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Quando l’8 maggio scorso si è celebrata la Giornata mondiale della libertà di stampa, il ministro della Cultura Sayed Makhdom Raheen ha dichiarato raggiante che una delle conquiste più eccezionali dell’era post-talebana è stata proprio l’espansione dei media. “Il loro numero è cresciuto da zero a 200 ad appena un mese dalla caduta del regime. Ora abbiamo oltre mille media, tra radio, tv, e carta stampata”.

di Anna Toro – 29 febbraio 2012 – Osservatorio Iraq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/afghanistan-%E2%80%9Cuna-pace-prezzo-della-libert%C3%A0-di-parola-e

Eppure la libertà di stampa nel paese asiatico in guerra da oltre 10 anni rimane tutt’oggi un obiettivo lontano, tanto che secondo la classifica di Reporters senza frontiere (Rsf), l’Afghanistan si trova appena al 150° posto su un totale di 179 nazioni analizzate, confermandosi ancora come uno dei posti più pericolosi in cui un giornalista si trova a operare.

Secondo l’organizzazione che si occupa della difesa dell’informazione in tutto il mondo, il picco di violenze si è raggiunto nel 2009, con 85 episodi avvenuti soprattutto nelle province di Kabul, Herat e Helmand. Senza contare che alcune province del sud-est sono tutt’oggi off-limits per i giornalisti, perché sotto il controllo talebano.

Rsf esprime grande preoccupazione per il silenzio del presidente Karzai sulla questione.

E’ di pochi giorni fa, ad esempio, la notizia della decapitazione di un operatore radiofonico nella zona sud-orientale dell’Afghanistan.

Il giornalista si chiamava Samed Khan Bhadrzai, 25 anni, e lavorava nella radio Mehman – Melmad. Secondo quanto riportato dal quotidiano arabo ‘al-Quds al-Arabi, il cronista aveva ricevuto una telefonata alle 8 di sera ed era uscito di casa: il suo cadavere è stato trovato il giorno dopo dalla polizia afghana nella provincia di Paktika.

Sebbene Bhadrzai operasse in una zona in cui sono molto attive le milizie islamiche del mullah Omar, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha negato la responsabilità del gruppo, nonostante la decapitazione sia quasi il loro marchio di fabbrica.

In ogni caso le speranze sul fatto che l’indagine partita dalla polizia locale possa portare a qualche risultato sono esigue. Lo dimostra il fatto che gli assassini di giornalisti come Zakia Zaki, proprietario della stazione Radio Peace ucciso nel 2007, di Abdul Samad Rohani, reporter della BBC e dell’agenzia afghana Pajhwok ucciso nel 2008, e di Jawed Ahmad, giornalista freelance che lavorava per il network canadese CTV, non siano mai stati identificati e puniti.

Se non si arriva ad uccidere, ci sono poi le intimidazioni e le minacce.

Due settimane fa, a Kabul, il cameraman Parviz Safi dell’emittente di Stato in lingua inglese Press TV è stato attaccato con l’acido da 3 uomini. Il giornalista ha riportato ustioni di secondo grado sul viso ma per fortuna gli occhi non sono stati colpiti e non si trova in pericolo di vita.

Ancora, a gennaio dell’anno scorso Razaq Mamoon, che lavorava per diverse testate afghane e presentava un programma della stazione TV indipendente Tolo TV, è stato spruzzato con l’acido con le stesse modalità.

Un metodo di minaccia terribile, fino a poco tempo fa usato soprattutto per “punire” le donne “troppo frivole”. Gravemente ustionato, Mamoon è dovuto andare all’estero ed è tuttora sotto cura.

Uno dei maggiori problemi per gli operatori dell’informazione in Afghanistan è poi il fatto che spesso si trovano a lavorare stretti tra due fuochi: le milizie antigovernative da una parte, la polizia e gli eserciti dall’altra.

Basti pensare che durante le ultime proteste contro i roghi dei corani scoppiate in diverse città afghane molti giornalisti sono stati malmenati e feriti sia dalla polizia sia dai manifestanti.

Tra le vittime registrate, un fotografo dell’agenzia France-Presse colpito al collo da un proiettile di gomma: non è in pericolo di vita, ma ci è andato davvero vicino.

