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di Anna Toro – Giovedì, 26 Gennaio 2012 Unimondo

La dignità dei rom – foto: Amnesty Italia

La dignità dei rom – foto: Amnesty Italia

“Un giorno ci hanno dato l’invito per presentarci alla Questura, a febbraio 2010. Sono venuti gli autobus dell’Atac a prenderci e ci hanno portato all’Ufficio Immigrazione nello sportello per gli zingari. Sono entrato dentro, mi hanno fatto le fotografie, mi hanno preso le impronte digitali. Dovevo farlo per forza, sennò non entravo nel campo”.

A parlare è M. T. 15 anni, rom con cittadinanza bosniaca residente nel campo nomadi formale di Camping River, Roma. La sua è una delle testimonianze che aprono il Memorandum per il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale dell’Onu, redatto dall’associazione 21 Luglio, onlus impegnata nella difesa dei diritti dell’infanzia.

Il Memorandum denuncia un fatto fino a poco tempo fa sconosciuto alla cittadinanza: la schedatura, tra il 2009 e il 2010, di circa 5000 persone di etnia rom e sinti, tutti residenti nei sette campi “attrezzati” della Capitale. Per 21 Luglio, infatti, si tratta di un’identificazione “fatta solo sulla base dell’etnia” e alla quale non sono sfuggiti i minorenni e i bambini anche molto piccoli, in spregio ai trattati internazionali e alle convenzioni dei diritti per l’infanzia. E anche se la Questura nega, il sospetto dell’associazione è che negli uffici comunali si sia creato un vero e proprio database su base etnica.

Bambini schedati e altre irregolarità. La procedura era questa: gli autobus dell’Atac (l’azienda di trasporto pubblico comunale) passavano a prendere le famiglie di rom e sinti in attesa fuori dai campi. Una volta arrivati in Questura, i gruppi venivano messi in coda di fronte a un ufficio apposito, con tanto di cartello recante la dicitura “Sportello Nomadi – No asilo politico”. Dopodiché venivano chiamati ad uno ad uno e identificati secondo dei criteri ben precisi: a ognuno venivano infatti chiesti i documenti, veniva poi misurata l’altezza e fatta la foto, fronte e profilo, e poi quella insieme alla famiglia; quindi si passava alle impronte digitali e alle domande, comprese quelle sui precedenti penali. Testimonianze parlano di registrazione di tatuaggi, e di impronte prese a un ragazzo disabile e perfino a un bambino di 6 anni. “I rom non erano obbligati ad andare in Questura a farsi schedare – spiega Andrea Anzaldi, ricercatore di 21 Luglio e coautore del Memorandum – ma in un certo modo si sentivano costretti: gli addetti del Comune, infatti, dicevano loro che senza l’identificazione non sarebbero potuti poi entrare nei campi attrezzati”.

“L’attività di prefettura e questura è stata corretta” ha risposto piccato il dirigente dell’Ufficio immigrazione Maurizio Improta. Tra le motivazioni addotte per l’operazione c’era anche quella di garantire finalmente uno status giuridico e un permesso di soggiorno a chi non lo aveva. Peccato che su 5000 persone censite, solo 119 abbiano ottenuto permessi di soggiorno per motivi umanitari. “Molti rom sono apolidi e sprovvisti di passaporto, e proprio il passaporto era una delle condizioni per poter avere cittadinanza e permesso di soggiorno” precisa 21 luglio.

Una pratica non nuova. Se la Questura nega con forza che ci sia stata discriminazione razziale, il presidente di 21 Luglio Carlo Stassola si chiede: “E se ci fosse stato scritto Sportello ebrei cosa sarebbe successo?” La provocazione è forte, ma alcune preoccupazioni hanno un fondamento. Basta tornare direttamente al 2007-2008, quando il ministro Maroni, nell’ambito dei Patti per la sicurezza sottoscritti con diverse città italiane e dei vari Pacchetti Sicurezza, fece proprio la proposta di prendere le impronte digitali anche ai bambini rom (“per tutelare i loro diritti” aveva detto). L’idea aveva suscitato una fortissima indignazione da parte di politici e associazioni, ed era stata poi bocciata senza appello dal Parlamento europeo il 10 luglio 2008. Poi è arrivata l’emergenza, parola magica che tutto giustifica, e con essa la creazione dei prefetti-commissari e dei vari “Piani nomadi”. Così, una procedura su cui un tempo c’era stata un’imponente levata di scudi in modo quasi trasversale, stavolta è passata quasi sotto silenzio. E non si tratta di un caso isolato.

C’è Milano, per esempio, dove il giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti l’anno scorso aveva denunciato i moduli di identificazione in dotazione della polizia in caso di reato. In cui uno dei campi da riempire era proprio quello del gruppo etnico di appartenenza. Per gli italiani, veniva scritta la formula generica: “Europeo mediterraneo”. Soltanto per i rom, che fossero nomadi o stanziali, italiani o stranieri, veniva precisato il gruppo etnico: “rom”. Senza contare che spesso i poliziotti lo scrivevano anche se il cittadino era solo rumeno riempiendo così il database della Polizia di rom autori di reato, ma che rom non sono.

