale concrete tali da giustificarla.

di Anna Toro – Mercoledì, 18 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Donna.tuttogratis.it

Foto: Donna.tuttogratis.it

Si chiama Al Capone, occhi e riccioli neri, lo sguardo un po’ timido, bellissimo. Ha trascorso quasi tutta la sua vita dietro le sbarre, ma diversamente dal gangster italo-americano, è solo un bambino di 3 anni: sta scontando la pena insieme alla madre detenuta nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, ed è uno dei piccoli che compaiono nel documentario girato dalla giornalista del Manifesto Luisa Betti, dal titolo “Il carcere sotto i tre anni di vita”. Il video è stato proiettato sabato a Roma al Museo Storico della Liberazione, nell’ambito di un percorso di iniziative e incontri sul tema organizzato dal Museo e coadiuvato da associazioni come Madri per Roma Città Aperta e la Casa delle Donne.

La situazione del piccolo Al Capone è la stessa di altri 70 bambini sparsi per le carceri della Penisola. La legge italiana, infatti, permette ai piccoli da 0 ai 3 anni di stare “dentro” insieme alle loro madri autrici di reato. Allo scadere dei 3 anni, i piccoli vengono mandati fuori, da parenti se li hanno, o in case famiglia, a volte in affidamento o adozione, con tutti i traumi e le tragedie che ne conseguono. “Queste donne sono spesso considerate delle cattive madri – spiega Luisa Betti – incapaci di portare avanti il proprio ruolo. Senza contare che l’attenzione di istituzioni e società sui motivi che le portano in carcere, così come l’attenzione sull’impatto che il carcere ha sulla loro vita e su quella dei loro figli dentro e fuori, è sempre stata molto scarsa”.

Marginalità sociale e infanzia segnata. Oggi in Italia le donne che vivono coi i propri bambini in carcere sono poco più di 60, su un totale di circa 2600 donne detenute (il 4% dei ristretti in generale). Sei sono le carceri interamente femminili in Italia, e solo sedici gli asili nido funzionanti. Al Capone, Rambo, Armani, sono i nomi suggestivi (talvolta discutibili) che queste mamme scelgono per i propri figli, forse sperando per loro un avvenire “brillante”, di certo diverso dal proprio. Sono infatti donne che vengono per lo più da contesti di marginalità sociale: madri single con bassa scolarizzazione, disoccupate per lunghi periodi, straniere, prostitute, tossicodipendenti, rom, immigrate clandestine, spesso con figli avuti in giovanissima età. Secondo diversi studi condotti sulle donne detenute in Europa e in Italia, la tipologia di reato più frequente in questa categoria sono violazioni delle leggi sulle droghe e reati contro il patrimonio. Perciò queste donne vanno in carcere perlopiù per brevi periodi (il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio), che si allungano all’accumularsi delle recidive, piuttosto frequenti.

Secondo Silvia Girotti dell’Avoc (Associazione Volontari Carcere), “la maternità in carcere è una maternità interrotta”, così l’infanzia dei bambini da 0 ai 3 anni è segnata per sempre. Diversi studi hanno infatti riscontrato effetti negativi determinati dalla struttura penitenziaria anche in bambini così piccoli: molti, vivendo un rapporto simbiotico con la madre, sviluppano un attaccamento insicuro e mostrano difficoltà anche in brevi separazioni da lei; hanno comportamenti di forte protesta e autolesionistici, come sbattere la testa, o graffiarsi; si sono notate anche difficoltà nell’alimentazione e nel ritmo sonno-veglia, oltre a uno sviluppo cognitivo e linguistico ritardato a causa degli scarsi stimoli: i bambini imparano poche parole (di cui le prime sono spesso “agente” e “apri”), prediligono una comunicazione gestuale, usano poco la fantasia e utilizzano giochi ripetitivi come aprire e chiudere le porte quando possono farlo (infatti imparano che devono aspettare che l’agente apra) e giocano con le chiavi, con un richiamo evidente alla realtà carceraria. Per quanto riguarda le madri, c’è il terrore dell’allontanamento forzato dal piccolo al compimento dei tre anni, e l’angoscia di non poter accudire i figli che sono fuori e di perdere il rapporto con loro.