A questo bisogna aggiungere che la violenza o altre azioni illegali da parte della polizia contro i giornalisti restano spesso impunite, il ché non fa che aumentare il senso di insicurezza per gli operatori dell’informazione.

Per non parlare dei giornalisti che muoiono per mano delle truppe Nato, come Ahmad Omid Khpalwak, colpito da fuoco amico nel 2011, e Sultan Muhammad Munadi, ucciso nel 2009 durante un’operazione di salvataggio, per il quale le indagini sono ancora coperte dal segreto.

Anche la censura in Afghanistan rimane un problema rilevante, e tra un’autorità governativa debole e un contingente internazionale sempre più malvisto dalla popolazione, l’influenza talebana continua ad acquisire molto potere: così, i media afghani stanno diventando sempre più vulnerabili alle organizzazioni sociali e religiose che chiedono innanzitutto uno stop alle inchieste e ai programmi “anti-islamici”, per i quali è prevista perfino la pena di morte.

Proprio Tolo TV, l’emittente di uno dei giornalisti sfregiati dall’acido, è stato tra i media che il gran consiglio degli Ulema Shura ha chiesto a Karzai di chiudere, per fortuna senza successo.

L’altro era il giornale Hasht-e-Subh Daily, colpevole di aver pubblicato un’inchiesta, prodotta dalla Commissione Independent Human Rights, sul lavaggio del cervello fatto alle donne nelle madrasse nel nord dell’Afghanistan. Il giornale è stato accusato di “pubblicare materiale antireligioso, contro l’unità nazionale e contro gli interessi della Nazione”.

A complicare il tutto ci si mette anche la Legge sui media afghani, approvata nel luglio del 2009, di cui parla anche il report sulla libertà di stampa in Afghanistan dell’International Federation of Journalists (IFJ), il più grande sindacato di giornalisti a livello globale.

Lo studio, messo a punto insieme all’affiliata Afghan Independent Journalists Association (AIJA) e col supporto dell’Unione Europea, analizza la situazione dell’informazione in Afghanistan dal 2008 al 2011, e conferma le difficoltà del paese in questo frangente.

Si scopre così che la citata legge sui media tra le altre cose considera illegale usare programmi e articoli per convertire le persone a una religione diversa da quella islamica.

Un punto ambiguo e di difficile interpretazione, che provoca innumerevoli problemi a qualsiasi giornalista che provi a trattare di altre culture.

Il problema con la legge in generale è che essa presenta un’incredibile vaghezza, soprattutto nelle proibizioni: una fra tutte, la “notizia contro la sicurezza nazionale”, che finisce per limitare severamente il lavoro dei cronisti.

Il report dell’ IFJ non manca certo di citare i piccoli passi avanti fatti in questi anni, compresa una lieve diminuzione delle violenze, ma spiega anche come le minacce provenienti soprattutto dai gruppi armati non governativi restino un pericolo costante.

A questo si aggiunge la preoccupazione di Rsf per l’avanzamento dei colloqui di pace tra il governo di Karzai e i talebani: “Una pace a prezzo della libertà di parola e di pensiero?”

PrigioneAppesi per i polsi al soffitto, insultati e percossi brutalmente con cavi elettrici e bastoni di legno, unghie dei piedi strappate, genitali torsi fino a far perdere conoscenza, umiliazioni verbali di ogni tipo. Succede nelle prigioni afgane, in cui le pratiche di tortura non sono molto diverse da quelle del più famoso carcere di Abu Ghahib in Iraq. Solo, stavolta non abbiamo le foto.

di Anna Toro – 21 febbraio 2012  Osservatorio Iraq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/torture-e-umiliazioni-la-zona-grigia-delle-prigioni

Sebbene manchino le immagini, esistono però diversi rapporti ufficiali, come quello pubblicato dall’Onu alla fine del 2011: un racconto agghiacciante e dettagliato che mette sotto accusa sia il Direttorato nazionale di sicurezza (Nds) sia la polizia nazionale afghana.

O come l’inchiesta condotta il mese scorso da una commissione istituita dal presidente afgano Hamid Karzai presso la prigione di Bagram: qui, a finire sul banco degli imputati sono i soldati Usa, accusati anch’essi di usare la tortura e pratiche che violano la Costituzione del paese.