Tornando a Roma, come dimenticare poi quel modulo, distribuito nel 2010 da Trenitalia ai controllori e ai capotreni per segnalare “eventuali passeggeri di etnia rom” che salivano e scendevano dal treno alla fermata di Salone (situata nei pressi di un enorme campo nomadi), tra Roma Tiburtina e Avezzano? Si trattava anche stavolta di un modulo prestampato in cui, tra i campi da riempire, c’era anche quello che chiedeva di indicare l’appartenenza all’etnia rom, senza peraltro menzionare se fossero passeggeri sprovvisti di biglietto o molesti. La protesta scandalizzata di capotreni e controllori aveva portato al ritiro immediato dei moduli, ma anche quest’episodio è indicatore di come l’idea di una schedatura sistematica dei rom sia sempre contemplata, più o meno velatamente e sempre nel nome della sicurezza, da istituzioni e governi.

“Questo perchè la politica sulle popolazioni rom e sinti in Italia è sempre la stessa – commenta ancora Carlo Stassola – Ci si lamenta dei rom che vivono nei campi, con pregiudizi e stereotipi veicolati anche e soprattutto dai media. Eppure, anche per opportunità politica, non si vuole pensare a una seria politica abitativa che contempli il superamento dei campi e che rinunci all’emergenza rom”. Emergenza tra l’altro dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato nel novembre del 2011. Il motivo? In Italia non ci sarebbero situazioni di allarme sociale concrete tali da giustificarla.

Quando l’8 maggio scorso si è celebrata la Giornata mondiale della libertà di stampa, il ministro della Cultura Sayed Makhdom Raheen ha dichiarato raggiante che una delle conquiste più eccezionali dell’era post-talebana è stata proprio l’espansione dei media. “Il loro numero è cresciuto da zero a 200 ad appena un mese dalla caduta del regime. Ora abbiamo oltre mille media, tra radio, tv, e carta stampata”.

di Anna Toro – 29 febbraio 2012 – Osservatorio Iraq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/afghanistan-%E2%80%9Cuna-pace-prezzo-della-libert%C3%A0-di-parola-e

Eppure la libertà di stampa nel paese asiatico in guerra da oltre 10 anni rimane tutt’oggi un obiettivo lontano, tanto che secondo la classifica di Reporters senza frontiere (Rsf), l’Afghanistan si trova appena al 150° posto su un totale di 179 nazioni analizzate, confermandosi ancora come uno dei posti più pericolosi in cui un giornalista si trova a operare.

Secondo l’organizzazione che si occupa della difesa dell’informazione in tutto il mondo, il picco di violenze si è raggiunto nel 2009, con 85 episodi avvenuti soprattutto nelle province di Kabul, Herat e Helmand. Senza contare che alcune province del sud-est sono tutt’oggi off-limits per i giornalisti, perché sotto il controllo talebano.

Rsf esprime grande preoccupazione per il silenzio del presidente Karzai sulla questione.

E’ di pochi giorni fa, ad esempio, la notizia della decapitazione di un operatore radiofonico nella zona sud-orientale dell’Afghanistan.

Il giornalista si chiamava Samed Khan Bhadrzai, 25 anni, e lavorava nella radio Mehman – Melmad. Secondo quanto riportato dal quotidiano arabo ‘al-Quds al-Arabi, il cronista aveva ricevuto una telefonata alle 8 di sera ed era uscito di casa: il suo cadavere è stato trovato il giorno dopo dalla polizia afghana nella provincia di Paktika.

Sebbene Bhadrzai operasse in una zona in cui sono molto attive le milizie islamiche del mullah Omar, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha negato la responsabilità del gruppo, nonostante la decapitazione sia quasi il loro marchio di fabbrica.

In ogni caso le speranze sul fatto che l’indagine partita dalla polizia locale possa portare a qualche risultato sono esigue. Lo dimostra il fatto che gli assassini di giornalisti come Zakia Zaki, proprietario della stazione Radio Peace ucciso nel 2007, di Abdul Samad Rohani, reporter della BBC e dell’agenzia afghana Pajhwok ucciso nel 2008, e di Jawed Ahmad, giornalista freelance che lavorava per il network canadese CTV, non siano mai stati identificati e puniti.

Se non si arriva ad uccidere, ci sono poi le intimidazioni e le minacce.

Due settimane fa, a Kabul, il cameraman Parviz Safi dell’emittente di Stato in lingua inglese Press TV è stato attaccato con l’acido da 3 uomini. Il giornalista ha riportato ustioni di secondo grado sul viso ma per fortuna gli occhi non sono stati colpiti e non si trova in pericolo di vita.

