Archive for the ‘Italia’ Category

13699371_10208234420432800_1785705960_o

Tantissima gente ieri alla serata speciale organizzata a Roma dai volontari dell’ex Baobab: una cena per strada e la proiezione di un film nel muro di via Tiburtina, a ridosso del cimitero di Verano, proprio allo sbocco di quella famosa via Cupa che da tempo riempie le cronache dei giornali.

E’ lì che ieri tantissimi cittadini e cittadine si sono riuniti, molti dei quali neanche conoscevano in modo approfondito le vicende dell’ex centro per migranti, più volte sgomberato da un’ordinanza del prefetto ed ora completamente chiuso.

13699589_10208234420112792_916732508_o

Si sono incontrati, hanno parlato con coloro che ormai da tempo sono costretti a dormire e vivere per strada, hanno visto, toccato con mano la situazione vergognosa in cui le istituzioni romane hanno lasciato degli esseri umani, semplicemente colpevoli di volersi spostare per trovare condizioni di vita migliori. Perché non solo li si è abbandonati, ma non si permette nemmeno a coloro che vogliono aiutarli di poterlo fare in maniera adeguata. Almeno fino al giorno in cui, a livello istituzionale, non si decida di mettere la parola fine alla parola “emergenza” in tema di accoglienza (utopia?)

Eppure in via Cupa ce la mettono tutta: ormai da mesi attorno alla tendopoli che si è formata per strada, di fronte all’ex centro, si è mobilitata una delle più grandiose forme di solidarietà collettiva da parte dei cittadini romani che ogni giorno, sotto la guida attenta dei volontari, portano qualcosa a coloro che ne hanno bisogno, cucinano, assistono, mettono a disposizione tempo e competenze.

Una solidarietà che non poteva non colpire la sensibilità di molti artisti e registi che hanno dato il loro sostegno alla serata di ieri, la maggioranza con una firma, ma qualcuno – come Sabina Guzzanti – anche con la presenza fisica. Tra coloro che hanno aderito: Valerio Mastandrea, Claudio Santamaria, Francesca Comencini, Stefano Rulli, Luca Zingaretti e, naturalmente, Gianni Amelio, che ha gentilmente concesso a questo speciale pubblico di poter proiettare e vedere il suo film “Lamerica”, un film realizzato vent’anni fa ma purtroppo ancora attuale.

“Da mesi a Roma, in via Cupa 5 (stazione Tiburtina) transitano migliaia di migranti, è stato calcolato circa 35mila nel solo 2015 – si legge nell’appello di invito alla serata – I volontari del Baobab e altri, inclusi semplici cittadini, con un grande sforzo ed estrema generosità, stanno offrendo un aiuto ma non sono sostenuti in alcun modo dalle istituzioni, che non solo in un anno non sono riusciti a trovare un luogo dove accoglierli, ma anzi hanno inviato le forze dell’ordine che ogni ora minacciano di sgomberare. La situazione è precaria sotto tutti i punti di vista, igienico-sanitario, alimentare, logistico. È una situazione insostenibile, politicamente e umanamente”.

La serata è riuscita nel suo intento, ma i volontari e i migranti restano in attesa di una risposta concreta delle istituzioni, che come al solito tarda ad arrivare.

Advertisements

di Anna Toro

Anche Roma è tra le 61 città italiane che sabato 7 maggio hanno aderito a Slot Mob, la manifestazione che si propone di sensibilizzare e informare i cittadini contro i pericoli del gioco d’azzardo. Una mobilitazione dal basso, che trova il suo senso concreto nel celebrare e festeggiare con una “colazione di massa” quei bar che si sono distinti per aver rinunciato alle slot machine e con esse ai guadagni che gli esercenti traggono da scommesse e macchinette mangiasoldi.

SlotMob Fest Roma

“Un bar senza slot ha più spazio per le persone” hanno ripetuto i promotori di Slot Mob mentre consegnavano ai gestori virtuosi le loro targhette da affiggere nell’esercizio. Quelle stesse persone che, nel sole di sabato mattina, si sono riversate in piazza Re di Roma, zona non periferica ma ad alta densità di gioco, e a due passi da una delle sale bingo più grandi d’Europa. Per l’occasione, la piazza si è riempita di stand, associazioni, tantissimi giovani e famiglie che hanno potuto informarsi e riscoprire un altro tipo di gioco: quello “sano”, che promuove la condivisione e lo stare insieme rinsaldando il tessuto sociale.