Chi ha ragione?

Probabilmente entrambi, e il rimpallo di responsabilità tra il governo afgano e le forze Nato presenti sul territorio non fa che ribadire un punto: le prigioni, specie quelle di un paese in guerra, si confermano come la zona grigia per eccellenza in cui le leggi vengono sospese, e la tortura continua ad essere usata sistematicamente come strumento per intimidire i prigionieri e ottenere informazioni.

Il rapporto dell’Onu intitolato “Treatment of Conflict – Related Detainees in Afghan Custody” rivela che in ben 47 penitenziari sparsi su 24 province afgane, i militari e i poliziotti avrebbero torturato “sistematicamente detenuti, anche bambini, violando sia la legge nazionale che quella internazionale”.

Nel mirino, anche la prigione provinciale di Herat, ristrutturata e modernizzata con finanziamenti italiani (91 mila euro), le cui celle sono piene di presunti talebani catturati dai soldati italiani.

I penitenziari di Herat (la capitale del distretto a guida italiana) sono sempre stati affidati a una sorta di supervisione delle nostre truppe: possibile che non si siano mai accorte di niente?

Certo si tratta di casi che coinvolgono un po’ tutti i contingenti. Ad esempio Paul Champ, responsabile del settore diritti umani di Amnesty International Canada, ha affermato che, stando al rapporto Onu, “è probabile che alcuni prigionieri che avrebbero subito torture siano stati consegnati agi afgani dalle truppe canadesi”.

Proprio per questo la Nato avrebbe infine sospeso il trasferimento dei detenuti, che ora verrebbero dirottati in altri centri non coinvolti nel rapporto.

Difficile, comunque, che le forze internazionali non sapessero, dato hanno sempre lavorato a stretto contatto con la loro controparte afgana.

Un giornalista di France Presse ha raccolto l’anno scorso 23 dichiarazioni di soldati afgani e statunitensi, semplici soldati o ufficiali stanziati in undici basi militari americano-afgane della provincia meridionale di Kandahar, i quali hanno infatti dimostrato di essere a conoscenza dell’uso diffuso, se non sistematico, della tortura sui loro detenuti da parte delle forze di sicurezza afgane.

Ma c’è chi parla anche di partecipazione attiva alle torture da parte delle truppe internazionali.

Un’inchiesta condotta da una commissione governativa istituita lo scorso 5 gennaio dallo stesso presidente Hamid Karzai, ha denunciato ad esempio una serie di abusi perpetrati dalle autorità statunitensi ai danni dei detenuti della prigione di Bagram, a Nord della capitale Kabul.

Bagram è la principale struttura penitenziaria della regione, gestita congiuntamente da truppe statunitensi e afgane, e ospita circa 3000 detenuti, in gran parte talebani.

Gul Rahman Qazi, presidente della commissione, ha parlato di “percosse, umilianti ricerche nelle cavità corporali e lunghe esposizione al freddo estremo”.

Qazi ha citato anche arresti indiscriminati, condanne senza processo, tempistiche di detenzione indefinite, e ha precisato: “Sui corpi dei detenuti non abbiamo rinvenuto prove di torture, ma restano le denunce dei prigionieri”.

Proprio per questo Karzai ha rimandato di un mese al 9 marzo la scadenza fissata per trasferire al governo di Kabul la gestione della prigione militare gestita dagli americani, precisando che il ritardo è dovuto a “una mancanza di cooperazione da parte degli Stati Uniti”.

Oltre alle torture, tra i maggiori motivi della contesa ci sono l’impunità dei militari stranieri davanti alle leggi afgane, e soprattutto i raid notturni indiscriminati effettuati dalle truppe americane nelle case dei civili, insieme ai bombardamenti, come quello effettuato all’inizio di questo mese nella provincia di Kapisa, a nord di Kabul, nel quale hanno perso la vita 8 bambini.

L’ambiguità di Karzai, però, sta nel fatto che mentre promuove inchieste sugli abusi nelle prigioni e fa rimuovere diversi responsabili militari dai posti di comando, contemporaneamente trasferisce, con un decreto del 17 dicembre 2011 e diventato operativo nel gennaio 2012, tutto il controllo del sistema penitenziario dal ministero della Giustizia a quello dell’Interno.