Ancora, a gennaio dell’anno scorso Razaq Mamoon, che lavorava per diverse testate afghane e presentava un programma della stazione TV indipendente Tolo TV, è stato spruzzato con l’acido con le stesse modalità.

Un metodo di minaccia terribile, fino a poco tempo fa usato soprattutto per “punire” le donne “troppo frivole”. Gravemente ustionato, Mamoon è dovuto andare all’estero ed è tuttora sotto cura.

Uno dei maggiori problemi per gli operatori dell’informazione in Afghanistan è poi il fatto che spesso si trovano a lavorare stretti tra due fuochi: le milizie antigovernative da una parte, la polizia e gli eserciti dall’altra.

Basti pensare che durante le ultime proteste contro i roghi dei corani scoppiate in diverse città afghane molti giornalisti sono stati malmenati e feriti sia dalla polizia sia dai manifestanti.

Tra le vittime registrate, un fotografo dell’agenzia France-Presse colpito al collo da un proiettile di gomma: non è in pericolo di vita, ma ci è andato davvero vicino.

A questo bisogna aggiungere che la violenza o altre azioni illegali da parte della polizia contro i giornalisti restano spesso impunite, il ché non fa che aumentare il senso di insicurezza per gli operatori dell’informazione.

Per non parlare dei giornalisti che muoiono per mano delle truppe Nato, come Ahmad Omid Khpalwak, colpito da fuoco amico nel 2011, e Sultan Muhammad Munadi, ucciso nel 2009 durante un’operazione di salvataggio, per il quale le indagini sono ancora coperte dal segreto.

Anche la censura in Afghanistan rimane un problema rilevante, e tra un’autorità governativa debole e un contingente internazionale sempre più malvisto dalla popolazione, l’influenza talebana continua ad acquisire molto potere: così, i media afghani stanno diventando sempre più vulnerabili alle organizzazioni sociali e religiose che chiedono innanzitutto uno stop alle inchieste e ai programmi “anti-islamici”, per i quali è prevista perfino la pena di morte.

Proprio Tolo TV, l’emittente di uno dei giornalisti sfregiati dall’acido, è stato tra i media che il gran consiglio degli Ulema Shura ha chiesto a Karzai di chiudere, per fortuna senza successo.

L’altro era il giornale Hasht-e-Subh Daily, colpevole di aver pubblicato un’inchiesta, prodotta dalla Commissione Independent Human Rights, sul lavaggio del cervello fatto alle donne nelle madrasse nel nord dell’Afghanistan. Il giornale è stato accusato di “pubblicare materiale antireligioso, contro l’unità nazionale e contro gli interessi della Nazione”.

A complicare il tutto ci si mette anche la Legge sui media afghani, approvata nel luglio del 2009, di cui parla anche il report sulla libertà di stampa in Afghanistan dell’International Federation of Journalists (IFJ), il più grande sindacato di giornalisti a livello globale.

Lo studio, messo a punto insieme all’affiliata Afghan Independent Journalists Association (AIJA) e col supporto dell’Unione Europea, analizza la situazione dell’informazione in Afghanistan dal 2008 al 2011, e conferma le difficoltà del paese in questo frangente.

Si scopre così che la citata legge sui media tra le altre cose considera illegale usare programmi e articoli per convertire le persone a una religione diversa da quella islamica.

Un punto ambiguo e di difficile interpretazione, che provoca innumerevoli problemi a qualsiasi giornalista che provi a trattare di altre culture.

Il problema con la legge in generale è che essa presenta un’incredibile vaghezza, soprattutto nelle proibizioni: una fra tutte, la “notizia contro la sicurezza nazionale”, che finisce per limitare severamente il lavoro dei cronisti.

Il report dell’ IFJ non manca certo di citare i piccoli passi avanti fatti in questi anni, compresa una lieve diminuzione delle violenze, ma spiega anche come le minacce provenienti soprattutto dai gruppi armati non governativi restino un pericolo costante.

A questo si aggiunge la preoccupazione di Rsf per l’avanzamento dei colloqui di pace tra il governo di Karzai e i talebani: “Una pace a prezzo della libertà di parola e di pensiero?”

Unimondo

Posted: January 18, 2012 in Informazione, Media, Sociale

Ho iniziato da poco a collaborare con Unimondo, e spero sarà una cosa duratura. Ecco i miei primi pezzi, se vi va

Gli artigli delle mafie sul business del gioco d’azzardo

Madri detenute e bambini “dentro”: l’infanzia negata nelle carceri italiane

A parte la roba mia, eheh, se vi stanno a cuore diritti umani, ambiente, disarmo, temi sociali etc vi consiglio di mettere Unimondo tra i vostri preferiti e di passarci ogni tanto, ne vale la pena. 😉

 

25 luglio 2011, “LasciateCIEntrare”: iniziativadell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa che chiede l’abrogazione della circolare che da due mesi vieta alla stampa l’ingresso nei Cie.