Limiti e falle della nuova legge. Un cambio di rotta nella legislazione potrebbe fare molto per migliorare la situazione. “Un anno fa si è discussa una nuova legge sulle detenute madri, che entrerà in vigore dal 2014, ma è cambiato ben poco – spiega Luisa Betti – Il limite dell’età del bambino è stato alzato ai 6 anni, ma il problema delle recidive e delle donne senza fissa dimora resta. Inoltre la madre non può nemmeno accompagnare, se non a discrezione del giudice di sorveglianza, il figlio in ospedale o a una visita specialistica, e tanto meno assisterlo”.

All’inizio la legge era di ben altro calibro, ma nel passaggio dalla Camera al Senato è stata in gran parte snaturata. “L’onorevole radicale Rita Bernardini – continua la giornalista – ha spiegato che questo svuotamento degli intenti originari è stato il frutto di un accordo bipartisan per accontentare la Lega che aveva insistito per la sicurezza”. Lo spiega bene Eugenia Fiorillo, educatrice nel Carcere femminile di Rebibbia, quando nel documentario di Luisa Betti afferma: “In questo caso al centro sta sempre l’adulto, non il minore. E la legge pensa solo alla salvaguardia della società, non del rapporto madre-figlio”.

Prossimi obiettivi. “Sul destino della detenuta e di suo figlio decide sempre il magistrato di sorveglianza, a sua discrezione – puntualizza Francesca Koch, presidentessa della Casa delle Donne –. Permessi, detenzione domiciliare, revoca delle misure, tutto. Anche se recentemente si è riusciti ad ottenere che, per le visite di emergenza ai figli in ospedale, ora vale anche la decisione della direttrice dell’istituto”. Piccole e grandi vittorie conquistate, ricordano al Museo della Liberazione, anche grazie all’incessante lavoro della combattente per i diritti civili Leda Colombini, deceduta per un malore lo scorso dicembre a 82 anni, proprio mentre svolgeva la sua quotidiana opera di volontariato al carcere di Regina Coeli di Roma.

“Il bambino non deve stare in carcere, non può pagare per la pericolosità sociale” spiegano le associazioni, che hanno preparato una lettera da inviare al Ministro dell’Interno e a quello della Giustizia. “Abbiamo un po’ di speranza, non solo perchè sono due donne, ma perchè ci sono stati segnali positivi: la Cancellieri ad esempio, ha fatto uscire Adama dal Cie, la Severino non si è pronunciata contro l’amnistia e vorrebbe spingere verso un maggiore utilizzo delle misure alternative”. Un altro obiettivo è la creazione di un Icam (Istituti Custodia Attenuata per Madri) anche a Roma. “Per ora in Italia ne esiste solo uno, a Milano – spiegano le associazioni – e allora noi chiediamo: perchè non spostare un po’ di fondi per l’edilizia penitenziaria verso gli Icam? Anche se – aggiungono infine – senza una modifica del regolamento penitenziario, qualsiasi abbellimento delle strutture di detenzione sarà comunque inutile”.

Quando l’8 maggio scorso si è celebrata la Giornata mondiale della libertà di stampa, il ministro della Cultura Sayed Makhdom Raheen ha dichiarato raggiante che una delle conquiste più eccezionali dell’era post-talebana è stata proprio l’espansione dei media. “Il loro numero è cresciuto da zero a 200 ad appena un mese dalla caduta del regime. Ora abbiamo oltre mille media, tra radio, tv, e carta stampata”.

di Anna Toro – 29 febbraio 2012 – Osservatorio Iraq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/afghanistan-%E2%80%9Cuna-pace-prezzo-della-libert%C3%A0-di-parola-e

Eppure la libertà di stampa nel paese asiatico in guerra da oltre 10 anni rimane tutt’oggi un obiettivo lontano, tanto che secondo la classifica di Reporters senza frontiere (Rsf), l’Afghanistan si trova appena al 150° posto su un totale di 179 nazioni analizzate, confermandosi ancora come uno dei posti più pericolosi in cui un giornalista si trova a operare.

Secondo l’organizzazione che si occupa della difesa dell’informazione in tutto il mondo, il picco di violenze si è raggiunto nel 2009, con 85 episodi avvenuti soprattutto nelle province di Kabul, Herat e Helmand. Senza contare che alcune province del sud-est sono tutt’oggi off-limits per i giornalisti, perché sotto il controllo talebano.

Rsf esprime grande preoccupazione per il silenzio del presidente Karzai sulla questione.

E’ di pochi giorni fa, ad esempio, la notizia della decapitazione di un operatore radiofonico nella zona sud-orientale dell’Afghanistan.

