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Tantissima gente ieri alla serata speciale organizzata a Roma dai volontari dell’ex Baobab: una cena per strada e la proiezione di un film nel muro di via Tiburtina, a ridosso del cimitero di Verano, proprio allo sbocco di quella famosa via Cupa che da tempo riempie le cronache dei giornali.

E’ lì che ieri tantissimi cittadini e cittadine si sono riuniti, molti dei quali neanche conoscevano in modo approfondito le vicende dell’ex centro per migranti, più volte sgomberato da un’ordinanza del prefetto ed ora completamente chiuso.

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Si sono incontrati, hanno parlato con coloro che ormai da tempo sono costretti a dormire e vivere per strada, hanno visto, toccato con mano la situazione vergognosa in cui le istituzioni romane hanno lasciato degli esseri umani, semplicemente colpevoli di volersi spostare per trovare condizioni di vita migliori. Perché non solo li si è abbandonati, ma non si permette nemmeno a coloro che vogliono aiutarli di poterlo fare in maniera adeguata. Almeno fino al giorno in cui, a livello istituzionale, non si decida di mettere la parola fine alla parola “emergenza” in tema di accoglienza (utopia?)

Eppure in via Cupa ce la mettono tutta: ormai da mesi attorno alla tendopoli che si è formata per strada, di fronte all’ex centro, si è mobilitata una delle più grandiose forme di solidarietà collettiva da parte dei cittadini romani che ogni giorno, sotto la guida attenta dei volontari, portano qualcosa a coloro che ne hanno bisogno, cucinano, assistono, mettono a disposizione tempo e competenze.

Una solidarietà che non poteva non colpire la sensibilità di molti artisti e registi che hanno dato il loro sostegno alla serata di ieri, la maggioranza con una firma, ma qualcuno – come Sabina Guzzanti – anche con la presenza fisica. Tra coloro che hanno aderito: Valerio Mastandrea, Claudio Santamaria, Francesca Comencini, Stefano Rulli, Luca Zingaretti e, naturalmente, Gianni Amelio, che ha gentilmente concesso a questo speciale pubblico di poter proiettare e vedere il suo film “Lamerica”, un film realizzato vent’anni fa ma purtroppo ancora attuale.

“Da mesi a Roma, in via Cupa 5 (stazione Tiburtina) transitano migliaia di migranti, è stato calcolato circa 35mila nel solo 2015 – si legge nell’appello di invito alla serata – I volontari del Baobab e altri, inclusi semplici cittadini, con un grande sforzo ed estrema generosità, stanno offrendo un aiuto ma non sono sostenuti in alcun modo dalle istituzioni, che non solo in un anno non sono riusciti a trovare un luogo dove accoglierli, ma anzi hanno inviato le forze dell’ordine che ogni ora minacciano di sgomberare. La situazione è precaria sotto tutti i punti di vista, igienico-sanitario, alimentare, logistico. È una situazione insostenibile, politicamente e umanamente”.

La serata è riuscita nel suo intento, ma i volontari e i migranti restano in attesa di una risposta concreta delle istituzioni, che come al solito tarda ad arrivare.

di Anna Toro

Anche Roma è tra le 61 città italiane che sabato 7 maggio hanno aderito a Slot Mob, la manifestazione che si propone di sensibilizzare e informare i cittadini contro i pericoli del gioco d’azzardo. Una mobilitazione dal basso, che trova il suo senso concreto nel celebrare e festeggiare con una “colazione di massa” quei bar che si sono distinti per aver rinunciato alle slot machine e con esse ai guadagni che gli esercenti traggono da scommesse e macchinette mangiasoldi.

SlotMob Fest Roma

“Un bar senza slot ha più spazio per le persone” hanno ripetuto i promotori di Slot Mob mentre consegnavano ai gestori virtuosi le loro targhette da affiggere nell’esercizio. Quelle stesse persone che, nel sole di sabato mattina, si sono riversate in piazza Re di Roma, zona non periferica ma ad alta densità di gioco, e a due passi da una delle sale bingo più grandi d’Europa. Per l’occasione, la piazza si è riempita di stand, associazioni, tantissimi giovani e famiglie che hanno potuto informarsi e riscoprire un altro tipo di gioco: quello “sano”, che promuove la condivisione e lo stare insieme rinsaldando il tessuto sociale.

