Archive for the ‘Afghanistan’ Category

Quando l’8 maggio scorso si è celebrata la Giornata mondiale della libertà di stampa, il ministro della Cultura Sayed Makhdom Raheen ha dichiarato raggiante che una delle conquiste più eccezionali dell’era post-talebana è stata proprio l’espansione dei media. “Il loro numero è cresciuto da zero a 200 ad appena un mese dalla caduta del regime. Ora abbiamo oltre mille media, tra radio, tv, e carta stampata”.

di Anna Toro – 29 febbraio 2012 – Osservatorio Iraq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/afghanistan-%E2%80%9Cuna-pace-prezzo-della-libert%C3%A0-di-parola-e

Eppure la libertà di stampa nel paese asiatico in guerra da oltre 10 anni rimane tutt’oggi un obiettivo lontano, tanto che secondo la classifica di Reporters senza frontiere (Rsf), l’Afghanistan si trova appena al 150° posto su un totale di 179 nazioni analizzate, confermandosi ancora come uno dei posti più pericolosi in cui un giornalista si trova a operare.

Secondo l’organizzazione che si occupa della difesa dell’informazione in tutto il mondo, il picco di violenze si è raggiunto nel 2009, con 85 episodi avvenuti soprattutto nelle province di Kabul, Herat e Helmand. Senza contare che alcune province del sud-est sono tutt’oggi off-limits per i giornalisti, perché sotto il controllo talebano.

Rsf esprime grande preoccupazione per il silenzio del presidente Karzai sulla questione.

E’ di pochi giorni fa, ad esempio, la notizia della decapitazione di un operatore radiofonico nella zona sud-orientale dell’Afghanistan.

Il giornalista si chiamava Samed Khan Bhadrzai, 25 anni, e lavorava nella radio Mehman – Melmad. Secondo quanto riportato dal quotidiano arabo ‘al-Quds al-Arabi, il cronista aveva ricevuto una telefonata alle 8 di sera ed era uscito di casa: il suo cadavere è stato trovato il giorno dopo dalla polizia afghana nella provincia di Paktika.

Sebbene Bhadrzai operasse in una zona in cui sono molto attive le milizie islamiche del mullah Omar, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha negato la responsabilità del gruppo, nonostante la decapitazione sia quasi il loro marchio di fabbrica.

In ogni caso le speranze sul fatto che l’indagine partita dalla polizia locale possa portare a qualche risultato sono esigue. Lo dimostra il fatto che gli assassini di giornalisti come Zakia Zaki, proprietario della stazione Radio Peace ucciso nel 2007, di Abdul Samad Rohani, reporter della BBC e dell’agenzia afghana Pajhwok ucciso nel 2008, e di Jawed Ahmad, giornalista freelance che lavorava per il network canadese CTV, non siano mai stati identificati e puniti.

Se non si arriva ad uccidere, ci sono poi le intimidazioni e le minacce.

Due settimane fa, a Kabul, il cameraman Parviz Safi dell’emittente di Stato in lingua inglese Press TV è stato attaccato con l’acido da 3 uomini. Il giornalista ha riportato ustioni di secondo grado sul viso ma per fortuna gli occhi non sono stati colpiti e non si trova in pericolo di vita.

Ancora, a gennaio dell’anno scorso Razaq Mamoon, che lavorava per diverse testate afghane e presentava un programma della stazione TV indipendente Tolo TV, è stato spruzzato con l’acido con le stesse modalità.

Un metodo di minaccia terribile, fino a poco tempo fa usato soprattutto per “punire” le donne “troppo frivole”. Gravemente ustionato, Mamoon è dovuto andare all’estero ed è tuttora sotto cura.

Uno dei maggiori problemi per gli operatori dell’informazione in Afghanistan è poi il fatto che spesso si trovano a lavorare stretti tra due fuochi: le milizie antigovernative da una parte, la polizia e gli eserciti dall’altra.

Basti pensare che durante le ultime proteste contro i roghi dei corani scoppiate in diverse città afghane molti giornalisti sono stati malmenati e feriti sia dalla polizia sia dai manifestanti.

