L’immigrazione riguarda l’economia, non la politica

Posted: February 28, 2011 in immigrazione, Informazione, Politica, società, Stampa estera
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Sul Guardian di oggi è apparso un commento molto interessante della giornalista Lynsey Hanley che ricalca le opinioni che da tempo ho sull’immigrazione (forse sono io che ricalco le sue, eh eh!). E’ scritto naturalmente dal punto di vista inglese, ma suppongo che il succo valga universalmente. Ho provato a tradurlo, e l’ho postato qua sotto, dategli uno sguardo, sicuramente c’è da riflettere. Già il titolo dice tutto.

(Qui invece trovate l’articolo originale: Migration is about economics, not politics)

L’immigrazione riguarda l’economia, non la politica

di Lynsey Hanley

Avrei un suggerimento da dare a quel 48% di inglesi che, secondo il nuovo rapporto dell’organizzazione antifascista Searchlight, supporterebbe il partito anti-immigrazione: e se il partito fosse anche anti-emigrazione? Visto che abbiamo una popolazione che invecchia, a nessun britannico in età da lavoro sarebbe permesso spostarsi da qualche altra parte alla ricerca di una vita migliore per se stessi o per le proprie famiglie, così come tutti noi saremmo chiamati a sostenere l’economia e pagare le pensioni.

Una nazione inglese per persone inglesi, dove gli inglesi coltivano le verdure, inscatolano il pollo, lavorano nelle case degli anziani, fanno gli infermieri ausiliari, lavano pentole nelle cucine degli alberghi e tutti quegli altri lavori da minimo sindacale che ognuno non vede l’ora che il proprio figlio faccia. Il Canada è off limits; la Spagna accesso vietato; Dubai una chimera. Nella grande società “all-British” ci daremmo tutti una mano e condivideremmo le difficoltà nel lavoro. Come direbbe Paul Merton (*comico inglese), non sarebbe meraviglioso?

Gli immigrati si muovono in luoghi dove c’è bisogno di mano d’opera: a Liverpool, ad esempio, dove il lavoro è scarso è lo sta diventando ancora di più, è facile che invece troviate dei cittadini di Liverpool a lavorare da Costa e da Pret (*catene di bar e fast molto presenti in Inghilterra) e pulire stanze d’hotel. Gli immigrati non si prendono la briga di andare in posti dove non c’è lavoro; ergo, non rubano il lavoro, ma riempiono le mancanze che sarebbero sennò difficili da riempire.

Tutta la sciocchezza dello sventolare la bandiera di S. Giorgio fuori da ogni edificio pubblico è di nuovo un altra distrazione dalla verità di base, ovvero che la classe dei lavoratori viene fregata, qualunque sia la razza o la religione, sia che siano arrivati nel Paese 5 minuti fa, o che siano stati qui, supponiamo, dall’alba dei tempi. La frustrazione e la rabbia che arriva dal sentirsi regolarmente in trappola si rivolge diritta verso tutti, o al contrario ogni cosa, come la diversità, viene presa per un vantaggio. Ogni persona che è come voi può stare sulla stessa barca, e perciò chiunque sembri diverso da voi deve per forza avere la fetta più grande della torta. Che cavolata.

Sono cresciuta in un luogo dove la popolazione al tempo, sebbene non sia cambiato molto, era per il 97% bianca. Comunque, questo totale includeva così tante persone di estrazione irlandese o gallese che se l’ “Inglese” è stato elevato a un’identità sopra quella degli altri abitanti delle isole britanniche, espellendone i Celti non rimarrebbe molta gente. Nel miei 18 anni qui ho assistito e sperimentato tutta la gamma dei comportamenti umani, dalla gentilezza sbuccia-ginocchia alla crudeltà più miserabile.

Molta di quella crudeltà era causata dal razzismo occasionale, in particolare contro gli asiatici, percepiti come quelli che avevano “beneficiato” dallo spostarsi verso il centro-città, da cui la maggior parte delle persone residenti dagli anni Sessanta era andata via. Non è mai stato chiaro come vivere in quegli alloggi inagibili volesse dire dare dei vantaggi a delle persone, mentre era chiaro che la maggior parte della rabbia espressa aveva molto più a che fare con la nostalgia per un senso della comunità che era stato interrotto dal cambiamento di residenze.

Ciò è stato riconosciuto raramente: invece, si trattava sempre di “Loro”, e non si è mai fatto spazio per cosa avrebbe significato invece un senso più largo del “Noi” basato su una classe comune di interessi, invece che percepito in termini di differenze culturali. La lamentela dei razzisti è sempre stata la stessa, che siano stati gli anni ’60, ’80, o il 2010: avrei una vita fantastica se non fosse per quelle persone laggiù che hanno molta più influenza sulla struttura sociale ed economica di quanto ne abbia io. (Nella ricerca si scopre che gli asiatici più che gli inglesi pensano che l’immigrazione dovrebbe essere fermata, e tutto questo prova che è la stupidità umana a essere senza confini, di razza o altro).

A 18 anni mi sono trasferita dove nessun gruppo razziale o religioso era in maggioranza, e indovinate: nei 13 anni in cui ho vissuto lì ho continuato ad assistere alla gamma completa dei comportamenti umani, dalla tenerezza scambiata tra due persone con poco in comune eccetto il loro codice postale (il che, naturalmente, conta molto) all’infelicità espressa tra persone simili tra loro nell’aspetto e nell’accento.

Sì, il razzismo c’era: le persone che covano risentimento amano incolpare gli altri. Ma ciò che mi ha colpito, che è ciò che mi ha sempre colpito, in 35 anni di vita in quel Paese sconcertante, insieme meschino e dal cuore grande, è il fatto che possiamo andare d’accordo. Chiunque dica che non possiamo – che le divisioni sono troppo ampie e che in qualche modo questo progetto di vivere insieme dev’essere fermato o invertito – può solo parlare per se stesso, all’interno della malattia del proprio cuore.

La migrazione in una società urbanizzata è naturale. Le città non esisterebbero se la gente non si fosse spostata dalle campagne, e in questo senso, con solo poche eccezioni, siamo tutti migranti e abbiamo radici nella classe operaia. La popolazione mondiale si sta muovendo, quasi come una cosa sola, verso le città e le metropoli. Dire che questo è in qualche modo pianificato politicamente manca il punto: è programmato economicamente, nella vastità in cui le persone si muovono verso le capitali. Ecco perchè gli inglesi lavorano a Dubai, e i polacchi lavorano nel Regno Unito.

Sia John Cruddas, che ha sconfitto il Partito Nazionale Britannico (*di estrema destra) per più elezioni consecutive a Dagenham, sia David Miliband, che ha scritto oggi nel Guardian, hanno ragione quando dicono che i partiti tradizionali stanno ignorando la preoccupazione di una larga parte dell’elettorato, ma è necessario chiarire meglio che ciò che essi stanno ignorando è il fatto del ceto così come esso è vissuto, invece che il folle bisogno di alcune persone di avere bandiere da sventolare.


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