“Il gioco d’azzardo è all’opposto – spiegano i volontari di Slot Mob – In Italia genera un volume da 88 miliardi di euro che invece che essere impiegato per il benessere collettivo diventa fonte di disgregazione e di recessione”. Di questi, 8 miliardi netti finiscono nelle casse dello Stato sotto forma di tasse, ed è anche per questo che, in tutti questi anni, gli appelli per porre un argine a questa piaga sociale sono rimasti inascoltati da parte delle istituzioni.

piazza re di roma 9“Persa ormai la fiducia nel Parlamento, non ci rimane che il presidente della Repubblica” spiegano i volontari del movimento, che durante la mattinata hanno distribuito e fatto firmare ai cittadini le copie di una lettera da spedire via posta ordinaria a Mattarella. Una lettera in cui la società civile si rivolge al presidente affinché, quale ultimo baluardo della coscienza della Repubblica, si attivi per sottrarre la gestione dell’azzardo alle società commerciali che non possono far altro che incentivarlo per trarne profitto. “Esiste un Paese reale che resiste e che ce la potrà fare perché rifiuta di ridurre tutto a merce o materiale di scarto” si legge nella parte finale.

Una battaglia non certo facile. “Il gioco d’azzardo –  ha ricordato il vicario del papa, il cardinal Vallini, anche lui presente alla manifestazione – è una delle tragedie più estese, spesso nascoste, dove la miseria, la divisione, le lotte, i furti in famiglia, i pignoramenti, le separazioni diventano sofferenza e si fanno concreti”. Per il cardinale non è certo una coincidenza che proprio vicino ai locali in cui si gioca d’azzardo, siano sorti così tanti Compro Oro. “Significa che al fondo c’è la consapevolezza di una fragilità che andrebbe aiutata, anche evitando di moltiplicare le occasioni. Qui dovrebbero entrare in ballo le istituzioni, che invece lucrano sul gioco”.

Leonardo Becchetti

Leonardo Becchetti

Un gioco in cui i cittadini perdono sempre, mentre le uniche a trarne ingenti profitti restano, nonostante la legalizzazione del gioco, le organizzazioni mafiose. “Comprare un biglietto di gratta e vinci e mettersi alle slot è come comprare un’azione che rende per principio il -24%, e dove la possibilità di vincere il primo premio è 15mila volte meno probabile che un asteroide colpisca la terra” afferma Leonardo Becchetti, docente di economia dell’Università Tor Vergata e attivista della finanza etica. Secondo il professore, abbandonare il gioco d’azzardo farebbe bene anche allo Stato: tra le tasse non percepite sui mancati consumi di chi viene rovinato dal gioco, i costi della spesa sanitaria per contrastare le dipendenze patologiche, per non parlare del tasso di evasione nel settore che è altissimo, i conti dicono infatti un’altra verità, diversa da quella professata dalle istituzioni. “Quei miliardi sarebbero spesi in altri settori più sani, e l’economia girerebbe comunque” commenta Becchetti.

 

Intanto, dalla sua nascita nel 2013 il movimento Slot Mob continua a crescere e diffondersi. “Abbiamo un’altra idea di stare al mondo – dichiarano nel “Manifesto di democrazia economica” presentato a Roma lo scorso 12 aprile – Per molti la cognizione dell’azzardo, come esempio eclatante dell’oscenità del potere dei soldi sulla vita collettiva e personale, si sta rivelando una formidabile presa di coscienza della finanza casinò e dei suoi meccanismi autodistruttivi. Siamo solo all’inizio di un cammino di libertà che invitiamo tutti a percorrere insieme”.

piazza re di roma 0

I cittadini firmano la lettera indirizzata al presidente della Repubblica Mattarella.

piazza re di roma 8.jpg

piazza re di roma 4

piazza re di roma 7.jpg

piazza re di roma 2.jpg

piazza re di roma 5

piazza re di roma 6.jpg

di Anna Toro – Mercoledì, 18 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Donna.tuttogratis.it

Foto: Donna.tuttogratis.it

Si chiama Al Capone, occhi e riccioli neri, lo sguardo un po’ timido, bellissimo. Ha trascorso quasi tutta la sua vita dietro le sbarre, ma diversamente dal gangster italo-americano, è solo un bambino di 3 anni: sta scontando la pena insieme alla madre detenuta nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, ed è uno dei piccoli che compaiono nel documentario girato dalla giornalista del Manifesto Luisa Betti, dal titolo “Il carcere sotto i tre anni di vita”. Il video è stato proiettato sabato a Roma al Museo Storico della Liberazione, nell’ambito di un percorso di iniziative e incontri sul tema organizzato dal Museo e coadiuvato da associazioni come Madri per Roma Città Aperta e la Casa delle Donne.