“Il gioco d’azzardo è all’opposto – spiegano i volontari di Slot Mob – In Italia genera un volume da 88 miliardi di euro che invece che essere impiegato per il benessere collettivo diventa fonte di disgregazione e di recessione”. Di questi, 8 miliardi netti finiscono nelle casse dello Stato sotto forma di tasse, ed è anche per questo che, in tutti questi anni, gli appelli per porre un argine a questa piaga sociale sono rimasti inascoltati da parte delle istituzioni.

piazza re di roma 9“Persa ormai la fiducia nel Parlamento, non ci rimane che il presidente della Repubblica” spiegano i volontari del movimento, che durante la mattinata hanno distribuito e fatto firmare ai cittadini le copie di una lettera da spedire via posta ordinaria a Mattarella. Una lettera in cui la società civile si rivolge al presidente affinché, quale ultimo baluardo della coscienza della Repubblica, si attivi per sottrarre la gestione dell’azzardo alle società commerciali che non possono far altro che incentivarlo per trarne profitto. “Esiste un Paese reale che resiste e che ce la potrà fare perché rifiuta di ridurre tutto a merce o materiale di scarto” si legge nella parte finale.

Una battaglia non certo facile. “Il gioco d’azzardo –  ha ricordato il vicario del papa, il cardinal Vallini, anche lui presente alla manifestazione – è una delle tragedie più estese, spesso nascoste, dove la miseria, la divisione, le lotte, i furti in famiglia, i pignoramenti, le separazioni diventano sofferenza e si fanno concreti”. Per il cardinale non è certo una coincidenza che proprio vicino ai locali in cui si gioca d’azzardo, siano sorti così tanti Compro Oro. “Significa che al fondo c’è la consapevolezza di una fragilità che andrebbe aiutata, anche evitando di moltiplicare le occasioni. Qui dovrebbero entrare in ballo le istituzioni, che invece lucrano sul gioco”.

Leonardo Becchetti

Leonardo Becchetti

Un gioco in cui i cittadini perdono sempre, mentre le uniche a trarne ingenti profitti restano, nonostante la legalizzazione del gioco, le organizzazioni mafiose. “Comprare un biglietto di gratta e vinci e mettersi alle slot è come comprare un’azione che rende per principio il -24%, e dove la possibilità di vincere il primo premio è 15mila volte meno probabile che un asteroide colpisca la terra” afferma Leonardo Becchetti, docente di economia dell’Università Tor Vergata e attivista della finanza etica. Secondo il professore, abbandonare il gioco d’azzardo farebbe bene anche allo Stato: tra le tasse non percepite sui mancati consumi di chi viene rovinato dal gioco, i costi della spesa sanitaria per contrastare le dipendenze patologiche, per non parlare del tasso di evasione nel settore che è altissimo, i conti dicono infatti un’altra verità, diversa da quella professata dalle istituzioni. “Quei miliardi sarebbero spesi in altri settori più sani, e l’economia girerebbe comunque” commenta Becchetti.

 

Intanto, dalla sua nascita nel 2013 il movimento Slot Mob continua a crescere e diffondersi. “Abbiamo un’altra idea di stare al mondo – dichiarano nel “Manifesto di democrazia economica” presentato a Roma lo scorso 12 aprile – Per molti la cognizione dell’azzardo, come esempio eclatante dell’oscenità del potere dei soldi sulla vita collettiva e personale, si sta rivelando una formidabile presa di coscienza della finanza casinò e dei suoi meccanismi autodistruttivi. Siamo solo all’inizio di un cammino di libertà che invitiamo tutti a percorrere insieme”.

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I cittadini firmano la lettera indirizzata al presidente della Repubblica Mattarella.

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di Anna Toro – Giovedì, 26 Gennaio 2012 Unimondo

La dignità dei rom – foto: Amnesty Italia

La dignità dei rom – foto: Amnesty Italia

“Un giorno ci hanno dato l’invito per presentarci alla Questura, a febbraio 2010. Sono venuti gli autobus dell’Atac a prenderci e ci hanno portato all’Ufficio Immigrazione nello sportello per gli zingari. Sono entrato dentro, mi hanno fatto le fotografie, mi hanno preso le impronte digitali. Dovevo farlo per forza, sennò non entravo nel campo”.