Il problema è che proprio alle dipendenze del ministero dell’Interno opera la polizia nazionale afgana, tristemente nota per episodi di torture e comportamenti illegali.

“La giustizia criminale in Afghanistan non migliorerà lasciando a briglia sciolta i poliziotti penitenziari – ha detto Brad Adams, direttore di Human Rights Watch in Asia – e il problema, molto serio, delle prigioni non si risolverà certo trasferendo i prigionieri sotto un altro ministero che ha una tradizione di abusi perfino peggiore”.

Rossella e gli altri

Posted: February 29, 2012 in conflitti, Esteri, Media, società
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Il mio pensiero per Rossella nel blogging day, e per gli altri ragazzi nelle mani dei sequestratori in tutto il mondo. Tenete duro! E comunque sono in paranoia per loro non solo oggi ma ogni giorno. Spero li stiano trattando decentemente 😦

A questo punto i black bloc dovrebbero andare avanti. Che senso ha spaccare tutto solo un giorno? Si organizzano, un po’ ogni giorno, spatàm, kaboom, crash, pùm pùm, sbràm, e devastano un pezzo di

15 ottobre. Roma, p.zza S. Giovanni

città alla volta in modo continuativo. Magari la gente inizia a prenderci gusto e si unisce. Tanto la voglia di spaccare le cose ce l’abbiamo tutti. La casta ce la mangeremmo viva.

Ma così.. non capisco la strategia. Il governo è caduto? Il popolo ha vinto? Le banche cambieranno diventeranno tutte templi dell’etica? A meno che quelli di ieri, così cool nelle loro uniformi nere da hockey, non siano stati tutti fasci e poliziotti infiltrati. Allora gli avvenimenti di ieri avrebbero un senso. Roba vecchia e stantia, che però funziona sempre. Ma chissà. Potrebbe anche essere che di strategia non ce ne sia stata proprio. Strategia portami via.

Ovviamente sto esagerando, ma insomma. Ci lamentiamo sempre che le manifestazioni non servono a niente. Ci lamentiamo quando 4 cretini sfasciano tutto. Ci lamentiamo quando i cortei chiudono le strade e intasano il traffico. Ci lamentiamo quando questo e quello fanno sciopero, perchè non permettono ad altri di lavorare e portare a casa quei 2 soldi maledetti che non bastano nemmeno per sopravvivere. Questo mentre pochi altri vivono da porci alle nostre spalle.

Ne approfittano del fatto che la coesione e la solidarietà tra i cittadini ormai non esiste più. L’individualismo non ci permette di organizzarci in modo sì civile, ma che sia anche efficace. Tipo sdraiarci tutti di fronte a Monte Citorio e non spostarci nemmeno se arrivano le ruspe. Così crei disagio ma non fai male a nessuno. Cose così..che ne so. E nessuno ti può accusare di violenza, al contrario. Ah Gandhi.. Noi non potremmo mai fare una cosa del genere. Non ci fidiamo degli altri, non ci fidiamo di nessuno. Penso che ognuno sia troppo preso a pensare alla propria sopravvivenza per mettersi in gioco sul serio insieme a tutti gli altri. E allora l’unica via diventa la violenza, o il solito ombrello di Altan che ormai non sentiamo quasi più.

14 ottobre, Roma, via Nazionale. Ecco, questo tipo di protesta mi è piaciuto. Il problema sono come sempre i numeri...

14 ottobre. Roma, via Nazionale

14 ottobre. Roma, via Nazionale

Uccidi il tuo nemico

Posted: May 2, 2011 in conflitti, Esteri
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Hanno ammazzato Bin Laden. Vero o non vero, il mondo festeggia e a me sembra tutto un po’ grottesco. Ok, certo, era un criminale, il nemico n.1 dell’universo, a capo di un’organizzazione che ha fatto migliaia di vittime. Ma stanno comunque festeggiando la morte di un uomo che è stato sparato in testa.

Non vedo una gran differenza con quelli che bruciano le bandiere americane al grido di Allahu Akbar dopo un attentato. E poi.. non è che dia molta soddisfazione, sparato così, stop, finito (ah bhe, in Usa spesso basta questo). Una specie di processo sarebbe stato “oltremodo” interessante.. anche se nei vari tg c’era chi diceva che sarebbe stato un prigioniero troppo ingombrante, come successe per altri personaggi o dittatori.