Tra le vittime registrate, un fotografo dell’agenzia France-Presse colpito al collo da un proiettile di gomma: non è in pericolo di vita, ma ci è andato davvero vicino.

A questo bisogna aggiungere che la violenza o altre azioni illegali da parte della polizia contro i giornalisti restano spesso impunite, il ché non fa che aumentare il senso di insicurezza per gli operatori dell’informazione.

Per non parlare dei giornalisti che muoiono per mano delle truppe Nato, come Ahmad Omid Khpalwak, colpito da fuoco amico nel 2011, e Sultan Muhammad Munadi, ucciso nel 2009 durante un’operazione di salvataggio, per il quale le indagini sono ancora coperte dal segreto.

Anche la censura in Afghanistan rimane un problema rilevante, e tra un’autorità governativa debole e un contingente internazionale sempre più malvisto dalla popolazione, l’influenza talebana continua ad acquisire molto potere: così, i media afghani stanno diventando sempre più vulnerabili alle organizzazioni sociali e religiose che chiedono innanzitutto uno stop alle inchieste e ai programmi “anti-islamici”, per i quali è prevista perfino la pena di morte.

Proprio Tolo TV, l’emittente di uno dei giornalisti sfregiati dall’acido, è stato tra i media che il gran consiglio degli Ulema Shura ha chiesto a Karzai di chiudere, per fortuna senza successo.

L’altro era il giornale Hasht-e-Subh Daily, colpevole di aver pubblicato un’inchiesta, prodotta dalla Commissione Independent Human Rights, sul lavaggio del cervello fatto alle donne nelle madrasse nel nord dell’Afghanistan. Il giornale è stato accusato di “pubblicare materiale antireligioso, contro l’unità nazionale e contro gli interessi della Nazione”.

A complicare il tutto ci si mette anche la Legge sui media afghani, approvata nel luglio del 2009, di cui parla anche il report sulla libertà di stampa in Afghanistan dell’International Federation of Journalists (IFJ), il più grande sindacato di giornalisti a livello globale.

Lo studio, messo a punto insieme all’affiliata Afghan Independent Journalists Association (AIJA) e col supporto dell’Unione Europea, analizza la situazione dell’informazione in Afghanistan dal 2008 al 2011, e conferma le difficoltà del paese in questo frangente.

Si scopre così che la citata legge sui media tra le altre cose considera illegale usare programmi e articoli per convertire le persone a una religione diversa da quella islamica.

Un punto ambiguo e di difficile interpretazione, che provoca innumerevoli problemi a qualsiasi giornalista che provi a trattare di altre culture.

Il problema con la legge in generale è che essa presenta un’incredibile vaghezza, soprattutto nelle proibizioni: una fra tutte, la “notizia contro la sicurezza nazionale”, che finisce per limitare severamente il lavoro dei cronisti.

Il report dell’ IFJ non manca certo di citare i piccoli passi avanti fatti in questi anni, compresa una lieve diminuzione delle violenze, ma spiega anche come le minacce provenienti soprattutto dai gruppi armati non governativi restino un pericolo costante.

A questo si aggiunge la preoccupazione di Rsf per l’avanzamento dei colloqui di pace tra il governo di Karzai e i talebani: “Una pace a prezzo della libertà di parola e di pensiero?”

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CoranoLa profanazione del Corano non è nuova in scenari di guerra e occupazione che riguardano paesi a maggioranza musulmana, e ogni volta le reazioni della popolazione sono empre le stesse. E proprio perché ormai se ne conoscono le conseguenze, non si comprende come sia possibile che simili episodi accadano ancora.

di Anna Toro  – 27 febbraio 2012 Osservatorio Iraq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/afghanistan-corani-fiamme-la-scintilla-un-mare-di

Eppure, da una settimana a questa parte i giornali riportano nel dettaglio i numerosi scontri che stanno scuotendo violentemente l’Afghanistan, dopo la scoperta, da parte di alcuni lavoratori afghani, di alcune copie del Corano bruciate in un inceneritore per l’immondizia appena fuori dalla base aerea americana di Bagram, a nord di Kabul.

La rabbia contro i soldati statunitensi è esplosa subito, e le rivolte sono dilagate ovunque, con assalti alle basi e alle ambasciate internazionali: almeno 15 persone sono morte e altre 31 sono rimaste ferite, tra cui sei soldati Usa.