La situazione del piccolo Al Capone è la stessa di altri 70 bambini sparsi per le carceri della Penisola. La legge italiana, infatti, permette ai piccoli da 0 ai 3 anni di stare “dentro” insieme alle loro madri autrici di reato. Allo scadere dei 3 anni, i piccoli vengono mandati fuori, da parenti se li hanno, o in case famiglia, a volte in affidamento o adozione, con tutti i traumi e le tragedie che ne conseguono. “Queste donne sono spesso considerate delle cattive madri – spiega Luisa Betti – incapaci di portare avanti il proprio ruolo. Senza contare che l’attenzione di istituzioni e società sui motivi che le portano in carcere, così come l’attenzione sull’impatto che il carcere ha sulla loro vita e su quella dei loro figli dentro e fuori, è sempre stata molto scarsa”.

Marginalità sociale e infanzia segnata. Oggi in Italia le donne che vivono coi i propri bambini in carcere sono poco più di 60, su un totale di circa 2600 donne detenute (il 4% dei ristretti in generale). Sei sono le carceri interamente femminili in Italia, e solo sedici gli asili nido funzionanti. Al Capone, Rambo, Armani, sono i nomi suggestivi (talvolta discutibili) che queste mamme scelgono per i propri figli, forse sperando per loro un avvenire “brillante”, di certo diverso dal proprio. Sono infatti donne che vengono per lo più da contesti di marginalità sociale: madri single con bassa scolarizzazione, disoccupate per lunghi periodi, straniere, prostitute, tossicodipendenti, rom, immigrate clandestine, spesso con figli avuti in giovanissima età. Secondo diversi studi condotti sulle donne detenute in Europa e in Italia, la tipologia di reato più frequente in questa categoria sono violazioni delle leggi sulle droghe e reati contro il patrimonio. Perciò queste donne vanno in carcere perlopiù per brevi periodi (il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio), che si allungano all’accumularsi delle recidive, piuttosto frequenti.

Secondo Silvia Girotti dell’Avoc (Associazione Volontari Carcere), “la maternità in carcere è una maternità interrotta”, così l’infanzia dei bambini da 0 ai 3 anni è segnata per sempre. Diversi studi hanno infatti riscontrato effetti negativi determinati dalla struttura penitenziaria anche in bambini così piccoli: molti, vivendo un rapporto simbiotico con la madre, sviluppano un attaccamento insicuro e mostrano difficoltà anche in brevi separazioni da lei; hanno comportamenti di forte protesta e autolesionistici, come sbattere la testa, o graffiarsi; si sono notate anche difficoltà nell’alimentazione e nel ritmo sonno-veglia, oltre a uno sviluppo cognitivo e linguistico ritardato a causa degli scarsi stimoli: i bambini imparano poche parole (di cui le prime sono spesso “agente” e “apri”), prediligono una comunicazione gestuale, usano poco la fantasia e utilizzano giochi ripetitivi come aprire e chiudere le porte quando possono farlo (infatti imparano che devono aspettare che l’agente apra) e giocano con le chiavi, con un richiamo evidente alla realtà carceraria. Per quanto riguarda le madri, c’è il terrore dell’allontanamento forzato dal piccolo al compimento dei tre anni, e l’angoscia di non poter accudire i figli che sono fuori e di perdere il rapporto con loro.

Limiti e falle della nuova legge. Un cambio di rotta nella legislazione potrebbe fare molto per migliorare la situazione. “Un anno fa si è discussa una nuova legge sulle detenute madri, che entrerà in vigore dal 2014, ma è cambiato ben poco – spiega Luisa Betti – Il limite dell’età del bambino è stato alzato ai 6 anni, ma il problema delle recidive e delle donne senza fissa dimora resta. Inoltre la madre non può nemmeno accompagnare, se non a discrezione del giudice di sorveglianza, il figlio in ospedale o a una visita specialistica, e tanto meno assisterlo”.