A parlare è M. T. 15 anni, rom con cittadinanza bosniaca residente nel campo nomadi formale di Camping River, Roma. La sua è una delle testimonianze che aprono il Memorandum per il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale dell’Onu, redatto dall’associazione 21 Luglio, onlus impegnata nella difesa dei diritti dell’infanzia.

Il Memorandum denuncia un fatto fino a poco tempo fa sconosciuto alla cittadinanza: la schedatura, tra il 2009 e il 2010, di circa 5000 persone di etnia rom e sinti, tutti residenti nei sette campi “attrezzati” della Capitale. Per 21 Luglio, infatti, si tratta di un’identificazione “fatta solo sulla base dell’etnia” e alla quale non sono sfuggiti i minorenni e i bambini anche molto piccoli, in spregio ai trattati internazionali e alle convenzioni dei diritti per l’infanzia. E anche se la Questura nega, il sospetto dell’associazione è che negli uffici comunali si sia creato un vero e proprio database su base etnica.

Bambini schedati e altre irregolarità. La procedura era questa: gli autobus dell’Atac (l’azienda di trasporto pubblico comunale) passavano a prendere le famiglie di rom e sinti in attesa fuori dai campi. Una volta arrivati in Questura, i gruppi venivano messi in coda di fronte a un ufficio apposito, con tanto di cartello recante la dicitura “Sportello Nomadi – No asilo politico”. Dopodiché venivano chiamati ad uno ad uno e identificati secondo dei criteri ben precisi: a ognuno venivano infatti chiesti i documenti, veniva poi misurata l’altezza e fatta la foto, fronte e profilo, e poi quella insieme alla famiglia; quindi si passava alle impronte digitali e alle domande, comprese quelle sui precedenti penali. Testimonianze parlano di registrazione di tatuaggi, e di impronte prese a un ragazzo disabile e perfino a un bambino di 6 anni. “I rom non erano obbligati ad andare in Questura a farsi schedare – spiega Andrea Anzaldi, ricercatore di 21 Luglio e coautore del Memorandum – ma in un certo modo si sentivano costretti: gli addetti del Comune, infatti, dicevano loro che senza l’identificazione non sarebbero potuti poi entrare nei campi attrezzati”.

“L’attività di prefettura e questura è stata corretta” ha risposto piccato il dirigente dell’Ufficio immigrazione Maurizio Improta. Tra le motivazioni addotte per l’operazione c’era anche quella di garantire finalmente uno status giuridico e un permesso di soggiorno a chi non lo aveva. Peccato che su 5000 persone censite, solo 119 abbiano ottenuto permessi di soggiorno per motivi umanitari. “Molti rom sono apolidi e sprovvisti di passaporto, e proprio il passaporto era una delle condizioni per poter avere cittadinanza e permesso di soggiorno” precisa 21 luglio.

Una pratica non nuova. Se la Questura nega con forza che ci sia stata discriminazione razziale, il presidente di 21 Luglio Carlo Stassola si chiede: “E se ci fosse stato scritto Sportello ebrei cosa sarebbe successo?” La provocazione è forte, ma alcune preoccupazioni hanno un fondamento. Basta tornare direttamente al 2007-2008, quando il ministro Maroni, nell’ambito dei Patti per la sicurezza sottoscritti con diverse città italiane e dei vari Pacchetti Sicurezza, fece proprio la proposta di prendere le impronte digitali anche ai bambini rom (“per tutelare i loro diritti” aveva detto). L’idea aveva suscitato una fortissima indignazione da parte di politici e associazioni, ed era stata poi bocciata senza appello dal Parlamento europeo il 10 luglio 2008. Poi è arrivata l’emergenza, parola magica che tutto giustifica, e con essa la creazione dei prefetti-commissari e dei vari “Piani nomadi”. Così, una procedura su cui un tempo c’era stata un’imponente levata di scudi in modo quasi trasversale, stavolta è passata quasi sotto silenzio. E non si tratta di un caso isolato.