Il giornalista si chiamava Samed Khan Bhadrzai, 25 anni, e lavorava nella radio Mehman – Melmad. Secondo quanto riportato dal quotidiano arabo ‘al-Quds al-Arabi, il cronista aveva ricevuto una telefonata alle 8 di sera ed era uscito di casa: il suo cadavere è stato trovato il giorno dopo dalla polizia afghana nella provincia di Paktika.

Sebbene Bhadrzai operasse in una zona in cui sono molto attive le milizie islamiche del mullah Omar, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha negato la responsabilità del gruppo, nonostante la decapitazione sia quasi il loro marchio di fabbrica.

In ogni caso le speranze sul fatto che l’indagine partita dalla polizia locale possa portare a qualche risultato sono esigue. Lo dimostra il fatto che gli assassini di giornalisti come Zakia Zaki, proprietario della stazione Radio Peace ucciso nel 2007, di Abdul Samad Rohani, reporter della BBC e dell’agenzia afghana Pajhwok ucciso nel 2008, e di Jawed Ahmad, giornalista freelance che lavorava per il network canadese CTV, non siano mai stati identificati e puniti.

Se non si arriva ad uccidere, ci sono poi le intimidazioni e le minacce.

Due settimane fa, a Kabul, il cameraman Parviz Safi dell’emittente di Stato in lingua inglese Press TV è stato attaccato con l’acido da 3 uomini. Il giornalista ha riportato ustioni di secondo grado sul viso ma per fortuna gli occhi non sono stati colpiti e non si trova in pericolo di vita.

Ancora, a gennaio dell’anno scorso Razaq Mamoon, che lavorava per diverse testate afghane e presentava un programma della stazione TV indipendente Tolo TV, è stato spruzzato con l’acido con le stesse modalità.

Un metodo di minaccia terribile, fino a poco tempo fa usato soprattutto per “punire” le donne “troppo frivole”. Gravemente ustionato, Mamoon è dovuto andare all’estero ed è tuttora sotto cura.

Uno dei maggiori problemi per gli operatori dell’informazione in Afghanistan è poi il fatto che spesso si trovano a lavorare stretti tra due fuochi: le milizie antigovernative da una parte, la polizia e gli eserciti dall’altra.

Basti pensare che durante le ultime proteste contro i roghi dei corani scoppiate in diverse città afghane molti giornalisti sono stati malmenati e feriti sia dalla polizia sia dai manifestanti.

Tra le vittime registrate, un fotografo dell’agenzia France-Presse colpito al collo da un proiettile di gomma: non è in pericolo di vita, ma ci è andato davvero vicino.

A questo bisogna aggiungere che la violenza o altre azioni illegali da parte della polizia contro i giornalisti restano spesso impunite, il ché non fa che aumentare il senso di insicurezza per gli operatori dell’informazione.

Per non parlare dei giornalisti che muoiono per mano delle truppe Nato, come Ahmad Omid Khpalwak, colpito da fuoco amico nel 2011, e Sultan Muhammad Munadi, ucciso nel 2009 durante un’operazione di salvataggio, per il quale le indagini sono ancora coperte dal segreto.

Anche la censura in Afghanistan rimane un problema rilevante, e tra un’autorità governativa debole e un contingente internazionale sempre più malvisto dalla popolazione, l’influenza talebana continua ad acquisire molto potere: così, i media afghani stanno diventando sempre più vulnerabili alle organizzazioni sociali e religiose che chiedono innanzitutto uno stop alle inchieste e ai programmi “anti-islamici”, per i quali è prevista perfino la pena di morte.

Proprio Tolo TV, l’emittente di uno dei giornalisti sfregiati dall’acido, è stato tra i media che il gran consiglio degli Ulema Shura ha chiesto a Karzai di chiudere, per fortuna senza successo.

L’altro era il giornale Hasht-e-Subh Daily, colpevole di aver pubblicato un’inchiesta, prodotta dalla Commissione Independent Human Rights, sul lavaggio del cervello fatto alle donne nelle madrasse nel nord dell’Afghanistan. Il giornale è stato accusato di “pubblicare materiale antireligioso, contro l’unità nazionale e contro gli interessi della Nazione”.

A complicare il tutto ci si mette anche la Legge sui media afghani, approvata nel luglio del 2009, di cui parla anche il report sulla libertà di stampa in Afghanistan dell’International Federation of Journalists (IFJ), il più grande sindacato di giornalisti a livello globale.