All’inizio la legge era di ben altro calibro, ma nel passaggio dalla Camera al Senato è stata in gran parte snaturata. “L’onorevole radicale Rita Bernardini – continua la giornalista – ha spiegato che questo svuotamento degli intenti originari è stato il frutto di un accordo bipartisan per accontentare la Lega che aveva insistito per la sicurezza”. Lo spiega bene Eugenia Fiorillo, educatrice nel Carcere femminile di Rebibbia, quando nel documentario di Luisa Betti afferma: “In questo caso al centro sta sempre l’adulto, non il minore. E la legge pensa solo alla salvaguardia della società, non del rapporto madre-figlio”.

Prossimi obiettivi. “Sul destino della detenuta e di suo figlio decide sempre il magistrato di sorveglianza, a sua discrezione – puntualizza Francesca Koch, presidentessa della Casa delle Donne –. Permessi, detenzione domiciliare, revoca delle misure, tutto. Anche se recentemente si è riusciti ad ottenere che, per le visite di emergenza ai figli in ospedale, ora vale anche la decisione della direttrice dell’istituto”. Piccole e grandi vittorie conquistate, ricordano al Museo della Liberazione, anche grazie all’incessante lavoro della combattente per i diritti civili Leda Colombini, deceduta per un malore lo scorso dicembre a 82 anni, proprio mentre svolgeva la sua quotidiana opera di volontariato al carcere di Regina Coeli di Roma.

“Il bambino non deve stare in carcere, non può pagare per la pericolosità sociale” spiegano le associazioni, che hanno preparato una lettera da inviare al Ministro dell’Interno e a quello della Giustizia. “Abbiamo un po’ di speranza, non solo perchè sono due donne, ma perchè ci sono stati segnali positivi: la Cancellieri ad esempio, ha fatto uscire Adama dal Cie, la Severino non si è pronunciata contro l’amnistia e vorrebbe spingere verso un maggiore utilizzo delle misure alternative”. Un altro obiettivo è la creazione di un Icam (Istituti Custodia Attenuata per Madri) anche a Roma. “Per ora in Italia ne esiste solo uno, a Milano – spiegano le associazioni – e allora noi chiediamo: perchè non spostare un po’ di fondi per l’edilizia penitenziaria verso gli Icam? Anche se – aggiungono infine – senza una modifica del regolamento penitenziario, qualsiasi abbellimento delle strutture di detenzione sarà comunque inutile”.

di Anna Toro – Giovedì, 12 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Slotmachines.org

Foto: Slotmachines.org

Omissioni, bugie, compromessi, prestiti, abbandoni, violenza: di questo è fatta la vita del giocatore d’azzardo quando il gioco pian piano si trasforma in dipendenza compulsiva, e quindi in patologia. Una patologia che in Italia si sta espandendo a macchia d’olio, con 800mila persone dipendenti e 2 milioni a rischio. “Un danno sociale, ma anche umano” ha commentato il fondatore di Libera Don Luigi Ciotti che oggi a Roma ha presentato il dossier dal titolo “Azzardopoli, il paese del gioco d’azzardo, dove quando il gioco si fa duro, le mafie iniziano a giocare”.

Con circa 1.260 euro di spesa pro capite nel 2011 e un fatturato legale stimato a 76,1 miliardi di euro, il gioco d’azzardo è infatti la “terza impresa” italiana, l’unica con bilancio sempre in attivo e che non risente della crisi che sta attanagliando il paese. Al contrario, si tratta di un’impresa che nella crisi ci sguazza, creando la falsa illusione della vincita facile con cui sempre più italiani sperano di uscire dal disagio e dalla precarietà economica.

