I timori di Robert Fisk sulla Libia

Posted: March 3, 2011 in conflitti, Esteri, Politica, Stampa estera, Storia
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Vi propongo ancora Robert Fisk (è sempre una garanzia!). Stavolta esprime i suoi timori sul futuro prossimo della Libia, timori che prendono spunto dalla Storia passata e recente. Ecco il suo fondo pubblicato oggi sull’Independent, da me tradotto in italiano (spero non ci siano errori). Qui trovate l’articolo originale in inglese.

Robert Fisk: The historical narrative that lies beneath the Gaddafi rebellion

Il racconto storico che soggiace alla ribellione di Gheddafi

Poveri vecchi libici. Dopo 42 anni di Gheddafi, lo spirito della resistenza non ha bruciato così forte. Il cuore intellettuale della Libia è volato all’estero.

I libici si sono sempre opposti agli occupanti stranieri così come han fatto gli algerini, gli egiziani e gli yemeniti – ma il loro Amato Leader si è sempre presentato come un compagno resistente invece che come un dittatore. Così, in quella parodia di se stesso che è stato il suo lungo discorso a Tripoli di ieri, invece che usare un tono accondiscendente di un Mubarak o di un Ben Ali ha invece invocato Omar Mukhtar – impiccato dall’esercito coloniale di Mussolini.

E da chi voleva liberare la Libia? Da al-Qaeda naturalmente. Ad un certo punto del suo discorso alla Piazza Verde, Gheddafi ha fatto un’osservazione senza dubbio molto interessante. I suoi servizi segreti libici, ha detto, hanno aiutato a liberare dei membri di al-Qaeda dalla prigione statunitense di Guantanamo in cambio della promessa che al-Qaeda non avrebbe operato in Libia o attaccato il suo regime. Ma, ha insistito, al-Qaeda ha tradito i libici e ha organizzato delle “cellule dormienti” nel Paese.

Che Gheddafi creda a tutto questo o no, molte voci sono circolate nel mondo arabo riguardo i contatti tra la polizia segreta di Gheddafi e gli agenti di al-Qaeda, incontri tesi a evitare il ripetersi delle piccole proteste islamiche che Gheddafi aveva affrontato anni fa a Bengasi.

E molti membri di al-Qaeda sono entrati in Libia – da qui il frequente nome di battaglia di “al-Libi” che hanno aggiunto come un patronimico. Era naturale quindi per Gheddafi, che una volta ospitò i gruppi di sicari palestinesi di Abu Nidal (che mai lo tradirono), sospettare che ci fosse in qualche modo al-Qaeda dietro le sollevazioni dell’est della Libia.

E’ solo una questione di tempo, non c’è bisogno di dirlo, prima che Gheddafi ricordi ai libici che al-Qaeda era un satellite del vero mujaheddin arabo usato dagli Stati Uniti per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Eppure la stessa resistenza feroce della Libia alla colonizzazione italiana prova che il suo popolo sa come combattere e morire. In “Tripolitania” i libici dovevano camminare nei canali fuori dalla strada se gli italiani arrivavano verso di loro calcando lo stesso suolo, e i fascisti italiani usarono gli aerei così come le truppe di occupazione per mettere in ginocchio la Libia.

Ironicamente, furono le forze inglesi e americane e non le italiane a liberare la Libia. E si sono lasciate dietro uno strascico di campi minati intorno a Tobruk e Bengasi. Il bizzarro regime di Gheddafi non ha mai smesso di sfruttare il fatto che i pastori libici continuavano a morire nei vecchi campi di battaglia della Seconda guerra mondiale.

Perciò, i libici non sono disconnessi dalla Storia. I loro nonni – e in alcuni casi i loro padri – hanno combattuto contro gli italiani; di conseguenza una base di resistenza, un racconto storico reale, soggiace sotto la loro opposizione a Gheddafi; da qui, la stessa adozione di resistenza da parte di Gheddafi – alla mitica minaccia della brutalità “straniera” di al-Qaeda – si suppone serva a mantenere il supporto al suo regime.

Bisogna dire che, diversamente dalla Tunisia e dall’Egitto, le “masse popolari” della Libia, più che una nazione sociale sono tribali. Ecco infatti che due membri della stessa famiglia di Gheddafi – il capo della sicurezza a Tripoli e il più influente ufficiale dell’intelligence a bengasi – erano rispettivamente suo nipote, Abdel Salem Alhadi, e suo cugino, Mabrouk Warfali. La tribù di Gheddafi, i Guedaffi, viene dal deserto tra Sirte e Sebha; ed ecco perchè la regione occidentale della Libia resta sotto il suo controllo.

Parlare di guerra civile in Libia – il tipo di errore che vien fuori attualmente dal Dipartimento di Stato di Hillary Clinton – non ha senso. Tutte le rivoluzioni, sanguinose o no, sono in genere delle guerre civili a meno che non intervengano poteri da fuori, cosa che le nazioni occidentali chiaramente non intendono fare, e il popolo della Libia orientale ha già detto che non vuole nessun intervento straniero (David Cameron se lo segni, per favore).

Ma Gheddafi è andato a fare la guerra in Ciad – e ha perso. Il regime di Gheddafi non è una grande potenza militare e il Colonnello Gheddafi non è il Generale Gheddafi. Andrà ancora avanti a cantare le sue canzoni anti-colonialiste, e per il tempo in cui le sue squadre di sicurezza sono preparate a mantenere il controllo nell’ovest del Paese, potrà esibirsi a Tripoli

Attenzione: sotto le sanzioni delle Nazioni Unite, gli Iracheni avrebbero dovuto sollevarsi contro Saddam Hussein. Non lo fecero – perchè erano troppo occupati a mantenere vive le proprie famiglie rimaste senza pane, acqua corrente e denaro. Nella ribellione del 1991 Saddam perse tutto tranne quattro province dell’Iraq. Ma poi si riprese tutto.

Ora gli abitanti della Libia occidentale vivono senza pane, acqua corrente e denaro. E ieri Gheddafi nella Piazza Verde di Tripoli ha parlato con la stessa fermezza di “salvare” Bengasi dai “terroristi”. I dittatori non amano fidarsi l’uno dell’altro; ma sfortunatamente imparano l’uno dall’altro.

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