Lo studio, messo a punto insieme all’affiliata Afghan Independent Journalists Association (AIJA) e col supporto dell’Unione Europea, analizza la situazione dell’informazione in Afghanistan dal 2008 al 2011, e conferma le difficoltà del paese in questo frangente.

Si scopre così che la citata legge sui media tra le altre cose considera illegale usare programmi e articoli per convertire le persone a una religione diversa da quella islamica.

Un punto ambiguo e di difficile interpretazione, che provoca innumerevoli problemi a qualsiasi giornalista che provi a trattare di altre culture.

Il problema con la legge in generale è che essa presenta un’incredibile vaghezza, soprattutto nelle proibizioni: una fra tutte, la “notizia contro la sicurezza nazionale”, che finisce per limitare severamente il lavoro dei cronisti.

Il report dell’ IFJ non manca certo di citare i piccoli passi avanti fatti in questi anni, compresa una lieve diminuzione delle violenze, ma spiega anche come le minacce provenienti soprattutto dai gruppi armati non governativi restino un pericolo costante.

A questo si aggiunge la preoccupazione di Rsf per l’avanzamento dei colloqui di pace tra il governo di Karzai e i talebani: “Una pace a prezzo della libertà di parola e di pensiero?”

Prima di Natale sono andata nel negozio assistenza pc vicino a casa, il mio portatile adorato necessitava di una profonda pulizia interna dell’hardware. Mio fratello mi ha consigliato di mantenermi sui 30 euro, il mio ragazzo per fare più o meno la stessa cosa ha speso l’ira di dio. Siccome era vitale che io lo facessi pulire, ma avevo paura per le mie finanze esigue, quando il tipo mi ha detto che il prezzo sarebbe stato 20 euro ho tirato un sospiro di sollievo. A lavoro fatto, sono andata a ritirare il pc, ho pagato felice e… magia! Niente scontrino!!! Siccome non volevo spendere di più non ho detto nulla, salvo poi vergognarmi come una ladra, e ancora mi vergogno… e la mia coscienza mi continuerà a punire per il resto della vita, ed è anche per questo che confesso pubblicamente questo mio “peccato”, sono stata una pessima cittadina. Sigh, mi faccio schifo. Vabhe, andiamo avanti.

Siccome rischiavo di usare i libri come cuscini perchè nella mia bella stanza romana non ho nemmeno uno scaffale e non sapevo più dove metterli, sono andata a comprarmene uno (di scaffale). Una roba da 25 euro, 5 piani (che poi nel mio montaggio “creativo” sono scesi a 4), montabile stile Meccano, quel gioco anni ’80 della mia infanzia. Ho pagato,  il negoziante ha messo i soldi in cassa. Poi siamo rimasti fermi l’uno di fronte all’altra come due baccalà, senza dire niente. Una guerra di volontà, chi avrebbe ceduto per primo? Io no di certo (la coscienza, la coscienza!), così il negoziante “si è improvvisamente ricordato” di farmi lo scontrino, ahah, che sbadato, ma si figuri, lo stress natalizio, ihih, ohoh, arrivederci. Il prezzo non si è alzato perchè era scritto anche nei cartoncini di fronte ai modelli, quindi non sono stata granché coraggiosa. Ma nemmeno distratta stavolta.

L’altra sera ho mangiato al ristorante cinese, e hanno fatto lo scontrino! Poi lo guardi bene e vedi che è un po’ strano. A volte ti danno una specie di fattura. Da quando ho scoperto l’intolleranza al lattosio il cibo cinese è diventato un’abitudine (in realtà anche prima, ma ora ho la scusa), ho visto scontrini di tutti i tipi e sinceramente non so qual’è il tipo di scontrino corretto, alla fine di ristoranti frequento solo quelli cinesi. Ho comprato anche una sciarpa in un negozio cagliaritano e lì ho chiesto espressamente lo scontrino visto che il commesso faceva lo gnorri (paladina della giustizia!) ma l’inchiostro era talmente trasparente che non  si capiva nulla. Sarà legale lo stesso? Per il caffè al bar in genere me lo fanno, ma forse solo perchè senza quello non ti servono (evadere i fisco o farsi fregare i caffè? Scelta ardua).