Dopo l’uccisione dei due consiglieri americani all’interno del ministero dell’Interno di Kabul, Francia, Gran Bretagna e Germania hanno annunciato il ritiro di tutto il loro personale dai ministeri del governo afgano, mentre gli americani, per bocca dello stesso presidente Barack Obama, hanno subito chiesto scusa per “l’errore involontario” commesso dai propri soldati.

Un errore definito “grossolano e negligente”, soprattutto perché è l’ennesima volta che accade, nonostante tutti sappiano quanto questi popoli siano sensibili alla questione religiosa.

Tant’è che il dipartimento Usa ha speso fior di dollari per istruire i militari su come trattare con le popolazioni locali in questi ‘contesti’. E così che i soldati di stanza in Afghanistan dovrebbero saper bene che il Corano per gli islamici “è” la parola di Dio, non solo a livello simbolico ma anche fisico: la carta, la copertina, l’inchiostro con cui sono stampati i versi sono sacri e vanno così trattati, con la massima cura e reverenza.

Le innumerevoli regole che esistono per la manutenzione del Corano lo dimostrano: ad esempio, prima di leggerlo o aprirlo bisogna purificarsi spiritualmente, effettuando almeno una delle preghiere rituali; ancora, il Libro non deve mai stare in mezzo agli altri ma sempre in cima, o da solo, in più non dovrebbe mai stare a contatto col pavimento, o lasciato aperto dopo la lettura; non ci si può sedere sopra né tanto meno leggerlo mentre si è in posti “impuri” come il bagno, e le donna col ciclo mestruale dovrebbe evitare toccarlo.

Se si danneggia, guai a buttarlo via: piuttosto bisogna avvolgerlo in un panno, preferibilmente di lino, e seppellirlo in un posto sicuro.

Esiste anche un seppellimento rituale, che dev’essere effettuato in terreno sacro e non calpestabile, magari orientando la copia del libro verso La Mecca.

In ogni caso bruciare il Corano non è tra le opzioni, anche perchè il fuoco è spesso associato al Demonio e al male.

C’è da dire che non tutti i paesi a maggioranza islamica e naturalmente non tutti i musulmani aderiscono a queste e altre regole, ma si comprende facilmente come per i credenti il testo fisico del Corano non sia solo sacro ma anche “mistico” e pregno del potere divino. Si capisce quindi come la sua profanazione possa suscitare rabbia, sdegno e umiliazione.

Certo nel caso afghano non si tratta solo di religione.

L’analista Martine van Bijlert spiega: “La profanazione del Corano è certo un’azione che gli afgani hanno sentito come un insulto, e che ha scatenato la rabbia. Ci sono poi i vari gruppi religiosi e di potere, sempre ansiosi di agitare le acque. E infine c’è il fatto che a bruciare il Corano sono stati gli americani, e questo ha provocato grande frustrazione. Le forze statunitensi sono venute qui, promettendo di aiutare gli afgani. Dieci anni dopo non abbiamo idea di quello che è accaduto e di quello che succederà in futuro”.

“Quanti altri uomini devono ancora morire per una missione che non sta avendo alcun successo?”. Se questa domanda l’avesse fatta un attivista o un membro della società civile non ci sarebbe stato nulla di strano. Ma a farla è stato invece un ufficiale dell’esercito Usa, per giunta rivolgendosi al Congresso americano.

di Anna Toro – 22 febbraio 2012 Osservatorio Itaq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/afghanistan-lo-sfogo-di-un-ufficiale-arriva-il-dossier

Si chiama Daniel L. Davis, tenente colonnello: alle spalle diciassette anni di servizio tra cui diverse missioni sul fronte, da Desert Storm fino all’Afghanistan nel 2010 e 2011, come rappresentante della Forza rapida di equipaggiamento.

Soldato apprezzatissimo da sottoposti e superiori, il tenente-colonnello Davis ha recentemente lanciato una dura accusa contro i vertici militari statunitensi, colpevoli di aver mentito al popolo americano proprio riguardo la reale situazione della missione in Afghanistan.