E quindi meglio il piglia e ammazza, che pare stia tornando di moda. Lungi da me difendere Bin Laden (solo un cretino potrebbe pensarlo), e posso anche capire lo stato d’animo degli americani. Ma al Quaeda c’è ancora, la Storia e gli errori continuano a ripetersi, e io su un uomo che è stato sparato in testa non ci trovo granchè da festeggiare. O per certi criminali è l’unica giustizia possibile? Non si può fare altro? Il mio “sistema di valori” va un’altra volta in corto.

La morte assurda di Vittorio Arrigoni mi ha fatto e mi fa star male. E’ vero che lui la morte l’ha vista in faccia più volte nel corso della sua vita da attivista e da uomo di pace, tanto più che aveva deciso di vivere in una delle terre più martoriate dalla violenza e dalla guerra, la Palestina. Ma mi fa star male ugualmente, perchè sento già un grande vuoto, un’assenza tangibile, e so che mi mancherà tantissimo. Da molto tempo i suoi racconti, le sue testimonianze fanno parte della mia vita.

Ricordo benissimo la fine del dicembre 2008 quando Israele attaccò la Striscia, in quell’orrore denominato operazione “piombo fuso” (che nome tremendo!). Quell’anno vivevo a Londra, la città non aveva tardato a far sentire il suo dissenso verso i crimini contro l’umanità compiuti da Israele, e aveva organizzato subito diverse manifestazioni. Ho partecipato pressoché a tutte. Col freddo intollerabile che arrossava le guance e gelava le orecchie, una marea umana (perchè eravamo sempre tantissimi) camminava per le vie di Londra: Hyde Park, il Parlamento, l’ambasciata israeliana a Kensington. Grida, cartelli, rabbia, sensazione di impotenza. Quando Israele aveva deciso di mandar via da Gaza tutti i giornalisti la frustrazione era se possibile raddoppiata, visto che le uniche notizie mandate dalla Bbc erano i comunicati dell’esercito.

E’ allora che ho scoperto Vittorio, il suo prezioso blog, http://guerrillaradio.iobloggo.com . Vik non se n’era mica andato da Gaza, e pian piano è diventato una delle poche fonti di notizie e informazioni direttamente dalla Striscia durante quel periodo spaventoso. Dopo la fine dei bombardamenti a Gaza e l’uscita del suo libro, è tornato in Italia per un piccolo tour di presentazione ma non ci è rimasto molto, era in Palestina che voleva stare e ci è tornato, continuando a raccontare la sofferenza di quel popolo calpestato e dimenticato, sempre nel suo piccolo grande blog che in tanti abbiamo continuato a seguire fino a oggi.

 

Un altro bel ricordo che conservo è il giorno in cui è venuto a presentare il suo libro a Cagliari. Allora anch’io avevo lasciato Londra ed ero di nuovo nella mia bella Sardegna. Non mi sarei persa l’incontro per niente al mondo (http://www.terzonline.com/articolo.php?id=2738). Vik aveva invitato tutti i partecipanti a portare con sé una persona che di Gaza e della questione palestinese sapeva poco o nulla. Io ci sono andata da sola, amici che sarebbero venuti volentieri erano purtroppo impegnati, e soprattutto, ma questa è una fortuna, conosco davvero poche persone che non sanno nulla della Palestina. Sono stata felicissima di avergli potuto dire “grazie” di persona. Un “grazie” di cuore, per tutto quello che ha fatto per i palestinesi ma anche per noi, per me, un grazie che rinnovo anche oggi che non c’è più, perchè l’esempio e il bene che ha lasciato sono enormi. Non m’importa di essere retorica e balle varie, caspita, quello che gli è successo mi ha lasciato di schifo davvero. Non ho neanche voglia di analizzare complotti e responsabilità, per ora voglio dire solo che mi dispiace tanto e che mi mancherà. Restiamo umani, ora più che mai.

