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Tantissima gente ieri alla serata speciale organizzata a Roma dai volontari dell’ex Baobab: una cena per strada e la proiezione di un film nel muro di via Tiburtina, a ridosso del cimitero di Verano, proprio allo sbocco di quella famosa via Cupa che da tempo riempie le cronache dei giornali.

E’ lì che ieri tantissimi cittadini e cittadine si sono riuniti, molti dei quali neanche conoscevano in modo approfondito le vicende dell’ex centro per migranti, più volte sgomberato da un’ordinanza del prefetto ed ora completamente chiuso.

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Si sono incontrati, hanno parlato con coloro che ormai da tempo sono costretti a dormire e vivere per strada, hanno visto, toccato con mano la situazione vergognosa in cui le istituzioni romane hanno lasciato degli esseri umani, semplicemente colpevoli di volersi spostare per trovare condizioni di vita migliori. Perché non solo li si è abbandonati, ma non si permette nemmeno a coloro che vogliono aiutarli di poterlo fare in maniera adeguata. Almeno fino al giorno in cui, a livello istituzionale, non si decida di mettere la parola fine alla parola “emergenza” in tema di accoglienza (utopia?)

Eppure in via Cupa ce la mettono tutta: ormai da mesi attorno alla tendopoli che si è formata per strada, di fronte all’ex centro, si è mobilitata una delle più grandiose forme di solidarietà collettiva da parte dei cittadini romani che ogni giorno, sotto la guida attenta dei volontari, portano qualcosa a coloro che ne hanno bisogno, cucinano, assistono, mettono a disposizione tempo e competenze.

Una solidarietà che non poteva non colpire la sensibilità di molti artisti e registi che hanno dato il loro sostegno alla serata di ieri, la maggioranza con una firma, ma qualcuno – come Sabina Guzzanti – anche con la presenza fisica. Tra coloro che hanno aderito: Valerio Mastandrea, Claudio Santamaria, Francesca Comencini, Stefano Rulli, Luca Zingaretti e, naturalmente, Gianni Amelio, che ha gentilmente concesso a questo speciale pubblico di poter proiettare e vedere il suo film “Lamerica”, un film realizzato vent’anni fa ma purtroppo ancora attuale.

“Da mesi a Roma, in via Cupa 5 (stazione Tiburtina) transitano migliaia di migranti, è stato calcolato circa 35mila nel solo 2015 – si legge nell’appello di invito alla serata – I volontari del Baobab e altri, inclusi semplici cittadini, con un grande sforzo ed estrema generosità, stanno offrendo un aiuto ma non sono sostenuti in alcun modo dalle istituzioni, che non solo in un anno non sono riusciti a trovare un luogo dove accoglierli, ma anzi hanno inviato le forze dell’ordine che ogni ora minacciano di sgomberare. La situazione è precaria sotto tutti i punti di vista, igienico-sanitario, alimentare, logistico. È una situazione insostenibile, politicamente e umanamente”.

La serata è riuscita nel suo intento, ma i volontari e i migranti restano in attesa di una risposta concreta delle istituzioni, che come al solito tarda ad arrivare.

di Anna Toro – Mercoledì, 18 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Donna.tuttogratis.it

Foto: Donna.tuttogratis.it

Si chiama Al Capone, occhi e riccioli neri, lo sguardo un po’ timido, bellissimo. Ha trascorso quasi tutta la sua vita dietro le sbarre, ma diversamente dal gangster italo-americano, è solo un bambino di 3 anni: sta scontando la pena insieme alla madre detenuta nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, ed è uno dei piccoli che compaiono nel documentario girato dalla giornalista del Manifesto Luisa Betti, dal titolo “Il carcere sotto i tre anni di vita”. Il video è stato proiettato sabato a Roma al Museo Storico della Liberazione, nell’ambito di un percorso di iniziative e incontri sul tema organizzato dal Museo e coadiuvato da associazioni come Madri per Roma Città Aperta e la Casa delle Donne.

La situazione del piccolo Al Capone è la stessa di altri 70 bambini sparsi per le carceri della Penisola. La legge italiana, infatti, permette ai piccoli da 0 ai 3 anni di stare “dentro” insieme alle loro madri autrici di reato. Allo scadere dei 3 anni, i piccoli vengono mandati fuori, da parenti se li hanno, o in case famiglia, a volte in affidamento o adozione, con tutti i traumi e le tragedie che ne conseguono. “Queste donne sono spesso considerate delle cattive madri – spiega Luisa Betti – incapaci di portare avanti il proprio ruolo. Senza contare che l’attenzione di istituzioni e società sui motivi che le portano in carcere, così come l’attenzione sull’impatto che il carcere ha sulla loro vita e su quella dei loro figli dentro e fuori, è sempre stata molto scarsa”.