C’è Milano, per esempio, dove il giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti l’anno scorso aveva denunciato i moduli di identificazione in dotazione della polizia in caso di reato. In cui uno dei campi da riempire era proprio quello del gruppo etnico di appartenenza. Per gli italiani, veniva scritta la formula generica: “Europeo mediterraneo”. Soltanto per i rom, che fossero nomadi o stanziali, italiani o stranieri, veniva precisato il gruppo etnico: “rom”. Senza contare che spesso i poliziotti lo scrivevano anche se il cittadino era solo rumeno riempiendo così il database della Polizia di rom autori di reato, ma che rom non sono.

Tornando a Roma, come dimenticare poi quel modulo, distribuito nel 2010 da Trenitalia ai controllori e ai capotreni per segnalare “eventuali passeggeri di etnia rom” che salivano e scendevano dal treno alla fermata di Salone (situata nei pressi di un enorme campo nomadi), tra Roma Tiburtina e Avezzano? Si trattava anche stavolta di un modulo prestampato in cui, tra i campi da riempire, c’era anche quello che chiedeva di indicare l’appartenenza all’etnia rom, senza peraltro menzionare se fossero passeggeri sprovvisti di biglietto o molesti. La protesta scandalizzata di capotreni e controllori aveva portato al ritiro immediato dei moduli, ma anche quest’episodio è indicatore di come l’idea di una schedatura sistematica dei rom sia sempre contemplata, più o meno velatamente e sempre nel nome della sicurezza, da istituzioni e governi.

“Questo perchè la politica sulle popolazioni rom e sinti in Italia è sempre la stessa – commenta ancora Carlo Stassola – Ci si lamenta dei rom che vivono nei campi, con pregiudizi e stereotipi veicolati anche e soprattutto dai media. Eppure, anche per opportunità politica, non si vuole pensare a una seria politica abitativa che contempli il superamento dei campi e che rinunci all’emergenza rom”. Emergenza tra l’altro dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato nel novembre del 2011. Il motivo? In Italia non ci sarebbero situazioni di allarme sociale concrete tali da giustificarla.

di Anna Toro – Mercoledì, 18 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Donna.tuttogratis.it

Foto: Donna.tuttogratis.it

Si chiama Al Capone, occhi e riccioli neri, lo sguardo un po’ timido, bellissimo. Ha trascorso quasi tutta la sua vita dietro le sbarre, ma diversamente dal gangster italo-americano, è solo un bambino di 3 anni: sta scontando la pena insieme alla madre detenuta nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, ed è uno dei piccoli che compaiono nel documentario girato dalla giornalista del Manifesto Luisa Betti, dal titolo “Il carcere sotto i tre anni di vita”. Il video è stato proiettato sabato a Roma al Museo Storico della Liberazione, nell’ambito di un percorso di iniziative e incontri sul tema organizzato dal Museo e coadiuvato da associazioni come Madri per Roma Città Aperta e la Casa delle Donne.

La situazione del piccolo Al Capone è la stessa di altri 70 bambini sparsi per le carceri della Penisola. La legge italiana, infatti, permette ai piccoli da 0 ai 3 anni di stare “dentro” insieme alle loro madri autrici di reato. Allo scadere dei 3 anni, i piccoli vengono mandati fuori, da parenti se li hanno, o in case famiglia, a volte in affidamento o adozione, con tutti i traumi e le tragedie che ne conseguono. “Queste donne sono spesso considerate delle cattive madri – spiega Luisa Betti – incapaci di portare avanti il proprio ruolo. Senza contare che l’attenzione di istituzioni e società sui motivi che le portano in carcere, così come l’attenzione sull’impatto che il carcere ha sulla loro vita e su quella dei loro figli dentro e fuori, è sempre stata molto scarsa”.