Che siamo un popolo di evasori lo sapevamo tutti. Noi comuni cittadini lo possiamo sperimentare ogni giorno. Spesso finisce che alimentiamo noi stesso questo sistema, ma è anche vero che spesso è davvero dura rinunciare al risparmio, specie per quelli come me, che non dispongono di grandi risorse. Ma l’evasione fiscale è un cancro, ed è anche per questo che siamo arrivati dove siamo, ovvero sull’orlo del baratro.

Su Repubblica di oggi Ettore Livini afferma che i lavoratori autonomi in Italia hanno in media un patrimonio immobiliare di 203mila euro a testa contro i 150mila dei dipendenti. E però, i primi dichiarano 19.504 euro contro i 21.098 di chi ogni mese riceve la busta paga. Inoltre il 56% degli autonomi risulta fiscalmente inadempiente. Per dire, i ristoratori dichiarano in media 13.800 euro a testa (46 euro al giorno O__o). Secondo il Centro Studi di Confindustria se tutti pagassimo le tasse, stipendi e pensioni degli italiani potrebbero aumentare di 102 euro al mese e la metà delle 800mila persone che ha perso il lavoro dal 2008 a oggi avrebbe ancora un’occupazione. E magari non avremmo nemmeno bisogno di una manovra finanziaria così dura.

Bisogna che la politica metta al primo posto la lotta all’evasione fiscale (ma se sono loro i primi a evadere come si fa? Si spera che i privilegi siano tali che non abbiano bisogno di evadere? …pfff). Stavolta però anche noi cittadini possiamo fare la nostra parte, evitando, per quanto è possibile, di fare quello che ho fatto io al negozio di pc (che vergogna, diosanto!!!). Senò resteremo infognati in questo circolo vizioso di furbetti senza uscirne più.

 

E’ un discorso trito e ritrito, specie in Italia, ma tornato di moda grazie alle cronache di questi giorni. Fantasy&fascio… Certo se forzi l’interpretazione ogni cosa può essere di estrema destra o viceversa. A questo punto potrei fondare un’associazione dedita al culto della cannabis e avere come figura ispiratrice Pippo (l’amico di Topolino, che come fa a sopportarlo non lo so. Pippo a Topolino, intendo. Ma vabhe).

Sono però d’accordo col fatto che sia importante dissociarsi da certi autori, anche fantasy. Perchè io a te che predichi lo sterminio degli immigrati non ti VOGLIO leggere e ipoteticamente apprezzare. Anche se, tra un delirio e l’altro, pubblichi una bella storia di elfi, maghi, onore e coraggio. Com’è capitato a questi sedicenti neonazisti-autori italiani, amanti del cappa e spada. E’ probabile che da una storia fantasy io non lo capisca che sei un seguace del fuhrer. E finisce che magari ti apprezzo. Questa cosa non mi va. Troppa “ideologia” anche in me?

Andando dalla parte opposta della barricata, stavo per comprare i libri della De Mari perchè mi han detto che sono molto interessanti e avvincenti. Ci credo, non dubito che abbia saputo costruire un’ottima saga fantasy. Ma dopo aver letto le sue folli crociate contro l’Islam nel suo blog, col caxxo che le compro i libri. Anche se sono curiosa di capire se dalle sue storie traspare tutta quella sua paura e astio contro “l’invasione islamica” in Europa (e qui tutti i suoi bei discorsi sull’Olocausto che ho sentito alla presentazione di un suo libro mi si annullano, puf! Spariti). Quindi credo che prima o poi qualcosa la leggerò (ma senza comprare).

Premesso che Tolkien e la De Mari sono due casi diversi: del primo se ne sono appropriati, lei invece le sue idee le professa molto apertamente. Resta il problema da sempre esistente dell’arte, la politica e una loro ipotetica connessione, spesso presente senza filtri o nascondimenti, altre volte assente…e capita che gli altri ci ricamino sopra (come nel caso di Tolkien, o della Storia Infinita. Pazzesco, la storia infinita!!). Ma questo vale per ogni genere letterario, come per ogni autore singolo.

Allora, domanda uno, è giusto accostare il fantasy agli estremisti di destra? Io dico di no, leggo pacchi di fantasy e non ci vedo elementi tali da giustificare una connessione, se non la volontà di trovarli (e quindi torniamo all’inizio di questo post). I fasci se lo sono presi, e hanno avuto una bella idea, le ambientazioni sono una figata. Domanda due, bisogna fare attenzione agli autori che scegliamo e promuoviamo? Questo è un altro bel paio di maniche. Io spesso e volentieri ci sto attenta, e la cosa m’influenza non poco. E’ un controsenso?