Come ho già scritto, sono contraria agli interventi militari. Penso che la guerra sia sempre sbagliata, anche come ultima opzione. Ma sono anche realista (ogni tanto), e pensare che una cosa o è bianca o è nera mi sembra ingenuo. L’intervento militare in Libia pone moltissimi dilemmi anche per chi si proclama assolutamente pacifista. Sono sicura che il motivo della guerra siano le risorse energetiche e nient’altro. Su questo non ci piove. Mi viene in mente l’operazione Piombo Fuso ad opera di Israele contro i palestinesi della Striscia di Gaza, con bombardamenti aerei indiscriminati su una delle aree più densamente popolate del pianeta: oltre 1200 i morti tra cui moltissimi bambini. Allora nessuno si è permesso di intervenire per difendere i civili (certo, Israele non si tocca, guai..). Oppure, per tornare all’oggi, i massacri in Bahrein, o nello Yemen. No, quei posti ci interessano poco. Si è scelto di intervenire contro la Libia e contro Gheddafi, per di più nel momento in cui la rivolta stava per essere quasi totalmente domata dal rais.

Sono d’accordo con il comunicato stampa di Emergency, quando dice:

(…) Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. “La guerra umanitaria” è la più disgustosa menzogna per giustificare la guerra: ogni guerra è un crimine contro l’umanità.

Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono alla fine inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte escludendo il ricorso alla forza. Non è stato questo il caso della Libia: i nostri governanti, gli stessi che ora indicano la guerra come necessità, fino a poche settimane fa hanno finanziato, armato e sostenuto il dittatore Gheddafi e le sue continue violazioni dei diritti umani dei propri cittadini e dei migranti che attraversano il Paese.

Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana, criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica. È la scelta dei peggiori tra gli esseri umani.”

Il ragionamento non fa una piega. Però… quando Gheddafi reprime le rivolte bombardando i civili con i suoi aerei non è mica facile stare a guardare. Liberandoci da questioni come il petrolio, le leggi nazionali e internazionali, il caso libico (e quindi andiamo nell’astrazione totale), è giusto non fare nulla mentre un dittatore o chi per lui massacra i propri civili? E’ giusto stare a guardare e non intervenire mentre assistiamo a un atto di violenza? (Mi viene in mente il massacro di Srebrenica nel luglio del ’95, quando migliaia di musulmani bosniaci furono uccisi dalle truppe serbo-bosniache di Mladić con i 600 caschi blu olandesi dell’ONU che stettero lì a guardare come delle xxxx).

Se una guerra venisse intrapresa per motivi veramente umanitari (impossibile, lo so, ma di nuovo, proviamo a pensarci almeno in astratto), potrebbe definirsi una “guerra giusta”? Certo dovrebbe essere un’ultima istanza, e solo dopo aver fatto il possibile per prevenirla. E però è sempre una guerra.

Il pacifismo “senza se e senza ma” va un po’ in corto circuito. Per sfortuna, tornando all’attualità, i veri motivi che spingono i “volenterosi-a-seconda-del-caso” all’intervento militare ci rendono le cose più facili (nel senso che è più facile, oltre che giusto, condannare). Ma il dilemma resta.


Sì, buongiorno…

Posted: March 18, 2011 in conflitti, Esteri, Politica
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Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato ieri sera la risoluzione sulla ‘no fly zone’ per la Libia (probabilmente dopo aver letto il mio post : PPP),10 voti favorevoli e cinque astenuti, tra cui Cina, Russia e Germania.

Via libera, dunque, all’uso della forza e ad attacchi aerei. Badabùm, bang, bang, vrrrrrooo, kaboooooom! Confermo la mia idea che sia un tantino tardi. Sembra più un’azione da sciacalli, arrivare ora che il popolo è stato schiacciato. Per dire: “Probabilmente avranno bisogno di noi anche dopo, per la ricostruzione, poverini, li aiuteremo”. Eeeeeh, già sentita. Ma un bel calcio nel sedere a Gheddafi ci vuole in ogni caso e, come diciamo in campagna, meglio cardi che mais.

L’Italia ha detto che metterà a disposizione sette delle proprie basi militari, via libera dalle Camere, anche se la Lega ha fatto i capricci. Che straschifo, ma non potevano arrestare Gheddafi e basta? Quelli si sarebbero fatti la loro bella rivoluzione e saremmo stati tutti contenti. Ahah, lo so che le cose non sono così semplici. Ma sono irritata. Come se non ci fossero abbastanza casini nel mondo.


