Culture e dilemmi

Posted: February 10, 2011 in Politica, Roma, Sociale, società
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10-2-2011 - Manifestazione p.zza del Campidoglio

Non si vogliono integrare, hanno il gene del furto (!), rubano i bimbi, si sposano tra parenti, è più facile educare un cane che i loro figli (!), non hanno voglia di lavorare, mandano i piccoli a chiedere l’elemosina invece che a scuola. In questi giorni sui rom se ne sentono di tutti i colori. Tra leggende popolari, pregiudizi, fesserie colossali e fatti che sono sotto gli occhi di tutti ogni giorno.

La questione è complessa e rientra in una molto più grande che riguarda l’Europa, il mondo e il cosiddetto dibattito sul multiculturalismo dentro una determinata società. Certo, in Italia il “problema” rom ha le sue peculiarità, alcune delle quali assurde (i campi in primis). Ma il dilemma su come comportarsi con le cosiddette “minoranze” e le varie comunità di immigrati sta interessando ormai moltissimi Paesi che si stanno interrogando se continuare sulla strada intrapresa o cambiare registro. L’Inghilterra ad esempio, come ho scritto qualche post fa dopo le dichiarazioni di Cameron.

Ieri all’università Roma 3 c’è stato un incontro dal titolo “Il sistema di protezione dei minori rom e sinti nel Lazio”. Tra le tante cose interessanti che si sono dette (un buon resoconto lo trovate qui su Radio Meridiano 12 → http://bit.ly/fmS9ND ), il docente di sociologia di Roma 3 Vittorio Cotesta, ricordando che la cultura non è mai statica, ha posto questa domanda provocatoria:

Siamo d’accordo che la cultura rom debba continuare a vivere?”

10-2-2011 - Manifestazione p.zza del Campidoglio

 

Ha prospettato due soluzioni:

Se sì – ha detto – dobbiamo innanzitutto riconoscere i rom come comunità e insieme a loro dobbiamo costruire delle regole di convivenza. Creare in pratica un modello di convivenza. Questo avrà dei costi naturalmente, ed è necessaria una sorta di squadra specializzata per organizzare insieme a loro un determinato percorso”.

Ma alla domanda di Cotesta si potrebbe rispondere anche con un no. “Sappiamo che la comunità rom non è più compatta. Molti vorrebbero vivere come gli italiani. E qui si parla di integrazione. Che però è sempre legata al processo di riconoscimento e, soprattutto, di cittadinanza”. (Pensiamo agli Usa)

Ma secondo Cotesta il modello che invece si è imposto da noi è un modello di frizione e repressione, che in una nazione civile dovrebbe essere sostituito con quello delle relazioni. “E quindi, con l’adozione di politiche da ideare e organizzare con loro”.

Io continuo a difendere un’idea di multiculturalismo che non porti necessariamente a un assorbimento della minoranza. E concordo sul fatto che bisogna seguire un cammino “insieme”.

A questo proposito il sociologo di Blair ( ^^ ) Anthony Giddens oggi su Repubblica ha parlato di multiculturalismo ingenuo e multiculturalismo sofisticato. Si riferisce agli immigrati, ma insomma, il discorso si può adattare.

Il primo – ha detto – incoraggia il relativismo, ossia l’idea che ciascun immigrato possa fare e predicare ciò che vuole a patto di non violare apertamente la legge; si basa su una politica non interventista dello Stato, ovvero su laissez-faire nei confronti dei nuovi immigrati; e non offre loro un’identità storica con cui confrontarsi”. Mi sembra sia il modello più diffuso, foriero dei maldipancia della “gente per bene”.

Il multiculturalismo sofisticato, che per Giddens è quello che si è imposto nel Regno Unito, è invece quello che “non accetta il relativismo dei valori, affermando invece la priorità dei diritti umani, a partire da quelli della donna, della democrazia, della libertà: dunque disegna un’impalcatura da accettare allo scopo di promuovere la diversità culturale. E’ interventista, cioè non consente alle comunità etniche di svilupparsi come vogliono, intrattenendo con esse un dialogo costruttivo. E riconosce l’importanza della storia, dell’identità nazionale, dei valori condivisi”.

Sembra anche a me la via più ragionevole. Il multiculturalismo non dev’essere una “collezione di multiculturalismi” (definizione di Amartya Sen) ma un luogo di scambio (arricchimento reciproco) su una base di valori universali da rispettare da entrambe le parti.

Chiaro, facile a dirsi.. ma già solo iniziare a lavorarci non sarebbe male. Forse in un altro universo.

10-2-2011 - Manifestazione p.zza del Campidoglio

 

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