Marginalità sociale e infanzia segnata. Oggi in Italia le donne che vivono coi i propri bambini in carcere sono poco più di 60, su un totale di circa 2600 donne detenute (il 4% dei ristretti in generale). Sei sono le carceri interamente femminili in Italia, e solo sedici gli asili nido funzionanti. Al Capone, Rambo, Armani, sono i nomi suggestivi (talvolta discutibili) che queste mamme scelgono per i propri figli, forse sperando per loro un avvenire “brillante”, di certo diverso dal proprio. Sono infatti donne che vengono per lo più da contesti di marginalità sociale: madri single con bassa scolarizzazione, disoccupate per lunghi periodi, straniere, prostitute, tossicodipendenti, rom, immigrate clandestine, spesso con figli avuti in giovanissima età. Secondo diversi studi condotti sulle donne detenute in Europa e in Italia, la tipologia di reato più frequente in questa categoria sono violazioni delle leggi sulle droghe e reati contro il patrimonio. Perciò queste donne vanno in carcere perlopiù per brevi periodi (il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio), che si allungano all’accumularsi delle recidive, piuttosto frequenti.

Secondo Silvia Girotti dell’Avoc (Associazione Volontari Carcere), “la maternità in carcere è una maternità interrotta”, così l’infanzia dei bambini da 0 ai 3 anni è segnata per sempre. Diversi studi hanno infatti riscontrato effetti negativi determinati dalla struttura penitenziaria anche in bambini così piccoli: molti, vivendo un rapporto simbiotico con la madre, sviluppano un attaccamento insicuro e mostrano difficoltà anche in brevi separazioni da lei; hanno comportamenti di forte protesta e autolesionistici, come sbattere la testa, o graffiarsi; si sono notate anche difficoltà nell’alimentazione e nel ritmo sonno-veglia, oltre a uno sviluppo cognitivo e linguistico ritardato a causa degli scarsi stimoli: i bambini imparano poche parole (di cui le prime sono spesso “agente” e “apri”), prediligono una comunicazione gestuale, usano poco la fantasia e utilizzano giochi ripetitivi come aprire e chiudere le porte quando possono farlo (infatti imparano che devono aspettare che l’agente apra) e giocano con le chiavi, con un richiamo evidente alla realtà carceraria. Per quanto riguarda le madri, c’è il terrore dell’allontanamento forzato dal piccolo al compimento dei tre anni, e l’angoscia di non poter accudire i figli che sono fuori e di perdere il rapporto con loro.

Limiti e falle della nuova legge. Un cambio di rotta nella legislazione potrebbe fare molto per migliorare la situazione. “Un anno fa si è discussa una nuova legge sulle detenute madri, che entrerà in vigore dal 2014, ma è cambiato ben poco – spiega Luisa Betti – Il limite dell’età del bambino è stato alzato ai 6 anni, ma il problema delle recidive e delle donne senza fissa dimora resta. Inoltre la madre non può nemmeno accompagnare, se non a discrezione del giudice di sorveglianza, il figlio in ospedale o a una visita specialistica, e tanto meno assisterlo”.

All’inizio la legge era di ben altro calibro, ma nel passaggio dalla Camera al Senato è stata in gran parte snaturata. “L’onorevole radicale Rita Bernardini – continua la giornalista – ha spiegato che questo svuotamento degli intenti originari è stato il frutto di un accordo bipartisan per accontentare la Lega che aveva insistito per la sicurezza”. Lo spiega bene Eugenia Fiorillo, educatrice nel Carcere femminile di Rebibbia, quando nel documentario di Luisa Betti afferma: “In questo caso al centro sta sempre l’adulto, non il minore. E la legge pensa solo alla salvaguardia della società, non del rapporto madre-figlio”.

Prossimi obiettivi. “Sul destino della detenuta e di suo figlio decide sempre il magistrato di sorveglianza, a sua discrezione – puntualizza Francesca Koch, presidentessa della Casa delle Donne –. Permessi, detenzione domiciliare, revoca delle misure, tutto. Anche se recentemente si è riusciti ad ottenere che, per le visite di emergenza ai figli in ospedale, ora vale anche la decisione della direttrice dell’istituto”. Piccole e grandi vittorie conquistate, ricordano al Museo della Liberazione, anche grazie all’incessante lavoro della combattente per i diritti civili Leda Colombini, deceduta per un malore lo scorso dicembre a 82 anni, proprio mentre svolgeva la sua quotidiana opera di volontariato al carcere di Regina Coeli di Roma.