Stanotte Gheddafi probabilmente si riprenderà Bengasi, e tutta la Libia. Puoi anche avere tutto l’ardore e il fuoco rivoluzionario del mondo, ma il fuoco aereo è molto più forte, e poco ci si può fare.

O meglio, “qualcuno” qualcosa la poteva anche fare, ad essere sinceri, e invece è rimasto a guardare, a discutere, a decidere il niente, e intanto il tempo è passato. Non mi piacciono gli interventi militari, ma da qui a non fare un emerito nulla.. stavolta una mano d’aiuto contro un pazzo che bombarda i propri civili la si poteva dare. Quando si deve agire non si agisce, ma sappiamo che gli americani seguono solo i propriinteressi e l’Europa certe responsabilità non se le sa prendere.

Alla fine Berlusconi ci aveva visto giusto con il suo: “Non lo volevo disturbare”, slogan che tutti hanno fatto proprio, a quanto pare. La Francia ha detto di essere pronta a intervenire stanotte ma la cosa non sembra concretamente fattibile. In realtà è l’unica in Europa ad aver esortato a una qualche forma di azione. Ma le decisioni in Europa, nell’Onu, vanno prese assieme, come risultato di riunioni e votazioni. Giustissimamente, aggiungerei, ma cerchiamo anche di vedere cosa sta succedendo fuori dai palazzi.

Ed ecco che Gheddafi può permettersi di fare affermazioni come queste: “Ogni operazione militare contro la Libia esporrà a un rischio tutto il traffico aereo e marittimo del Mediterraneo. Qualsiasi obiettivo civile e militare sarà colpito” è scritto in una nota del Ministero della difesa. Nella nota si precisa che “il bacino del Mediterraneo sarà a rischio non solo nel breve periodo, ma anche a lungo termine“.

Continuate a non disturbarlo, mi raccomando.. (Fisk ci aveva visto giusto –> I timori di Robert Fisk sulla Libia). Mi chiedo cosa succederà una volta che Gheddafi avrà rimesso il giogo alla sua martoriata nazione. Non ci voglio nemmeno pensare a cosa andrà incontro tutta quella gente, che ha già sofferto non poco.


Vi propongo ancora Robert Fisk (è sempre una garanzia!). Stavolta esprime i suoi timori sul futuro prossimo della Libia, timori che prendono spunto dalla Storia passata e recente. Ecco il suo fondo pubblicato oggi sull’Independent, da me tradotto in italiano (spero non ci siano errori). Qui trovate l’articolo originale in inglese.

Robert Fisk: The historical narrative that lies beneath the Gaddafi rebellion

Il racconto storico che soggiace alla ribellione di Gheddafi

Poveri vecchi libici. Dopo 42 anni di Gheddafi, lo spirito della resistenza non ha bruciato così forte. Il cuore intellettuale della Libia è volato all’estero.

I libici si sono sempre opposti agli occupanti stranieri così come han fatto gli algerini, gli egiziani e gli yemeniti – ma il loro Amato Leader si è sempre presentato come un compagno resistente invece che come un dittatore. Così, in quella parodia di se stesso che è stato il suo lungo discorso a Tripoli di ieri, invece che usare un tono accondiscendente di un Mubarak o di un Ben Ali ha invece invocato Omar Mukhtar – impiccato dall’esercito coloniale di Mussolini.

E da chi voleva liberare la Libia? Da al-Qaeda naturalmente. Ad un certo punto del suo discorso alla Piazza Verde, Gheddafi ha fatto un’osservazione senza dubbio molto interessante. I suoi servizi segreti libici, ha detto, hanno aiutato a liberare dei membri di al-Qaeda dalla prigione statunitense di Guantanamo in cambio della promessa che al-Qaeda non avrebbe operato in Libia o attaccato il suo regime. Ma, ha insistito, al-Qaeda ha tradito i libici e ha organizzato delle “cellule dormienti” nel Paese.

Che Gheddafi creda a tutto questo o no, molte voci sono circolate nel mondo arabo riguardo i contatti tra la polizia segreta di Gheddafi e gli agenti di al-Qaeda, incontri tesi a evitare il ripetersi delle piccole proteste islamiche che Gheddafi aveva affrontato anni fa a Bengasi.