Un po’ di lacrime di coccodrillo ma.. ben venga un’iniziativa del genere. Sperando non resti un fatto isolato. I politici devono tornare a occuparsi dei reali problemi della società, e i giornalisti pure. Non se ne può più di cronaca nera e notizie ansiogene, l’ansia ce l’abbiamo per la disoccupazione, per la situazione economica e per i più elementari diritti umani che nella superdemocratica Italia vengono ogni giorno calpestati senza che ce ne rendiamo conto (in quanto anestetizzati dai mezzi di distrazione di massa). So say we all.

L’emergenza carceri è più esplosiva che mai. Ieri però Marco Pannella, Rita Bernardini e Irene Testa dei Radicali italiani hanno deciso di sospendere lo sciopero della fame, e hanno invitato anche gli altri aderenti a fare lo stesso. Ovviamente c’è un motivo, spiegato dallo stesso Pannella:

Dobbiamo essere speranza – ha detto – non solo averla e onorare ogni segno positivo, ogni millimetro di cammino nella direzione giusta invece che continuare in questa rovina verso il basso che sembra trainarci tutti con la sola forza della gravità. Allora onoriamo questa occasione, onoriamo il fatto che il nostro Presidente della Repubblica con una espressione pubblica, abbia avuto la bontà, e la generosità di riconoscere la nostra storia di difesa dei diritti civili e del diritto e onoriamo che il Presidente del Senato Schifani abbia avuto la ragionevolezza di adoperarsi a favore di questo convegno […] facendone noi tutti tesoro.”

Il convegno di cui parla è quello previsto per il 28 e 29 luglio in Senato alla presenza di Napolitano e Schifani, e s’intitolerà “Giustizia! In nome della legge e del popolo sovrano”. Parteciperanno le massime autorità istituzionalmente interessate, insieme alle forze politiche e sociali impegnate per la riforma della giustizia e, conseguentemente, per superare l’attuale condizione delle carceri italiane.

A seconda di come andrà il convegno i protagonisti decideranno se riprendere o no la loro protesta nonviolenta. Io ovviamente cercherò di partecipare a entrambe le giornate. Non credo sarà un punto di svolta, ma penso sia comunque un momento importante da monitorare (sia per il mio lavoro sia per il mio autentico interesse verso la situazione delle carceri). Vedremo…

Ma non sono solo i radicali a fare lo sciopero della fame. Come mi è stato prontamente ricordato ieri dal mio amico Gize, dal 4 giugno alcune persone hanno cominciato questo tipo di lotta nonviolenta unita a un presidio permanente di fronte a Montecitorio. Chiedono in sintesi la riduzione costi della politica e una nuova legge elettorale. Ma chi sono questi? Booh? Potete leggere di loro in questo sito: http://www.presidiomontecitorio.it/

Come al solito i media ne hanno parlato pochissimo. Dopotutto, come ha dimostrato Pannella, l’unico modo per avere un po’ di attenzione è se crepi, o quasi (se si tratta di detenuti, invece, possono anche crepare, che tanto a nessuno frega niente). Se poi la protesta diventa un minimo violenta ti si ritorce contro, anche a livello di immagine, vedi in Val Susa (ma possibile che debbano vincere sempre e in ogni caso loro?) Comunque proverò ad avvicinarmi in questi giorni a Montecitorio e saperne un po’ di più.


Mi chiedo perchè le testate nazionali facciano servizi (pure belli e interessanti!) sulla situazione esplosiva delle carceri della California, con tanto di gallery, e se ne infischino delle carceri italiane in cui quasi 68 mila persone vivono in condizioni disumane e vergognose.
Molti non sanno (perchè nessuno ne parla) che in diverse carceri della nostra Penisola migliaia di detenuti hanno cominciato uno sciopero della fame, in solidarietà con quello per l’amnistia e la democrazia cominciato oltre 40 giorni fa da Marco Pannella. A loro si sono uniti i familiari, le associazioni, la polizia penitenziaria, perfino alcuni avvocati penalisti. Perchè, ormai ne sono convinta anch’io, l’amnistia è diventata una necessità vitale! Il carcere si è trasformato in una discarica sociale, con una situazione di sovraffollamento insostenibile aggravata da quei gioiellini che sono le leggi Bossi-Fini e Fini-Giovanardi (per carità Gianfranco!). Ah, dimenticavo la Cirielli..

Se l’amnistia non serve a risolvere i problemi strutturali del mondo carcerario (per quello ci vuole ben altro), servirà comunque a prendere un po’ di respiro, a ridare a quei “non-luoghi” e a quelle “non-persone” una parvenza di dignità umana. Parlo di “non-persone” perchè tanta gente pensa di poter bypassare il problema semplicemente rinchiudendo chi sbaglia in una cella buttando, se possibile, via la chiave. Senza capire che il carcere è parte integrante della società, che il detenuto è l’altra parte di noi, una parte forse nascosta ma che può venir fuori quando meno ce l’aspettiamo, o può coinvolgere le persone a noi vicine e a cui vogliamo bene.