Marginalità sociale e infanzia segnata. Oggi in Italia le donne che vivono coi i propri bambini in carcere sono poco più di 60, su un totale di circa 2600 donne detenute (il 4% dei ristretti in generale). Sei sono le carceri interamente femminili in Italia, e solo sedici gli asili nido funzionanti. Al Capone, Rambo, Armani, sono i nomi suggestivi (talvolta discutibili) che queste mamme scelgono per i propri figli, forse sperando per loro un avvenire “brillante”, di certo diverso dal proprio. Sono infatti donne che vengono per lo più da contesti di marginalità sociale: madri single con bassa scolarizzazione, disoccupate per lunghi periodi, straniere, prostitute, tossicodipendenti, rom, immigrate clandestine, spesso con figli avuti in giovanissima età. Secondo diversi studi condotti sulle donne detenute in Europa e in Italia, la tipologia di reato più frequente in questa categoria sono violazioni delle leggi sulle droghe e reati contro il patrimonio. Perciò queste donne vanno in carcere perlopiù per brevi periodi (il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio), che si allungano all’accumularsi delle recidive, piuttosto frequenti.

Secondo Silvia Girotti dell’Avoc (Associazione Volontari Carcere), “la maternità in carcere è una maternità interrotta”, così l’infanzia dei bambini da 0 ai 3 anni è segnata per sempre. Diversi studi hanno infatti riscontrato effetti negativi determinati dalla struttura penitenziaria anche in bambini così piccoli: molti, vivendo un rapporto simbiotico con la madre, sviluppano un attaccamento insicuro e mostrano difficoltà anche in brevi separazioni da lei; hanno comportamenti di forte protesta e autolesionistici, come sbattere la testa, o graffiarsi; si sono notate anche difficoltà nell’alimentazione e nel ritmo sonno-veglia, oltre a uno sviluppo cognitivo e linguistico ritardato a causa degli scarsi stimoli: i bambini imparano poche parole (di cui le prime sono spesso “agente” e “apri”), prediligono una comunicazione gestuale, usano poco la fantasia e utilizzano giochi ripetitivi come aprire e chiudere le porte quando possono farlo (infatti imparano che devono aspettare che l’agente apra) e giocano con le chiavi, con un richiamo evidente alla realtà carceraria. Per quanto riguarda le madri, c’è il terrore dell’allontanamento forzato dal piccolo al compimento dei tre anni, e l’angoscia di non poter accudire i figli che sono fuori e di perdere il rapporto con loro.

Limiti e falle della nuova legge. Un cambio di rotta nella legislazione potrebbe fare molto per migliorare la situazione. “Un anno fa si è discussa una nuova legge sulle detenute madri, che entrerà in vigore dal 2014, ma è cambiato ben poco – spiega Luisa Betti – Il limite dell’età del bambino è stato alzato ai 6 anni, ma il problema delle recidive e delle donne senza fissa dimora resta. Inoltre la madre non può nemmeno accompagnare, se non a discrezione del giudice di sorveglianza, il figlio in ospedale o a una visita specialistica, e tanto meno assisterlo”.

All’inizio la legge era di ben altro calibro, ma nel passaggio dalla Camera al Senato è stata in gran parte snaturata. “L’onorevole radicale Rita Bernardini – continua la giornalista – ha spiegato che questo svuotamento degli intenti originari è stato il frutto di un accordo bipartisan per accontentare la Lega che aveva insistito per la sicurezza”. Lo spiega bene Eugenia Fiorillo, educatrice nel Carcere femminile di Rebibbia, quando nel documentario di Luisa Betti afferma: “In questo caso al centro sta sempre l’adulto, non il minore. E la legge pensa solo alla salvaguardia della società, non del rapporto madre-figlio”.

Prossimi obiettivi. “Sul destino della detenuta e di suo figlio decide sempre il magistrato di sorveglianza, a sua discrezione – puntualizza Francesca Koch, presidentessa della Casa delle Donne –. Permessi, detenzione domiciliare, revoca delle misure, tutto. Anche se recentemente si è riusciti ad ottenere che, per le visite di emergenza ai figli in ospedale, ora vale anche la decisione della direttrice dell’istituto”. Piccole e grandi vittorie conquistate, ricordano al Museo della Liberazione, anche grazie all’incessante lavoro della combattente per i diritti civili Leda Colombini, deceduta per un malore lo scorso dicembre a 82 anni, proprio mentre svolgeva la sua quotidiana opera di volontariato al carcere di Regina Coeli di Roma.

