Emergenza Rom, business e sprechi

Posted: November 30, 2011 in Politica, Roma, Sociale, società
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A vederlo, quel luogo fa impressione: file di capannoni tutti uguali in un territorio in mezzo al nulla delimitato da un recinto metallico. I capannoni ospiteranno centinaia di uomini, donne e bambini e saranno sorvegliati giorno e notte tra telecamere e vigilanza armata. No, non sono tornati i nazisti, è solo il nuovo “campo nomadi” romano di La Barbuta, uno di quei campi “attrezzati” tanto pubblicizzati dal Piano Nomadi, che aprirà i battenti il 15 dicembre di quest’anno, nell’area tra tra il comune di Ciampino e il municipio X.

Si tratta del primo “campo” costruito ex novo dall’amministrazione Alemanno, sorto su quattro ettari e comprendente 160 moduli abitativi di 24 e 32 metri quadri, con una capacità di accoglienza di 650 persone, tutti rom e sinti provenienti da altri insediamenti romani: i 400 di Tor de Cenci, insieme ai circa 250 residenti dell’insediamento abusivo poco distante dal nuovo campo.

Com’era prevedibile, sono in molti a non volere questo campo: dalle associazioni al sindaco di Ciampino agli stessi rom. I motivi non sono sempre gli stessi, ma sta di fatto che il suo destino è diventato improvvisamente incerto. Non tutti sanno, infatti, che il 16 novembre 2011, quindi circa due settimane fa, la sentenza n. 6050 del Consiglio di Stato ha stabilito l’illegittimità dell’Emergenza nomadi. Si tratta di una sentenza dagli effetti anche retroattivi, che rende di fatto nulle le precedenti ordinanze di nomina dei commissari straordinari per l’emergenza e di tutti i successivi atti commissariali. Motivo principale: non esistono, secondo il consiglio di Stato, fatti che confermano l’esistenza di un nesso tra la presenza di insediamenti Rom e Sinti sul territorio e i disturbi alla sicurezza ed alla quiete pubblica. Tra l’altro nel nostro Paese vivrebbero all’incirca 170.000 persone di etnia Sinti o Rom, pari allo 0,2% o poco più della popolazione, uno dei tassi più bassi d’Europa, la metà dei quali avrebbero cittadinanza italiana.

(da Cinquegiorni.it)

Non è un mistero il fatto che l’emergenza non sia nient’altro che un grande business, utile solo allo sperpero dei fondi pubblici e a condizionare le campagne elettorali. E la recente sentenza del Consiglio di Stato ha un valore enorme perchè dichiara ufficialmente il fallimento delle politiche di emergenza sui rom cominciate oltre 3 anni fa, eseguite senza un reale criterio e un percorso finalizzato a dei risultati concreti. Si sono spesi e si continuano a spendere milioni di euro per un modello, quello dei campi, che si è rivelato inutile e controproducente. Di questo business sono molti ad approfittarne, compresi gli stessi rom, che non sono tutti vittime di questa situazione.

Lo stato di emergenza era stato dichiarato il 21 maggio 2008 dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, “in relazione agli insediamenti di comunità nomadi”, con la relativa nomina dei prefetti di Roma, Napoli, Milano, Torino e Venezia quali “commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza” nelle regioni di Lazio, Campania, Lombardia, Piemonte e Veneto. Sono così partiti i vari Piani Nomadi, come quello romano del 2009 firmato dal prefetto-commissario Giuseppe Pecoraro, che ha dato l’avvio agli sgomberi forzati degli insediamenti abusivi, diventati “molto frequenti ed eseguiti con sempre maggiore impunità”, come ha più volte denunciato Amnesty International.

Per il Piano Nomadi del Comune di Roma sono stati stanziati ben 32 milioni di euro. Alemanno aveva chiesto altri 30 milioni di euro dopo il tragico rogo sull’Appia che provocò la morte di Sebastian, Elena Patrizia, Raoul ed Eldeban, tutti fra gli 11 e i 3 anni, incontrando un netto rifiuto dal ministro dell’Interno Maroni.

Fondi o no, il Campidoglio ha comunque dato il via ai lavori per il costosissimo campo di La Barbuta. Le proteste da parte delle associazioni non si sono fatte attendere. Il campo infatti, oltre a stare sopra una falda acquifera, sulla sorgente Appia, sorge anche sopra una villa romana quindi in teoria l’area sarebbe protetta da un vincolo archeologico. Secondo una stima dell’associazione 21 Luglio, per i rilievi archeologici il comune ha speso circa 1 milione di euro, a cui si sono aggiunti altri 30 mila euro per una parziale bonifica quando si è scoperto che il terreno era inquinato da una discarica abusiva di eternit. Sempre secondo l’associazione, il campo alla fine verrà a costare un totale di 10 milioni di euro, più altri 3 milioni di spese di gestione. “Se facciamo due conti: 15 mila euro a persona, 45 mila euro per una famiglia di 3 persone, 75 mila euro per una famiglia di 5 persone, 105 mila euro per una famiglia di 7 persone – commenta Stefano Stassola di 21 luglio – con un terzo delle spese e un programma affidato a persone competenti si sarebbe potuto fare molto meglio”.

Inutile dire che il Comune non si è mai curato del fatto che trasferire intere comunità lontano dal tessuto urbano e chiuderle dentro un recinto, oltre a ledere qualsiasi principio di dignità umana, rende di fatto impossibile l’integrazione di queste persone. Poi però ci si chiede com’è che l’amministrazione abbia speso due milioni e mezzo di euro per progetti rivolti ad incoraggiare la frequenza scolastica, per poi vanificare i progressi trasferendo i bambini e i ragazzi rom lontano dai centri abitati, tra mille disagi nei trasporti (si calcolano percorsi di sessanta minuti) e continui ritardi negli ingressi che certamente non agevolano le finalità stesse dei progetti. Senza contare che adesso col nuovo campo i bambini rom saranno redistribuiti nelle scuola ad anno scolastico iniziato. E’ il business dell’emergenza, bellezza.

Bonifica La Barbuta

Ancora una volta si sceglie la via della segregazione, spendendo energie e risorse economiche per quelli che sono dei veri e propri ghetti, per quanto “attrezzati”. E’ la stessa idea di campo che non funziona, nata dalla falsa convinzione che i Rom e i Sinti siano nomadi e abbiano bisogno di luoghi in cui “sostare”, non in cui stabilirsi. Invece il nomadismo in Italia è scomparso in realtà da decenni, basti pensare che su 170mila presenze sul territorio nazionale, 35mila vivono in case in affitto o di proprietà. La scusa principale è che “loro non si vogliono integrare”, eppure dove c’è stata la volontà politica e il coinvolgimento attivo delle diverse comunità nella politica sociale e abitativa, le cose hanno preso una piega diversa (vedi in Abruzzo). Politiche sociali e abitative ragionate e differenziate, che dovrebbero coinvolgere tutte le situazioni di disagio, a prescindere dall’etnia.

Se non la si vede in termini di solidarietà, i cittadini dovrebbero preoccuparsi almeno dal punto di vista degli sprechi di danaro pubblico. E capire che con le buone pratiche e i percorsi ben studiati è più difficile sprecare e lucrare e si possono ottenere ottimi risultati. La sentenza del Consiglio di Stato e l’abbandono delle politiche dell’emergenza è un primo passo. Certo, quando si tratta di rom, anche queste ragioni vanno a farsi benedire. Leggendo certi commenti ad articoli e video sembra che a mettere d’accordo tutti sia piuttosto una bella passata di napalm e lanciafiamme. E’ la ragione che torna a dormire. 

(da Paconline.it)

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