E allora, si sbaglia, si paga, ma si deve rimanere delle persone. Persone che prima o poi usciranno. Fatevene una ragione, la pena di morte non c’è più. C’è solo questo stato di tortura legalizzata, che non fa altro che abbruttire e incattivire il detenuto che un giorno comunque uscirà dalla sua cella, e sarà più perso, più solo e molto probabilmente più violento di prima. Che poi, se la legge fosse davvero uguale per tutti, ci sarebbe almeno quella soddisfazione. Ma sappiamo bene che non è cosi, come sappiamo bene chi finisce in carcere e chi invece dentro non ci andrà mai. In ogni caso, la mania di vendetta di noi “brava gente” non produce sicurezza sociale. Se non vi fidate di me fidatevi dei numeri. Ah già, è vero, i numeri non li conoscete. Perchè i media più importanti, a parte qualche rara eccezione, restano in silenzio.

2 giugno 2011 - Sit-in dei Radicali di fronte a Regina Coeli

Anche questo 25 aprile sta passando. C’è chi dice sia stato uno dei più brutti della nostra storia. In realtà le polemiche ci sono sempre state. Il piccolo corteo di fascistelli che cerca di disturbare la cerimonia di commemorazione, i politici che dicono che è una festa ormai vecchia e va abolita, i fischi ai vari rappresentanti del governo. 

Quest’anno abbiamo avuto anche tante altre trovate simpatiche, come questa a Pigneto (Roma), che in realtà voleva polemizzare con la pessima situazione del lavoro nella nostra martoriata Repubblica. Una provocazione un po’ forte, ma tant’è..

Sono comunque d’accordo con chi dice che i tempi siano più cupi del solito. La contrapposizione politica non lascia nessun margine di dialogo tra le parti, e gli scontri si stanno inasprendo anche al di fuori. Io stessa stamattina, dopo il discorso di Napolitano, ho subito spento la TV come ho visto che stava per parlare La Russa. Non ho nulla da imparare da un uomo simile, da gente simile. Mi rappresenta di più questo dannato insetto che sta volando in camera mia e che fra poco schiaccerò (no, dai, cerco di mandarlo fuori). Arriverà mai il momento in cui ne avremo davvero abbastanza?

Per ridare un senso a questa festa di Liberazione ci vorrebbe una seconda Resistenza. Non dico una guerra: basterebbe che finalmente buona parte della popolazione italiana aprisse gli occhi e si rendesse conto di cosa è diventato questo Paese. Che si risvegliasse da questo strano sonno in cui è piombata da molti anni a questa parte e ricominciasse a indignarsi per tutte le ingiustizie e le assurdità propinate da questa classe dirigente fatta di mafiosi, cricche, faccendieri, presunti responsabili (delle proprie poltrone). E dicesse “basta”, in modo pacifico se si può, ma deciso. I modi sono tanti. Possiamo chiamarlo il Risveglio, che ne so, so solo che sarà un nuovo momento storico e  in futuro avremo anche per esso un giorno apposito di festa, cortei e concerti gioiosi.

Per ora invece, fa impressione come qualsiasi cosa, dagli imbrogli ai furti istituzionalizzati alle censure fino alle dichiarazioni da autentici fuori di testa, vengano lasciate passare come se nulla fosse. Un tempo avevamo il benessere a tenerci belli buoni, ora nemmeno più questo. Eppure i nostri occhi rimangono sempre mezzo chiusi, hanno qualche guizzo di coscienza e consapevolezza, ma poi tornano nella loro contemplazione del nulla cosmico.

Non abbiamo perso solo il senso della vergogna e del rispetto, ma anche tutti quei valori che la Resistenza e la nostra bellissima Costituzione avrebbero dovuto depositare nei nostri cuori e nelle nostre menti per guidarci in un avvenire teso al miglioramento continuo (grazie anche agli errori del passato). Invece precipitiamo verso un fondo che sembra non avere fine, o almeno questa è la percezione che si ha sempre più spesso, a seconda della “novità” del giorno.

E’ anacronistico parlare di “valori”? Non importa: valori come la condivisione, l’ospitalità, il coraggio di tendere la mano verso chi è più sfortunato a discapito delle proprie comodità, dove sono finiti? Nel Paese delle cricche la condivisione viene derisa, l’ospitalità fa paura, e la sola parola “coraggio” suona talmente ridicola che me la censuro io da sola. Basterebbe solo rendersi conto “davvero” dello stato in cui siamo. La ciliegina sulla torta sarà, in un futuro neanche troppo lontano, avere Berlusconi come Presidente della Repubblica, com’è stato paventato oggi da più parti. Allora sì che saremo pienamente rappresentati in tutta la nostra autorevolezza di Stato nato (sic!) dalla Resistenza e ripiombato in un fascismo neanche tanto velato ma di cui siamo i primi colpevoli.