 

Agnello nato deforme sequestrato in un ovile di Villaputzu

Domani mattina, dopo qualche giorno trascorso in una cella frigorifera di un laboratorio cagliaritano dell’Istituto zooprofilattico, verrà prelevato ed esaminato dall’esperta di nanoparticelle Maria Antonietta Gatti, uno dei consulenti del procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi. Toccherà a lei, tra poche ore, prendere alcuni campioni dall’agnello ormai ribattezzato Polifemo che la Procura di Lanusei aveva sequestrato alcuni giorni fa in un ovile nelle campagne di Villaputzu. Per l’accusa, questo animale – nato con un solo occhio ed evidenti malformazioni e sopravvissuto solo qualche giorno – è una nuova e preziosa prova degli effetti nefasti dell’inquinamento ambientale che, sempre secondo l’accusa, avrebbero provocato le attività del poligono interforze del salto di Quirra. Secondo una certa parte di pastori e di residenti, invece, l’agnello di per sé non proverebbe nulla, visto che esemplari malformati, storicamente, sono nati anche in altre zone della Sardegna e del resto del mondo, e non è detto che siano legati alle attività di un poligono”.

Da La Nuova Sardegna di oggi

Io pensavo che la foto fosse uno scherzo, una roba fatta a photoshop. Non ci avevo dato un gran peso. Invece questa creatura è nata davvero così. Per quanto ancora la gente vorrà tenere gli occhi chiusi di fronte alla realtà? Ma alla fine, volete continuare a morire? E che cavolo, continuate a crepare di leucemia, condannate i vostri figli, e tutto il territorio, invece di trovare la forza di mandar via i militari e ricominciare da capo. Pensavo che noi sardi avessimo un po’ più di dignità. E’ anche vero che non si può contare sull’aiuto della Regione, men che meno dello Stato, per riconvertire un intero territorio (le dismissioni di alcune fabbriche insegnano). Davvero non c’è cosa più triste che dover scegliere tra la salute e la sopravvivenza economica. Ma che rabbia…

Per maggiori notizie su Quirra e il poligono, ho scritto un post tempo fa, lo trovate qui.

La disfattista

Posted: December 6, 2011 in Economia, Politica, società
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Io non ho capito questa storia che non si può criticare Monti, solo perchè quello che avevamo prima di lui era una baracca di cialtroni. Ti dicono che sei disfattista, che preferivi il circo delle Libertà, che appoggi la Lega (e non c’è insulto più grande per me, chi mi conosce sa che “meglio porco che leghista”). Certo, bisogna salvare l’Europa.. e salviamola, ci sto, ma lasciatemi almeno il diritto di critica. O non si può? Vabhe che non siamo sotto un governo eletto, ma mi sembra che l’articolo 21 della Costituzione sia ancora valido.

E allora, a me questa manovra fa caxare. Non è coraggiosa e colpisce (come sempre) i più deboli, senza contare che dobbiamo fare tutti questi sacrifici non per far crescere l’Italia ma per rifocillare le banche. Fare cassa con le pensioni è semplicemente assurdo, specie alla luce dell’aumento dell’Iva, che provocherà senz’altro un innalzamento dell’inflazione, al quale le pensioni non verranno adeguate. E allora hai voglia a consumare. Anche perchè con la disoccupazione che c’è non si può contare neanche sui giovincelli. Col pareggio di bilancio appena votato la spesa sociale sarà al di sotto della tristezza. Che razza di rilancio della Nazione hanno in mente? Ci adatteremo, poi magari nel lungo periodo le cose andranno meglio…

Ok l’Ici (Imu), ma la Chiesa cattolica? La risposta di Monti è stata disarmante: “E’ una questione che non ci siamo ancora posti”. Il Fatto Quotidiano scrive che “il risparmio annuo per la Chiesa – e la perdita netta per il fisco italiano – si avvicinano ai due miliardi di euro”. Non mi sembra poco. Ma vabhe. Passi anche questa. E il recupero dei 100 miliardi stimati di evasione fiscale? La tassa dell’ 1,5% sul per il rientro dei capitali scudati francamente fa ridere i polli. (E dire che ci sono poveracci che vengono condannati ad anni in galera per essere stati beccati più volte a rubare pane. O quello a cui hanno dato un mese di carcere per ogni gamberone rubato in un supermercato…) Gli evasori, delinquenti per eccellenza, vengono trattati con i guanti. La tracciabilità sopra i mille euro invece mi piace di più.