E molti membri di al-Qaeda sono entrati in Libia – da qui il frequente nome di battaglia di “al-Libi” che hanno aggiunto come un patronimico. Era naturale quindi per Gheddafi, che una volta ospitò i gruppi di sicari palestinesi di Abu Nidal (che mai lo tradirono), sospettare che ci fosse in qualche modo al-Qaeda dietro le sollevazioni dell’est della Libia.

E’ solo una questione di tempo, non c’è bisogno di dirlo, prima che Gheddafi ricordi ai libici che al-Qaeda era un satellite del vero mujaheddin arabo usato dagli Stati Uniti per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Eppure la stessa resistenza feroce della Libia alla colonizzazione italiana prova che il suo popolo sa come combattere e morire. In “Tripolitania” i libici dovevano camminare nei canali fuori dalla strada se gli italiani arrivavano verso di loro calcando lo stesso suolo, e i fascisti italiani usarono gli aerei così come le truppe di occupazione per mettere in ginocchio la Libia.

Ironicamente, furono le forze inglesi e americane e non le italiane a liberare la Libia. E si sono lasciate dietro uno strascico di campi minati intorno a Tobruk e Bengasi. Il bizzarro regime di Gheddafi non ha mai smesso di sfruttare il fatto che i pastori libici continuavano a morire nei vecchi campi di battaglia della Seconda guerra mondiale.

Perciò, i libici non sono disconnessi dalla Storia. I loro nonni – e in alcuni casi i loro padri – hanno combattuto contro gli italiani; di conseguenza una base di resistenza, un racconto storico reale, soggiace sotto la loro opposizione a Gheddafi; da qui, la stessa adozione di resistenza da parte di Gheddafi – alla mitica minaccia della brutalità “straniera” di al-Qaeda – si suppone serva a mantenere il supporto al suo regime.

Bisogna dire che, diversamente dalla Tunisia e dall’Egitto, le “masse popolari” della Libia, più che una nazione sociale sono tribali. Ecco infatti che due membri della stessa famiglia di Gheddafi – il capo della sicurezza a Tripoli e il più influente ufficiale dell’intelligence a bengasi – erano rispettivamente suo nipote, Abdel Salem Alhadi, e suo cugino, Mabrouk Warfali. La tribù di Gheddafi, i Guedaffi, viene dal deserto tra Sirte e Sebha; ed ecco perchè la regione occidentale della Libia resta sotto il suo controllo.

Parlare di guerra civile in Libia – il tipo di errore che vien fuori attualmente dal Dipartimento di Stato di Hillary Clinton – non ha senso. Tutte le rivoluzioni, sanguinose o no, sono in genere delle guerre civili a meno che non intervengano poteri da fuori, cosa che le nazioni occidentali chiaramente non intendono fare, e il popolo della Libia orientale ha già detto che non vuole nessun intervento straniero (David Cameron se lo segni, per favore).

Ma Gheddafi è andato a fare la guerra in Ciad – e ha perso. Il regime di Gheddafi non è una grande potenza militare e il Colonnello Gheddafi non è il Generale Gheddafi. Andrà ancora avanti a cantare le sue canzoni anti-colonialiste, e per il tempo in cui le sue squadre di sicurezza sono preparate a mantenere il controllo nell’ovest del Paese, potrà esibirsi a Tripoli

Attenzione: sotto le sanzioni delle Nazioni Unite, gli Iracheni avrebbero dovuto sollevarsi contro Saddam Hussein. Non lo fecero – perchè erano troppo occupati a mantenere vive le proprie famiglie rimaste senza pane, acqua corrente e denaro. Nella ribellione del 1991 Saddam perse tutto tranne quattro province dell’Iraq. Ma poi si riprese tutto.

Ora gli abitanti della Libia occidentale vivono senza pane, acqua corrente e denaro. E ieri Gheddafi nella Piazza Verde di Tripoli ha parlato con la stessa fermezza di “salvare” Bengasi dai “terroristi”. I dittatori non amano fidarsi l’uno dell’altro; ma sfortunatamente imparano l’uno dall’altro.