Archive for the ‘Palestina’ Category

La morte assurda di Vittorio Arrigoni mi ha fatto e mi fa star male. E’ vero che lui la morte l’ha vista in faccia più volte nel corso della sua vita da attivista e da uomo di pace, tanto più che aveva deciso di vivere in una delle terre più martoriate dalla violenza e dalla guerra, la Palestina. Ma mi fa star male ugualmente, perchè sento già un grande vuoto, un’assenza tangibile, e so che mi mancherà tantissimo. Da molto tempo i suoi racconti, le sue testimonianze fanno parte della mia vita.

Ricordo benissimo la fine del dicembre 2008 quando Israele attaccò la Striscia, in quell’orrore denominato operazione “piombo fuso” (che nome tremendo!). Quell’anno vivevo a Londra, la città non aveva tardato a far sentire il suo dissenso verso i crimini contro l’umanità compiuti da Israele, e aveva organizzato subito diverse manifestazioni. Ho partecipato pressoché a tutte. Col freddo intollerabile che arrossava le guance e gelava le orecchie, una marea umana (perchè eravamo sempre tantissimi) camminava per le vie di Londra: Hyde Park, il Parlamento, l’ambasciata israeliana a Kensington. Grida, cartelli, rabbia, sensazione di impotenza. Quando Israele aveva deciso di mandar via da Gaza tutti i giornalisti la frustrazione era se possibile raddoppiata, visto che le uniche notizie mandate dalla Bbc erano i comunicati dell’esercito.

E’ allora che ho scoperto Vittorio, il suo prezioso blog, http://guerrillaradio.iobloggo.com . Vik non se n’era mica andato da Gaza, e pian piano è diventato una delle poche fonti di notizie e informazioni direttamente dalla Striscia durante quel periodo spaventoso. Dopo la fine dei bombardamenti a Gaza e l’uscita del suo libro, è tornato in Italia per un piccolo tour di presentazione ma non ci è rimasto molto, era in Palestina che voleva stare e ci è tornato, continuando a raccontare la sofferenza di quel popolo calpestato e dimenticato, sempre nel suo piccolo grande blog che in tanti abbiamo continuato a seguire fino a oggi.

 

Un altro bel ricordo che conservo è il giorno in cui è venuto a presentare il suo libro a Cagliari. Allora anch’io avevo lasciato Londra ed ero di nuovo nella mia bella Sardegna. Non mi sarei persa l’incontro per niente al mondo (http://www.terzonline.com/articolo.php?id=2738). Vik aveva invitato tutti i partecipanti a portare con sé una persona che di Gaza e della questione palestinese sapeva poco o nulla. Io ci sono andata da sola, amici che sarebbero venuti volentieri erano purtroppo impegnati, e soprattutto, ma questa è una fortuna, conosco davvero poche persone che non sanno nulla della Palestina. Sono stata felicissima di avergli potuto dire “grazie” di persona. Un “grazie” di cuore, per tutto quello che ha fatto per i palestinesi ma anche per noi, per me, un grazie che rinnovo anche oggi che non c’è più, perchè l’esempio e il bene che ha lasciato sono enormi. Non m’importa di essere retorica e balle varie, caspita, quello che gli è successo mi ha lasciato di schifo davvero. Non ho neanche voglia di analizzare complotti e responsabilità, per ora voglio dire solo che mi dispiace tanto e che mi mancherà. Restiamo umani, ora più che mai.

Bruxelles, giornata di ieri. Sta per iniziare la conferenza stampa del ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, in occasione del Consiglio dell’Associazione israeliano-europea. Improvvisamente David Cronin, giornalista irlandese e corrispondente da Bruxelles per l’agenzia Inter Press Service, si alza impiedi e urla:

“Mister Lieberman! Lei é colpevole del crimine di persecuzione razziale! Questo é un arresto da parte di un privato cittadino, lei é colpevole del crimine di persecuzione razziale, la prego di seguirmi al più vicino posto di polizia!”.

Palestina libera! Palestina libera! L’Apartheid è un crimine!”

Ecco il filmato:



Quello che ha fatto Cronin è stato in realtà la messa in pratica del cosiddetto “citizen’s arrest”, la facoltà che tutti i privati cittadini hanno di trasformarsi in pubblici ufficiali ed effettuare un fermo di fronte a un reato evidente e scoperto, in mancanza di un intervento ufficiale. Ovviamente non gli è andata bene, come si vede è stato portato via di forza dagli addetti alla sicurezza.