“Il bambino non deve stare in carcere, non può pagare per la pericolosità sociale” spiegano le associazioni, che hanno preparato una lettera da inviare al Ministro dell’Interno e a quello della Giustizia. “Abbiamo un po’ di speranza, non solo perchè sono due donne, ma perchè ci sono stati segnali positivi: la Cancellieri ad esempio, ha fatto uscire Adama dal Cie, la Severino non si è pronunciata contro l’amnistia e vorrebbe spingere verso un maggiore utilizzo delle misure alternative”. Un altro obiettivo è la creazione di un Icam (Istituti Custodia Attenuata per Madri) anche a Roma. “Per ora in Italia ne esiste solo uno, a Milano – spiegano le associazioni – e allora noi chiediamo: perchè non spostare un po’ di fondi per l’edilizia penitenziaria verso gli Icam? Anche se – aggiungono infine – senza una modifica del regolamento penitenziario, qualsiasi abbellimento delle strutture di detenzione sarà comunque inutile”.

 

E’ un discorso trito e ritrito, specie in Italia, ma tornato di moda grazie alle cronache di questi giorni. Fantasy&fascio… Certo se forzi l’interpretazione ogni cosa può essere di estrema destra o viceversa. A questo punto potrei fondare un’associazione dedita al culto della cannabis e avere come figura ispiratrice Pippo (l’amico di Topolino, che come fa a sopportarlo non lo so. Pippo a Topolino, intendo. Ma vabhe).

Sono però d’accordo col fatto che sia importante dissociarsi da certi autori, anche fantasy. Perchè io a te che predichi lo sterminio degli immigrati non ti VOGLIO leggere e ipoteticamente apprezzare. Anche se, tra un delirio e l’altro, pubblichi una bella storia di elfi, maghi, onore e coraggio. Com’è capitato a questi sedicenti neonazisti-autori italiani, amanti del cappa e spada. E’ probabile che da una storia fantasy io non lo capisca che sei un seguace del fuhrer. E finisce che magari ti apprezzo. Questa cosa non mi va. Troppa “ideologia” anche in me?

Andando dalla parte opposta della barricata, stavo per comprare i libri della De Mari perchè mi han detto che sono molto interessanti e avvincenti. Ci credo, non dubito che abbia saputo costruire un’ottima saga fantasy. Ma dopo aver letto le sue folli crociate contro l’Islam nel suo blog, col caxxo che le compro i libri. Anche se sono curiosa di capire se dalle sue storie traspare tutta quella sua paura e astio contro “l’invasione islamica” in Europa (e qui tutti i suoi bei discorsi sull’Olocausto che ho sentito alla presentazione di un suo libro mi si annullano, puf! Spariti). Quindi credo che prima o poi qualcosa la leggerò (ma senza comprare).

Premesso che Tolkien e la De Mari sono due casi diversi: del primo se ne sono appropriati, lei invece le sue idee le professa molto apertamente. Resta il problema da sempre esistente dell’arte, la politica e una loro ipotetica connessione, spesso presente senza filtri o nascondimenti, altre volte assente…e capita che gli altri ci ricamino sopra (come nel caso di Tolkien, o della Storia Infinita. Pazzesco, la storia infinita!!). Ma questo vale per ogni genere letterario, come per ogni autore singolo.

Allora, domanda uno, è giusto accostare il fantasy agli estremisti di destra? Io dico di no, leggo pacchi di fantasy e non ci vedo elementi tali da giustificare una connessione, se non la volontà di trovarli (e quindi torniamo all’inizio di questo post). I fasci se lo sono presi, e hanno avuto una bella idea, le ambientazioni sono una figata. Domanda due, bisogna fare attenzione agli autori che scegliamo e promuoviamo? Questo è un altro bel paio di maniche. Io spesso e volentieri ci sto attenta, e la cosa m’influenza non poco. E’ un controsenso?

 

25 luglio 2011, “LasciateCIEntrare”: iniziativadell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa che chiede l’abrogazione della circolare che da due mesi vieta alla stampa l’ingresso nei Cie.

Un po’ di lacrime di coccodrillo ma.. ben venga un’iniziativa del genere. Sperando non resti un fatto isolato. I politici devono tornare a occuparsi dei reali problemi della società, e i giornalisti pure. Non se ne può più di cronaca nera e notizie ansiogene, l’ansia ce l’abbiamo per la disoccupazione, per la situazione economica e per i più elementari diritti umani che nella superdemocratica Italia vengono ogni giorno calpestati senza che ce ne rendiamo conto (in quanto anestetizzati dai mezzi di distrazione di massa). So say we all.