“Il bambino non deve stare in carcere, non può pagare per la pericolosità sociale” spiegano le associazioni, che hanno preparato una lettera da inviare al Ministro dell’Interno e a quello della Giustizia. “Abbiamo un po’ di speranza, non solo perchè sono due donne, ma perchè ci sono stati segnali positivi: la Cancellieri ad esempio, ha fatto uscire Adama dal Cie, la Severino non si è pronunciata contro l’amnistia e vorrebbe spingere verso un maggiore utilizzo delle misure alternative”. Un altro obiettivo è la creazione di un Icam (Istituti Custodia Attenuata per Madri) anche a Roma. “Per ora in Italia ne esiste solo uno, a Milano – spiegano le associazioni – e allora noi chiediamo: perchè non spostare un po’ di fondi per l’edilizia penitenziaria verso gli Icam? Anche se – aggiungono infine – senza una modifica del regolamento penitenziario, qualsiasi abbellimento delle strutture di detenzione sarà comunque inutile”.

di Anna Toro – Giovedì, 12 Gennaio 2012 Unimondo

Foto: Slotmachines.org

Foto: Slotmachines.org

Omissioni, bugie, compromessi, prestiti, abbandoni, violenza: di questo è fatta la vita del giocatore d’azzardo quando il gioco pian piano si trasforma in dipendenza compulsiva, e quindi in patologia. Una patologia che in Italia si sta espandendo a macchia d’olio, con 800mila persone dipendenti e 2 milioni a rischio. “Un danno sociale, ma anche umano” ha commentato il fondatore di Libera Don Luigi Ciotti che oggi a Roma ha presentato il dossier dal titolo “Azzardopoli, il paese del gioco d’azzardo, dove quando il gioco si fa duro, le mafie iniziano a giocare”.

Con circa 1.260 euro di spesa pro capite nel 2011 e un fatturato legale stimato a 76,1 miliardi di euro, il gioco d’azzardo è infatti la “terza impresa” italiana, l’unica con bilancio sempre in attivo e che non risente della crisi che sta attanagliando il paese. Al contrario, si tratta di un’impresa che nella crisi ci sguazza, creando la falsa illusione della vincita facile con cui sempre più italiani sperano di uscire dal disagio e dalla precarietà economica.

Come agiscono i clan. Libera spiega bene come il gioco d’azzardo in Italia viaggi su un doppio binario: quello legale, gestito dallo Stato, e quello illegale, affare della criminalità organizzata, che fa lievitare il fatturato da 76 fino a quasi 100 miliardi. Basti pensare che sono ben 41 i clan che gestiscono l’affare giochi, dal nord al sud lungo tutta la Penisola: Santapaola, Schiavone, Casalesi, Lo Piccolo, Mancuso, Mallardo, Bidognetti, solo per fare alcuni nomi purtroppo tra i più noti. Agiscono nelle forme più svariate: impongono ai gestori dei bar il noleggio di macchinette e videogiochi, gestiscono banche clandestine così come i giri di scommesse a tutti i livelli (il grande mondo del calcio scommesse, ad esempio, è un mercato che da solo vale oltre 2,5 miliardi di euro), arrivano addirittura ad acquistare biglietti vincenti di Lotto, Superenalotto e Gratta e vinci. Quest’ultima pratica ha uno scopo ben preciso: comprando da normali giocatori i biglietti vincenti, con un sovrapprezzo che va dal 5 al 10%, i clan riciclano in modo “pulito” il denaro sporco, giustificando così l’acquisto di beni e attività commerciali ed eludendo i sequestri.

“Oltre il 50% del guadagno del gioco d’azzardo viene dalle macchinette poste nei bar e nelle sale da gioco, per questo la criminalità organizzata sta investendo sempre di più in questo settore” ha spiegato il sostituto procuratore della Dda, Diana De Martino, che ha parlato di una vera e propria invasione di slot machines nelle città italiane: circa 400mila, in pratica una ogni 150 abitanti. Il primato va a Roma, con 294 sale e più di 50mila slot distribuite tra comune e provincia. Ma come fanno i clan a lucrarci così tanto? In Italia il comparto legale del gioco è affidato a 10 concessionarie, ognuna con la propria rete telematica, grazie alla quale lo Stato dovrebbe poter controllare le giocate e applicare la tassa prevista del 12%. Succede però che la criminalità organizzata manomette queste macchinette scollegandole dal monopolio, così la tassa del 12% non va più allo Stato e i guadagni dei clan si impennano.