Attivista dei diritti umani, ma soprattutto giornalista autorevole e pratico dei meandri della burocrazia e dei rapporti all’interno dell’Ue, Cronin non ha mai nascosto le proprie opinioni riguardo alla politica israeliana nei confronti del popolo palestinese. E se giudica lo stato d’Israele una vera e propria Apartheid, per lui l’Unione europea non è meno colpevole. Autore del libro “Europe’s Alliance With Israel – Aiding the Occupation” uscito nel novembre del 2010, Cronin da anni denuncia l’ignavia dei Governi europei che non mancano di imporre le loro richieste e pretese a Stati africani e asiatici, mentre girano la faccia dall’altra parte quando si tratta di Israele, uno Stato responsabile da decenni di crimini che, se commessi da chiunque altro, avrebbero già suscitato scandalo e rappresaglie.

Pare che il fattaccio abbia davvero messo di malumore l’ultranazionalista Lieberman. Quando un altro giornalista gli ha chiesto per quanto tempo Israele continuerà a sfidare le risoluzioni Onu sulla questione palestinese, Lieberman, visibilmente irritato, ha risposto: “La sua domanda trasuda pregiudizi, non c’è bisogno che risponda”. C’è da dire che (e questo conferma le tesi di Cronin) che nemmeno gli altri presenti, ovvero il ministro degli esteri ungherese Janos Martonyi e il commissario europeo per l’allargamento e la politica europea di vicinato Stefan Füle, hanno voluto rispondere a simili domande giudicate “provocatorie”.

Come sempre la bilancia universale dei diritti umani e degli interessi pende ancora una volta, e sempre più pesantemente, da una parte.

Ho finito di leggere “L’attentatrice” di Yasmina Khadra (su consiglio della favolosa principessa Sherazade :D), e l’ho trovato molto bello.




Amin è un medico, un chirurgo la cui missione è ridare vita e speranza a chi passa sotto i suoi ferri nella Tel Aviv dei nostri giorni. E però lui è arabo, un palestinese naturalizzato israeliano, che è riuscito non solo a prendere la cittadinanza ma anche a farsi stimare dalla sua società d’adozione. Amici, allori e prestigio, una vita dorata che Amin condivide con la sua bellissima moglie di cui è più innamorato che mai.

Poi un attentato in un fast-food vicino al suo ospedale fa piombare la città nel terrore: i morti saranno 17 e Amin passerà tutta la notte a operare e cercare di salvare quanti più feriti possibile. All’alba torna a casa stremato, quando una telefonata gli intima di tornare subito all’ospedale: dovrà riconoscere un cadavere. Non si tratta di un cadavere qualsiasi, ma di quello dell’attentatore, o meglio, dell’attentatrice kamikaze. Uno shock indicibile sarà per lui scoprire che colei che si è fatta esplodere in un ristorante pieno di ragazzini che festeggiavano un compleanno è sua moglie. Perchè? La loro felicità non era perfetta? E perchè lui non si è mai accorto di nulla? Da lì comincia il viaggio di Amin verso l’inferno, che lo porterà a tornare in quella terra martoriata a cui aveva voltato le spalle quando aveva scelto di non voler sprecare la sua unica vita in una lotta senza senso.

Ma ad un certo punto dovrà per forza aprire gli occhi perchè, come gli dice un mujahidin in alcune delle pagine più belle di questo libro, “non c’è cataclisma peggiore dell’umiliazione”. E se siamo tutti d’accordo col dottore sul fatto che uccidere è sbagliato in ogni caso, è impossibile ignorare ciò che intende suo nipote Adel, devoto alla Causa, quando dice “Come accettare di restare ciechi per essere felici, come voltare le spalle a sé stessi senza trovarsi di fronte alla propria negazione?”

Insomma, una narrazione avvincente per un romanzo che fa riflettere sulle scelte personali sullo sfondo di una Storia collettiva che s’impone con prepotenza, sulle radici e sul proprio passato che non svaniscono, e sugli abissi e i picchi dell’animo umano quando messo con le spalle al muro.

P.S. Yasmina Khadra in realtà è un uomo, lo scrittore algerino Mohammed Moulessehoul, che all’inizio aveva avuto problemi a causa dei suoi libri e aveva deciso di usare come pseudonimo il nome di sua moglie. Ora che ha lasciato l’esercito ha svelato la sua identità.