Come si fa a risvegliare un Paese? Ricette magiche non ne ho di certo, ma credo che attivarsi, mettersi in gioco in prima persona, sia un buon primo passo. Proviamo a rileggere la Costituzione, a conoscere la nostra Storia con meno preconcetti possibili, informiamoci, conosciamo il più possibile e riscopriamo la dignità sopita e tutta la nostra voglia di partecipare davvero alla vita di questo paese. Partecipare, sì. Libertà è partecipazione, no? Sono sempre stata d’accordo con questo concetto. Attiviamoci in qualcosa che non sia solo il nostro tornaconto personale, e poi torniamo a condividere (non solo sui social network, troppo facile :-P) Ricominciamo a vedere negli altri dei possibili compagni e amici e non dei potenziali nemici pronti a fregarci alla prima occasione. Ci vuole uno sforzo, e forse non è nemmeno tanto saggio, ma continuando a lamentarci ognuno per sé le cose non cambiano.

Insomma, questo è il mio pensiero e il mio augurio per tutti noi in questa giornata che per me è sempre stata la più importante e bella dell’anno. Tra angoscia e buoni propositi, la dico con il fantastico Pertini disegnato da Paz: 

 

Era l’autunno del 2000 quando il sindaco di Villaputzu Antonio Pili, denunciò la strage silenziosa che si stava consumando all’ombra del poligono militare di Quirra (Pisq), il più grande d’Europa, situato nella frazione del paesino sardo di Villaputzu. Succedeva che i tumori e le malattie che di solito colpivano i militari al ritorno da missioni di guerra (la cosiddetta “sindrome del Balcani” o “del Golfo”) a Quirra riguardavano e tuttora riguardano una percentuale troppo alta anche della popolazione civile. In una zona densamente spopolata, senza industrie né fabbriche, a cos’altro poteva esser dovuto se non alla presenza del Poligono interforze?

 

Certo prima di sparare delle accuse ci vogliono le prove, degli studi, delle certezze. Il problema è che da quelle prime denunce non abbiamo fatto altro che assistere a una lunga sfilata di smentite, monitoraggi abortiti o condizionati (per non dire “truccati”), depistaggi, campagne di disinformazione a tutti i livelli. Uno dei numerosi “muri di gomma” vergognosi a cui noi italiani siamo tanto abituati. Sembrava non ci fosse verso di ottenere un minimo, se non di giustizia, almeno di chiarezza.
Ora, incredibile ma vero, pare che qualcosa si stia muovendo. Gran parte del merito è del procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi che, da quando ha aperto le sue indagini a gennaio, non si è più fermato di fronte a niente e nessuno. Perchè era questo che serviva, qualcuno che non si fermasse di fronte a niente e nessuno. L’accusa della Procura, al principio contro ignoti, non è mica da poco: disastro, omicidio plurimo, omissione di atti d’ufficio e in particolare per detenzione di armi illegali.

Ma cosa c’è da indagare a Quirra? Il fatto che nei dieci paesi interessati dal Pisq, tumori e linfomi sarebbero il 20% più della norma. Nel solo paesino di Escalaplano 14 bambini sarebbero nati malformati, e a Quirra, frazione di Villaputzu, 14 persone sono morte di leucemia negli ultimi anni. Ma i vivi non sono messi molto meglio: secondo i recenti monitoraggi delle Asl di Lanusei e Cagliari dieci pastori su 18, cioè il 65% in un raggio di due km e 7 dal Poligono di Quirra, soffrono di tumori e leucemie e 4 si sono ammalati proprio tra il 2009 e il 2010. Moltissimi gli agnelli nati morti, ciechi, o sordi o con terribili malformazioni (se non altro il più famoso di questi poveretti, nato con due teste darà più di una grana a militari & co..). Tutto a posto vero? Semplice normalità statistica, avevano detto. 

In realtà, a parte la pietosa parentesi della miniera d’arsenico*, da subito si cominciò a parlare dei terribili proiettili all’uranio impoverito. L’uranio impoverito è uno scarto del processo di arricchimento dell’uranio naturale e rende i proiettili capaci di bucare i blindati, ma con le sue polveri radioattive provoca anche tumori e leucemie. Appunto. Certo le autorità militari hanno sempre smentito di usarli nel poligono, tanto chi poteva smentirli? I militari e le aziende private che vengono a Quirra da tutto il mondo a provare armi non convenzionali e nuovi sistemi di offesa e difesa sono coperti dal segreto di Stato i primi e dal segreto industriale (che è anche peggio) le seconde. Il denaro e la ragion di Stato prevalgono anche di fronte ai morti, ma che lo scrivo a fare, da che mondo è mondo è una banalità.

* In un primo momento istituzioni e politici
tentarono di dare la colpa a una miniera chiusa nel ’74,
per poi “scoprire” che l’avvelenamento da arsenico
non poteva portare a quel tipo di malattie.