Nessun segno di patrimoniale, privatizzazioni a go-go, incentivi alle imprese (almeno…), e i soliti tagli agli enti locali. E che dire delle spese per la Difesa? Pensate quello che volete, ma io sono delusa. Dai, ditelo che sono disfattista leghista berlusconista qualunquista cestista comunista terapista trapezista (come direbbero i miei amici ^^). In realtà questo post l’ho scritto solo per questo. So bene che siamo (come al solito) in emergenza, ma mi dà fastidio l’atteggiamento di chi non vuole accettare nessuna critica solo perchè il governo tecnico ci sta salvando il chiùlo (mah). Ora che mi sono sfogata, mi concentrerò sulle cose positive di questa manovra, ce ne sono. E comunque dobbiamo mandarla giù, lo sapevamo che sarebbe stata dura. (Ma quanto sta gongolando Vespa? Ma poi, che ha sempre da gongolare?)

Piovonorane: C'è di buono che il famoso ombrello di Altan adesso ha l'omologazione Ue #manovra

A vederlo, quel luogo fa impressione: file di capannoni tutti uguali in un territorio in mezzo al nulla delimitato da un recinto metallico. I capannoni ospiteranno centinaia di uomini, donne e bambini e saranno sorvegliati giorno e notte tra telecamere e vigilanza armata. No, non sono tornati i nazisti, è solo il nuovo “campo nomadi” romano di La Barbuta, uno di quei campi “attrezzati” tanto pubblicizzati dal Piano Nomadi, che aprirà i battenti il 15 dicembre di quest’anno, nell’area tra tra il comune di Ciampino e il municipio X.

Si tratta del primo “campo” costruito ex novo dall’amministrazione Alemanno, sorto su quattro ettari e comprendente 160 moduli abitativi di 24 e 32 metri quadri, con una capacità di accoglienza di 650 persone, tutti rom e sinti provenienti da altri insediamenti romani: i 400 di Tor de Cenci, insieme ai circa 250 residenti dell’insediamento abusivo poco distante dal nuovo campo.

Com’era prevedibile, sono in molti a non volere questo campo: dalle associazioni al sindaco di Ciampino agli stessi rom. I motivi non sono sempre gli stessi, ma sta di fatto che il suo destino è diventato improvvisamente incerto. Non tutti sanno, infatti, che il 16 novembre 2011, quindi circa due settimane fa, la sentenza n. 6050 del Consiglio di Stato ha stabilito l’illegittimità dell’Emergenza nomadi. Si tratta di una sentenza dagli effetti anche retroattivi, che rende di fatto nulle le precedenti ordinanze di nomina dei commissari straordinari per l’emergenza e di tutti i successivi atti commissariali. Motivo principale: non esistono, secondo il consiglio di Stato, fatti che confermano l’esistenza di un nesso tra la presenza di insediamenti Rom e Sinti sul territorio e i disturbi alla sicurezza ed alla quiete pubblica. Tra l’altro nel nostro Paese vivrebbero all’incirca 170.000 persone di etnia Sinti o Rom, pari allo 0,2% o poco più della popolazione, uno dei tassi più bassi d’Europa, la metà dei quali avrebbero cittadinanza italiana.

(da Cinquegiorni.it)

Non è un mistero il fatto che l’emergenza non sia nient’altro che un grande business, utile solo allo sperpero dei fondi pubblici e a condizionare le campagne elettorali. E la recente sentenza del Consiglio di Stato ha un valore enorme perchè dichiara ufficialmente il fallimento delle politiche di emergenza sui rom cominciate oltre 3 anni fa, eseguite senza un reale criterio e un percorso finalizzato a dei risultati concreti. Si sono spesi e si continuano a spendere milioni di euro per un modello, quello dei campi, che si è rivelato inutile e controproducente. Di questo business sono molti ad approfittarne, compresi gli stessi rom, che non sono tutti vittime di questa situazione.