Come agiscono i clan. Libera spiega bene come il gioco d’azzardo in Italia viaggi su un doppio binario: quello legale, gestito dallo Stato, e quello illegale, affare della criminalità organizzata, che fa lievitare il fatturato da 76 fino a quasi 100 miliardi. Basti pensare che sono ben 41 i clan che gestiscono l’affare giochi, dal nord al sud lungo tutta la Penisola: Santapaola, Schiavone, Casalesi, Lo Piccolo, Mancuso, Mallardo, Bidognetti, solo per fare alcuni nomi purtroppo tra i più noti. Agiscono nelle forme più svariate: impongono ai gestori dei bar il noleggio di macchinette e videogiochi, gestiscono banche clandestine così come i giri di scommesse a tutti i livelli (il grande mondo del calcio scommesse, ad esempio, è un mercato che da solo vale oltre 2,5 miliardi di euro), arrivano addirittura ad acquistare biglietti vincenti di Lotto, Superenalotto e Gratta e vinci. Quest’ultima pratica ha uno scopo ben preciso: comprando da normali giocatori i biglietti vincenti, con un sovrapprezzo che va dal 5 al 10%, i clan riciclano in modo “pulito” il denaro sporco, giustificando così l’acquisto di beni e attività commerciali ed eludendo i sequestri.

“Oltre il 50% del guadagno del gioco d’azzardo viene dalle macchinette poste nei bar e nelle sale da gioco, per questo la criminalità organizzata sta investendo sempre di più in questo settore” ha spiegato il sostituto procuratore della Dda, Diana De Martino, che ha parlato di una vera e propria invasione di slot machines nelle città italiane: circa 400mila, in pratica una ogni 150 abitanti. Il primato va a Roma, con 294 sale e più di 50mila slot distribuite tra comune e provincia. Ma come fanno i clan a lucrarci così tanto? In Italia il comparto legale del gioco è affidato a 10 concessionarie, ognuna con la propria rete telematica, grazie alla quale lo Stato dovrebbe poter controllare le giocate e applicare la tassa prevista del 12%. Succede però che la criminalità organizzata manomette queste macchinette scollegandole dal monopolio, così la tassa del 12% non va più allo Stato e i guadagni dei clan si impennano.

“E’ la nuova frontiera della criminalità organizzata – continua De Martino – i rischi e le sanzioni sono contenuti, e si hanno guadagni enormi, tanto che i clan destinano buona parte dei proventi del gioco d’azzardo al mantenimento delle famiglie dei detenuti”. E’ così che la mafia è diventata “l’undicesima concessionaria occulta del Monopolio”. Non che non si sia tentato di arginare il fenomeno: nel 2010 dieci procure della Repubblica che nell’ultimo anno hanno effettuato indagini sul fenomeno in 22 città con operazioni delle forze di polizia che hanno portato ad arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata.

“Malattia sociale ed economica, serve una legge quadro”. Secondo Libera, però, le operazioni di polizia non bastano contro questa piaga sociale. “Bisognerebbe applicare – ha detto Don Luigi Ciotti – le direttive dell’Oms che affermano che la dipendenza da gioco è una malattia sociale e predisporre così le cure per tutti. Per il momento, invece, tutto sta all’iniziativa di alcune Asl e di qualche associazione di volontariato”. Libera sollecita così un maggiore impegno da parte delle istituzioni, e auspica una legge quadro sul gioco d’azzardo che serva contemporaneamente a prevenire la dipendenza dal gioco d’azzardo e le infiltrazioni mafiose in questo lucroso settore, arrivando anche alla previsione del “delitto di gioco d’azzardo” in un ottica “non proibizionista” e “senza voler colpevolizzare nessuno”.

“Il fatto è che l’invito a vincere facile è continuo – afferma lo psicologo Mauro Croce – e l’accessibilità a questi giochi è facilissima: ora non sono più io a cercare il gioco ma è il gioco che cerca me. Da rituale come poteva essere la schedina della domenica di tanti anni fa, oggi il gioco è diventato consumo, disponibile 24 ore su 24 anche grazie a internet. E’ veloce, immediato, diffuso in forme diverse e accattivanti, in grado di attrarre tutti i ceti sociali. Il gioco d’azzardo ha ormai perso quell’aura legata al mondo dei ricchi, tanto più che i soggetti più vulnerabili oggi sono proprio quelli appartenenti alle fasce sociali più basse”.

Per Libera si tratta perciò di “intervenire insieme e quanto prima possibile su tutti i versanti di questa calamità, economica e sociale: quello normativo, per rendere più efficace il sistema delle autorizzazioni, dei controlli e delle sanzioni; quello educativo e d’informazione, rivolto soprattutto ai più giovani; quello di prevenzione e cura delle patologie di dipendenza dal gioco; quello culturale e formativo, che chiama in causa gli stessi gestori delle attività lecite”.