Non ho menzionato i pericoli dovuti alla possibile dispersione di micropolveri di metalli tossici e cancerogeni come tungsteno e manganesio. E che ne è stato degli studi sulle nanoparticelle effettuati dalla dottoressa Gatti? Per non parlare del fatto che tutta la zona intorno al poligono è disseminata di ordigni e resti bellici. Molti sono stati ritrovati in mare, o sotto terra. La Procura ha deciso di sequestrarne alcuni esemplari e studiarli finalmente in modo serio e non condizionato.

Si potrebbe scrivere a lungo dei “misteri” di Quirra che alla fine tanto misteri non sono. Si potrebbe scrivere a lungo anche della reazione stizzita di una fetta della popolazione locale, spaventata dalla cattiva pubblicità che delle indagini serie possono arrecare alla zona, specie a ridosso della bella stagione (ogni volta mi cadono le braccia).

Ma mi limiterò a riportare gli ultimi avvenimenti che riguardano le indagini.

-Arriva una prima conferma ufficiale: a Quirra c’è l’uranio impoverito. Un agnello morto vicino al poligono sardo sarebbe infatti risultato contaminato. La rivelazione arriva dal documento del 19 aprile intitolato “Misurazioni di uranio condotte su campioni provenienti dalla Sardegna”, prodotto dal Dipartimento di energetica del Politecnico di Torino. Ovviamente tutti chiedono ancora di fare chiarezza (ma quante conferme delle conferme ci vorranno?)

-Secondo la testimonianza dell’ex militare di leva nel’97, Mauro Artizzu, e di alcuni documenti acquisiti nelle scorse settimane dagli investigatori allo Stato maggiore dell’Aeronautica, nel Pisq sarebbero avvenute esplosioni di munizioni esauste arrivate, secondo il teste, da tutta Italia. Nei documenti dello Stato maggiore, c’è anche traccia di esplosioni di napalm. Trecentosettantacinque ettari del poligono sono stati messi sotto sequestro.

-Il procuratore Fiordalisi ha disposto ieri la riesumazione delle salme di persone morte nei centri vicini al poligono fra il 2003 e il 2007 a causa linfomi o altre forme di tumore: si tratta dei corpi di due pastori sepolti nel cimitero di Perdasdefogu e di un militare di Baunei. I periti cercheranno eventuali tracce di sostanze radioattive, in particolare uranio. Le riesumazioni disposte saranno in tutto 18.

-Al momento nell’inchiesta della procura di Lanusei figurano tre iscritti nel registro degli indagati. Sono l’ex colonnello Tobia Santacroce, 66 anni di Chieti, accusato di disastro ambientale e omicidio plurimo per aver organizzato nel poligono l’esplosione di munizioni provenienti da diverse parti d’Italia, e due chimici della società Sgs del gruppo Fiat, accusati di falso ideologico in atto pubblico.

Secondo gli inquirenti, nell’ambito dei controlli ambientali, i due non avrebbero effettuato correttamente le comparazioni tra agnelli morti a causa di inalazioni di sostanze tossiche e quelli degli ovili esterni nelle immediate vicinanze del poligono. In questo modo hanno “neutralizzato” le anomalie scoperte pochi giorni prima dai tecnici delle Asl di Cagliari e Lanusei, deducendo dai loro studi che a Quirra “non c’è nulla di preoccupante”. La procura sospetta che ci sia un legame tra la loro Sgs e alcune commesse legate proprio al ministero della Difesa.

Chissà se stavolta cambierà qualcosa. L’unica cosa che mi sento di dire è: Vada avanti Procuratore, anche se le fanno terra bruciata intorno non si fermi! Non è solo, c’è tanta gente comune dalla sua parte. I sardi, non tutti ok ma buona parte, continuano a sperare nella verità e nella giustizia.

La morte assurda di Vittorio Arrigoni mi ha fatto e mi fa star male. E’ vero che lui la morte l’ha vista in faccia più volte nel corso della sua vita da attivista e da uomo di pace, tanto più che aveva deciso di vivere in una delle terre più martoriate dalla violenza e dalla guerra, la Palestina. Ma mi fa star male ugualmente, perchè sento già un grande vuoto, un’assenza tangibile, e so che mi mancherà tantissimo. Da molto tempo i suoi racconti, le sue testimonianze fanno parte della mia vita.

Ricordo benissimo la fine del dicembre 2008 quando Israele attaccò la Striscia, in quell’orrore denominato operazione “piombo fuso” (che nome tremendo!). Quell’anno vivevo a Londra, la città non aveva tardato a far sentire il suo dissenso verso i crimini contro l’umanità compiuti da Israele, e aveva organizzato subito diverse manifestazioni. Ho partecipato pressoché a tutte. Col freddo intollerabile che arrossava le guance e gelava le orecchie, una marea umana (perchè eravamo sempre tantissimi) camminava per le vie di Londra: Hyde Park, il Parlamento, l’ambasciata israeliana a Kensington. Grida, cartelli, rabbia, sensazione di impotenza. Quando Israele aveva deciso di mandar via da Gaza tutti i giornalisti la frustrazione era se possibile raddoppiata, visto che le uniche notizie mandate dalla Bbc erano i comunicati dell’esercito.