Lo stato di emergenza era stato dichiarato il 21 maggio 2008 dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, “in relazione agli insediamenti di comunità nomadi”, con la relativa nomina dei prefetti di Roma, Napoli, Milano, Torino e Venezia quali “commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza” nelle regioni di Lazio, Campania, Lombardia, Piemonte e Veneto. Sono così partiti i vari Piani Nomadi, come quello romano del 2009 firmato dal prefetto-commissario Giuseppe Pecoraro, che ha dato l’avvio agli sgomberi forzati degli insediamenti abusivi, diventati “molto frequenti ed eseguiti con sempre maggiore impunità”, come ha più volte denunciato Amnesty International.

Per il Piano Nomadi del Comune di Roma sono stati stanziati ben 32 milioni di euro. Alemanno aveva chiesto altri 30 milioni di euro dopo il tragico rogo sull’Appia che provocò la morte di Sebastian, Elena Patrizia, Raoul ed Eldeban, tutti fra gli 11 e i 3 anni, incontrando un netto rifiuto dal ministro dell’Interno Maroni.

Fondi o no, il Campidoglio ha comunque dato il via ai lavori per il costosissimo campo di La Barbuta. Le proteste da parte delle associazioni non si sono fatte attendere. Il campo infatti, oltre a stare sopra una falda acquifera, sulla sorgente Appia, sorge anche sopra una villa romana quindi in teoria l’area sarebbe protetta da un vincolo archeologico. Secondo una stima dell’associazione 21 Luglio, per i rilievi archeologici il comune ha speso circa 1 milione di euro, a cui si sono aggiunti altri 30 mila euro per una parziale bonifica quando si è scoperto che il terreno era inquinato da una discarica abusiva di eternit. Sempre secondo l’associazione, il campo alla fine verrà a costare un totale di 10 milioni di euro, più altri 3 milioni di spese di gestione. “Se facciamo due conti: 15 mila euro a persona, 45 mila euro per una famiglia di 3 persone, 75 mila euro per una famiglia di 5 persone, 105 mila euro per una famiglia di 7 persone – commenta Stefano Stassola di 21 luglio – con un terzo delle spese e un programma affidato a persone competenti si sarebbe potuto fare molto meglio”.

Inutile dire che il Comune non si è mai curato del fatto che trasferire intere comunità lontano dal tessuto urbano e chiuderle dentro un recinto, oltre a ledere qualsiasi principio di dignità umana, rende di fatto impossibile l’integrazione di queste persone. Poi però ci si chiede com’è che l’amministrazione abbia speso due milioni e mezzo di euro per progetti rivolti ad incoraggiare la frequenza scolastica, per poi vanificare i progressi trasferendo i bambini e i ragazzi rom lontano dai centri abitati, tra mille disagi nei trasporti (si calcolano percorsi di sessanta minuti) e continui ritardi negli ingressi che certamente non agevolano le finalità stesse dei progetti. Senza contare che adesso col nuovo campo i bambini rom saranno redistribuiti nelle scuola ad anno scolastico iniziato. E’ il business dell’emergenza, bellezza.

Bonifica La Barbuta

Ancora una volta si sceglie la via della segregazione, spendendo energie e risorse economiche per quelli che sono dei veri e propri ghetti, per quanto “attrezzati”. E’ la stessa idea di campo che non funziona, nata dalla falsa convinzione che i Rom e i Sinti siano nomadi e abbiano bisogno di luoghi in cui “sostare”, non in cui stabilirsi. Invece il nomadismo in Italia è scomparso in realtà da decenni, basti pensare che su 170mila presenze sul territorio nazionale, 35mila vivono in case in affitto o di proprietà. La scusa principale è che “loro non si vogliono integrare”, eppure dove c’è stata la volontà politica e il coinvolgimento attivo delle diverse comunità nella politica sociale e abitativa, le cose hanno preso una piega diversa (vedi in Abruzzo). Politiche sociali e abitative ragionate e differenziate, che dovrebbero coinvolgere tutte le situazioni di disagio, a prescindere dall’etnia.

Se non la si vede in termini di solidarietà, i cittadini dovrebbero preoccuparsi almeno dal punto di vista degli sprechi di danaro pubblico. E capire che con le buone pratiche e i percorsi ben studiati è più difficile sprecare e lucrare e si possono ottenere ottimi risultati. La sentenza del Consiglio di Stato e l’abbandono delle politiche dell’emergenza è un primo passo. Certo, quando si tratta di rom, anche queste ragioni vanno a farsi benedire. Leggendo certi commenti ad articoli e video sembra che a mettere d’accordo tutti sia piuttosto una bella passata di napalm e lanciafiamme. E’ la ragione che torna a dormire. 

(da Paconline.it)