Lo ha fatto non solo tramite un articolo pubblicato sull’Armed Forces Journal, periodico di affari militari indipendente dal Pentagono, ma anche con un dettagliato dossier che ha presentato al Congresso Usa, e che, naturalmente, è stato subito secretato.

Il perchè è facilmente intuibile: “I vertici militari statunitensi hanno distorto così tanto la verità, sia verso i deputati sia verso il popolo, che la verità stessa è diventata irriconoscibile”, scrive Davis.

“Quello che ho visto in Afghanistan non assomiglia per niente alle loro rosee dichiarazioni ufficiali riguardo la situazione sul terreno. Al contrario, in tutti i luoghi che ho visitato, la situazione tattica era cattiva o addirittura catastrofica”.

L’articolo di Davis, dal titolo “Verità, bugie e Afghanistan – Come i nostri capi militari ci hanno lasciato soccombere”, ha inizialmente suscitato clamore negli Usa.

La notizia è stata lanciata dal New York Times e ripresa da Rolling Stone, mentre in Europa e in Italia ha girato pochissimo.

Rolling Stone è riuscito perfino a pubblicare una versione non riservata del dossier-Davis, dal titolo “Dereliction of Duty II: Senior Military Leader’s Loss of Integrity Wounds Afghan War Effort”: si tratta di 84 pagine ricche di dettagli e descrizioni, frutto di un viaggio di 15mila chilometri in lungo e in largo per tutto l’Afghanistan, in cui Davis ha raccolto oltre 250 interviste.

Il veterano ha visitato basi, avamposti, presidi, e ha parlato con tutti, dalle reclute diciannovenni ai comandanti di divisione, dagli ufficiali della sicurezza afghana ai civili.

Ed è così che è venuto a sapere dei patti privati di non aggressione tra forze afghane e talebani, confermati in maniera non ufficiale dagli stessi soldati.

Ha riscontrato notizie di rapimenti e uccisioni in luoghi che avrebbero dovuto essere sotto il controllo delle truppe internazionali.

A scioccarlo maggiormente è stata poi la morte, qualche tempo dopo, di numerosi soldati che aveva intervistato. “Tutte queste morti per cosa?”

Una volta tornato a casa dalla missione, Davis si è messo così a rovistare tra le dichiarazioni dei vertici militari, incluso il generale Petraeus, comandante delle truppe Usa in Afghanistan prima di diventare, in giugno, il capo dell’agenzia centrale di Intelligence.

Il quale, ad esempio, nel marzo scorso aveva rassicurato il Senato sostenendo che l’espansione dei talebani “era stata arrestata nella maggior parte del Paese”.

Proprio Petraeus era stato chiamato in Afghanistan a ripetere il “successo” iracheno, ma Davis scrive che in realtà di successi non ce ne sono mai stati né nel primo né tanto meno nell’altro paese.

E racconta una storia tutta diversa, quella di una disfatta totale, sottolineando come in 10 anni non vi sia stato nessun miglioramento per quanto riguarda la vita dei civili afghani, in un territorio ormai per la maggior parte sotto controllo dei talebani e dei miliziani delle tribù locali, privo di un’amministrazione funzionante, e con un numero di morti sia tra i soldati sia tra i civili che cresce di anno in anno.

“Gli eventi che ho descritto – afferma ancora Davis – potrebbe essere parte di una situazione di guerra difficile per un paese impegnato in un conflitto da un anno, due o quattro. Ma è inconcepibile se si parla di 10 anni”.

Ora non resta che vedere cosa succederà se e quando i parlamentari americani discuteranno il dossier di Davis.

Secondo lui le alte sfere hanno talmente paura dalla prospettiva di “perdere” una guerra che probabilmente continueranno a sacrificare altre vite e risorse pur di non ammettere di essersi sbagliati.

E i militari? Per il momento la risposta degli altissimi gradi dell’esercito alle esternazioni del veterano “ribelle” è stata stranamente sobria: hanno detto infatti che, seppure in disaccordo con le sue affermazioni, non avrebbero preso provvedimenti contro di lui. Ma il tenente colonnello non si fa illusioni, e in una recente intervista ha dichiarato: “Verrò distrutto”.