E’ allora che ho scoperto Vittorio, il suo prezioso blog, http://guerrillaradio.iobloggo.com . Vik non se n’era mica andato da Gaza, e pian piano è diventato una delle poche fonti di notizie e informazioni direttamente dalla Striscia durante quel periodo spaventoso. Dopo la fine dei bombardamenti a Gaza e l’uscita del suo libro, è tornato in Italia per un piccolo tour di presentazione ma non ci è rimasto molto, era in Palestina che voleva stare e ci è tornato, continuando a raccontare la sofferenza di quel popolo calpestato e dimenticato, sempre nel suo piccolo grande blog che in tanti abbiamo continuato a seguire fino a oggi.

 

Un altro bel ricordo che conservo è il giorno in cui è venuto a presentare il suo libro a Cagliari. Allora anch’io avevo lasciato Londra ed ero di nuovo nella mia bella Sardegna. Non mi sarei persa l’incontro per niente al mondo (http://www.terzonline.com/articolo.php?id=2738). Vik aveva invitato tutti i partecipanti a portare con sé una persona che di Gaza e della questione palestinese sapeva poco o nulla. Io ci sono andata da sola, amici che sarebbero venuti volentieri erano purtroppo impegnati, e soprattutto, ma questa è una fortuna, conosco davvero poche persone che non sanno nulla della Palestina. Sono stata felicissima di avergli potuto dire “grazie” di persona. Un “grazie” di cuore, per tutto quello che ha fatto per i palestinesi ma anche per noi, per me, un grazie che rinnovo anche oggi che non c’è più, perchè l’esempio e il bene che ha lasciato sono enormi. Non m’importa di essere retorica e balle varie, caspita, quello che gli è successo mi ha lasciato di schifo davvero. Non ho neanche voglia di analizzare complotti e responsabilità, per ora voglio dire solo che mi dispiace tanto e che mi mancherà. Restiamo umani, ora più che mai.

Questa lettera, scritta dal grande giornalista e scrittore Ryszard Kapuściński, è contenuta nel nuovo libro di Stella Pende, “Confessione reporter”. Direi che vale la pena di leggerla, o di ascoltarla dalla stessa voce della Pende nel video sotto.

Ciao cara Stella,

solo oggi vedo la tua lettera così triste. Scrivi che questo mestiere ti fa sentire spesso impotente e insufficiente. Un articolo, poi, difficilmente rende giustizia al dolore e alla verità di ciò che vedi e che senti. Come nuotare nell’oceano con la bassa marea.

Cara, cara Stella, quante volte lo stesso sentimento mi ha invaso e risveglia i giorni, quante volte un giornalista che sia davvero tale affonda in quelle sabbie mobili dello spirito. Ma questo è proprio il segno, mia cara, di quanto sia giusto per un buon reporter perseverare nel suo mestiere. Il dubbio, il tatto dei propri limiti, l’umiliazione di veder sacrificato un lavoro tanto faticato, ma soprattutto l’angoscia di non arrivare a passare vere emozioni è e sarà la fiamma del tuo mestiere, e di tutti coloro che vivranno sempre da buoni giornalisti.

Dici che tornare alla vita dei nostri privilegi dopo aver incontrato il dolore di una madre davanti al figlio morto di fame ti fa sentire straniera dovunque, sul lavoro ma soprattutto a casa. Così voglio dirti di un episodio che ho già ricordato in un mio libro. Ero in un campo profughi africano. I bambini, tormentati dalle mosche e dalla denutrizione. La fame aveva reso queste sagome di ossa aironi stecchiti e senza piume. Non c’era speranza per quella gente, ma neppure per me che non avrei mai potuto rendergli giustizia. Nessuno umano estraneo alla fame può raccontare quelle vite già dentro la casa della morte.

In serata, dopo un volo che mi era parso brevissimo, eccomi a Roma in piazza Navona. La gente mangiava e cantava felice vivendo inconsapevole della tragedia del mondo e io, all’improvviso, mi sono ritrovato a piangere tra quelle luci e quell’incoscienza.
Ma poi “Ebano”, mio libro africano, è stato pubblicato e amato. Abbandona il tuo lirismo, Stella. Quel famoso reporter che ha raccontato la guerra più glamour del 2003 da quell’autobus affollato che era allora Baghdad non è certo migliore del bravo giornalista che sei mesi dopo la tragedia ha raccolto i brividi e le voci della gente nei villaggi iracheni.

E quando arriva, lascia scorrere, libera la commozione che spesso ti travolge. Il nostro non può essere un mestiere per cinici. Non puoi far giustizia al dolore di una madre davanti al figlio morente se non muori un po’ anche tu.