Sul Guardian di oggi è apparso un commento molto interessante della giornalista Lynsey Hanley che ricalca le opinioni che da tempo ho sull’immigrazione (forse sono io che ricalco le sue, eh eh!). E’ scritto naturalmente dal punto di vista inglese, ma suppongo che il succo valga universalmente. Ho provato a tradurlo, e l’ho postato qua sotto, dategli uno sguardo, sicuramente c’è da riflettere. Già il titolo dice tutto.

(Qui invece trovate l’articolo originale: Migration is about economics, not politics)

L’immigrazione riguarda l’economia, non la politica

di Lynsey Hanley

Avrei un suggerimento da dare a quel 48% di inglesi che, secondo il nuovo rapporto dell’organizzazione antifascista Searchlight, supporterebbe il partito anti-immigrazione: e se il partito fosse anche anti-emigrazione? Visto che abbiamo una popolazione che invecchia, a nessun britannico in età da lavoro sarebbe permesso spostarsi da qualche altra parte alla ricerca di una vita migliore per se stessi o per le proprie famiglie, così come tutti noi saremmo chiamati a sostenere l’economia e pagare le pensioni.

Una nazione inglese per persone inglesi, dove gli inglesi coltivano le verdure, inscatolano il pollo, lavorano nelle case degli anziani, fanno gli infermieri ausiliari, lavano pentole nelle cucine degli alberghi e tutti quegli altri lavori da minimo sindacale che ognuno non vede l’ora che il proprio figlio faccia. Il Canada è off limits; la Spagna accesso vietato; Dubai una chimera. Nella grande società “all-British” ci daremmo tutti una mano e condivideremmo le difficoltà nel lavoro. Come direbbe Paul Merton (*comico inglese), non sarebbe meraviglioso?

Gli immigrati si muovono in luoghi dove c’è bisogno di mano d’opera: a Liverpool, ad esempio, dove il lavoro è scarso è lo sta diventando ancora di più, è facile che invece troviate dei cittadini di Liverpool a lavorare da Costa e da Pret (*catene di bar e fast molto presenti in Inghilterra) e pulire stanze d’hotel. Gli immigrati non si prendono la briga di andare in posti dove non c’è lavoro; ergo, non rubano il lavoro, ma riempiono le mancanze che sarebbero sennò difficili da riempire.

Tutta la sciocchezza dello sventolare la bandiera di S. Giorgio fuori da ogni edificio pubblico è di nuovo un altra distrazione dalla verità di base, ovvero che la classe dei lavoratori viene fregata, qualunque sia la razza o la religione, sia che siano arrivati nel Paese 5 minuti fa, o che siano stati qui, supponiamo, dall’alba dei tempi. La frustrazione e la rabbia che arriva dal sentirsi regolarmente in trappola si rivolge diritta verso tutti, o al contrario ogni cosa, come la diversità, viene presa per un vantaggio. Ogni persona che è come voi può stare sulla stessa barca, e perciò chiunque sembri diverso da voi deve per forza avere la fetta più grande della torta. Che cavolata.

Sono cresciuta in un luogo dove la popolazione al tempo, sebbene non sia cambiato molto, era per il 97% bianca. Comunque, questo totale includeva così tante persone di estrazione irlandese o gallese che se l’ “Inglese” è stato elevato a un’identità sopra quella degli altri abitanti delle isole britanniche, espellendone i Celti non rimarrebbe molta gente. Nel miei 18 anni qui ho assistito e sperimentato tutta la gamma dei comportamenti umani, dalla gentilezza sbuccia-ginocchia alla crudeltà più miserabile.

Molta di quella crudeltà era causata dal razzismo occasionale, in particolare contro gli asiatici, percepiti come quelli che avevano “beneficiato” dallo spostarsi verso il centro-città, da cui la maggior parte delle persone residenti dagli anni Sessanta era andata via. Non è mai stato chiaro come vivere in quegli alloggi inagibili volesse dire dare dei vantaggi a delle persone, mentre era chiaro che la maggior parte della rabbia espressa aveva molto più a che fare con la nostalgia per un senso della comunità che era stato interrotto dal cambiamento di residenze.

Ciò è stato riconosciuto raramente: invece, si trattava sempre di “Loro”, e non si è mai fatto spazio per cosa avrebbe significato invece un senso più largo del “Noi” basato su una classe comune di interessi, invece che percepito in termini di differenze culturali. La lamentela dei razzisti è sempre stata la stessa, che siano stati gli anni ’60, ’80, o il 2010: avrei una vita fantastica se non fosse per quelle persone laggiù che hanno molta più influenza sulla struttura sociale ed economica di quanto ne abbia io. (Nella ricerca si scopre che gli asiatici più che gli inglesi pensano che l’immigrazione dovrebbe essere fermata, e tutto questo prova che è la stupidità umana a essere senza confini, di razza o altro).

A 18 anni mi sono trasferita dove nessun gruppo razziale o religioso era in maggioranza, e indovinate: nei 13 anni in cui ho vissuto lì ho continuato ad assistere alla gamma completa dei comportamenti umani, dalla tenerezza scambiata tra due persone con poco in comune eccetto il loro codice postale (il che, naturalmente, conta molto) all’infelicità espressa tra persone simili tra loro nell’aspetto e nell’accento.

Sì, il razzismo c’era: le persone che covano risentimento amano incolpare gli altri. Ma ciò che mi ha colpito, che è ciò che mi ha sempre colpito, in 35 anni di vita in quel Paese sconcertante, insieme meschino e dal cuore grande, è il fatto che possiamo andare d’accordo. Chiunque dica che non possiamo – che le divisioni sono troppo ampie e che in qualche modo questo progetto di vivere insieme dev’essere fermato o invertito – può solo parlare per se stesso, all’interno della malattia del proprio cuore.

La migrazione in una società urbanizzata è naturale. Le città non esisterebbero se la gente non si fosse spostata dalle campagne, e in questo senso, con solo poche eccezioni, siamo tutti migranti e abbiamo radici nella classe operaia. La popolazione mondiale si sta muovendo, quasi come una cosa sola, verso le città e le metropoli. Dire che questo è in qualche modo pianificato politicamente manca il punto: è programmato economicamente, nella vastità in cui le persone si muovono verso le capitali. Ecco perchè gli inglesi lavorano a Dubai, e i polacchi lavorano nel Regno Unito.

Sia John Cruddas, che ha sconfitto il Partito Nazionale Britannico (*di estrema destra) per più elezioni consecutive a Dagenham, sia David Miliband, che ha scritto oggi nel Guardian, hanno ragione quando dicono che i partiti tradizionali stanno ignorando la preoccupazione di una larga parte dell’elettorato, ma è necessario chiarire meglio che ciò che essi stanno ignorando è il fatto del ceto così come esso è vissuto, invece che il folle bisogno di alcune persone di avere bandiere da sventolare.


..Anche la procura di Agrigento è intasata dalle centinaia di denunce per immigrazione clandestina e mancata esibizione dei documenti. «Abbiamo già iscritto nel registro degli indagati oltre 300 persone e altre migliaia se ne aggiungeranno nei prossimi giorni – dice il procuratore aggiunto Ignazio Fonzo – Questo comporta un lavoro massacrante per magistrati e forze dell’ordine perché secondo la nuova legge, una volta identificati, i clandestini dovranno tutti comparire davanti ai giudici. Si tratta di migliaia di processi la cui pena massima prevede un´ammenda di 5 mila euro di multa che nessuno di questi disperati pagherà mai».

Proprio per questo nei mesi scorsi la procura aveva sollevato questione di legittimità alla Corte Costituzionale che, però, non si è ancora pronunciata. Per il momento, quindi, si vive nel paradosso: i tribunali delle province dove sbarcano gli immigrati sono completamente intasati. Di più. Quando comincerà il processo, gli extracomunitari dovranno lasciare i centri di accoglienza dove nel frattempo saranno stati trasferiti per presentarsi davanti al giudice nel luogo del primo attracco. Nei giorni scorsi sette extracomunitari che alcuni mesi fa erano sbarcati a Pantelleria e che poi erano stati trasferiti in un centro di accoglienza di Milano, sono tornati sull’isola accompagnati dai carabinieri: c´era l´udienza dal giudice di pace.”

Da Repubblica di oggi (Art. di Francesca Viviano → Tra i duemila immigrati prigionieri di Lampedusa “Fateci andare via da qui”)

Cioè, rendiamoci conto.. Pronto, Maroni? Deve continuare ancora per molto questa pagliacciata elettorale (tragica, inutile e dannosissima) del reato di immigrazione clandestina? La prossima pensala meglio. Ovviamente preferirei ci pensasse qualcun altro, ma la mia opinione conta poco..