“E’ la nuova frontiera della criminalità organizzata – continua De Martino – i rischi e le sanzioni sono contenuti, e si hanno guadagni enormi, tanto che i clan destinano buona parte dei proventi del gioco d’azzardo al mantenimento delle famiglie dei detenuti”. E’ così che la mafia è diventata “l’undicesima concessionaria occulta del Monopolio”. Non che non si sia tentato di arginare il fenomeno: nel 2010 dieci procure della Repubblica che nell’ultimo anno hanno effettuato indagini sul fenomeno in 22 città con operazioni delle forze di polizia che hanno portato ad arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata.

“Malattia sociale ed economica, serve una legge quadro”. Secondo Libera, però, le operazioni di polizia non bastano contro questa piaga sociale. “Bisognerebbe applicare – ha detto Don Luigi Ciotti – le direttive dell’Oms che affermano che la dipendenza da gioco è una malattia sociale e predisporre così le cure per tutti. Per il momento, invece, tutto sta all’iniziativa di alcune Asl e di qualche associazione di volontariato”. Libera sollecita così un maggiore impegno da parte delle istituzioni, e auspica una legge quadro sul gioco d’azzardo che serva contemporaneamente a prevenire la dipendenza dal gioco d’azzardo e le infiltrazioni mafiose in questo lucroso settore, arrivando anche alla previsione del “delitto di gioco d’azzardo” in un ottica “non proibizionista” e “senza voler colpevolizzare nessuno”.

“Il fatto è che l’invito a vincere facile è continuo – afferma lo psicologo Mauro Croce – e l’accessibilità a questi giochi è facilissima: ora non sono più io a cercare il gioco ma è il gioco che cerca me. Da rituale come poteva essere la schedina della domenica di tanti anni fa, oggi il gioco è diventato consumo, disponibile 24 ore su 24 anche grazie a internet. E’ veloce, immediato, diffuso in forme diverse e accattivanti, in grado di attrarre tutti i ceti sociali. Il gioco d’azzardo ha ormai perso quell’aura legata al mondo dei ricchi, tanto più che i soggetti più vulnerabili oggi sono proprio quelli appartenenti alle fasce sociali più basse”.

Per Libera si tratta perciò di “intervenire insieme e quanto prima possibile su tutti i versanti di questa calamità, economica e sociale: quello normativo, per rendere più efficace il sistema delle autorizzazioni, dei controlli e delle sanzioni; quello educativo e d’informazione, rivolto soprattutto ai più giovani; quello di prevenzione e cura delle patologie di dipendenza dal gioco; quello culturale e formativo, che chiama in causa gli stessi gestori delle attività lecite”.

Quando l’8 maggio scorso si è celebrata la Giornata mondiale della libertà di stampa, il ministro della Cultura Sayed Makhdom Raheen ha dichiarato raggiante che una delle conquiste più eccezionali dell’era post-talebana è stata proprio l’espansione dei media. “Il loro numero è cresciuto da zero a 200 ad appena un mese dalla caduta del regime. Ora abbiamo oltre mille media, tra radio, tv, e carta stampata”.

di Anna Toro – 29 febbraio 2012 – Osservatorio Iraq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/afghanistan-%E2%80%9Cuna-pace-prezzo-della-libert%C3%A0-di-parola-e

Eppure la libertà di stampa nel paese asiatico in guerra da oltre 10 anni rimane tutt’oggi un obiettivo lontano, tanto che secondo la classifica di Reporters senza frontiere (Rsf), l’Afghanistan si trova appena al 150° posto su un totale di 179 nazioni analizzate, confermandosi ancora come uno dei posti più pericolosi in cui un giornalista si trova a operare.

Secondo l’organizzazione che si occupa della difesa dell’informazione in tutto il mondo, il picco di violenze si è raggiunto nel 2009, con 85 episodi avvenuti soprattutto nelle province di Kabul, Herat e Helmand. Senza contare che alcune province del sud-est sono tutt’oggi off-limits per i giornalisti, perché sotto il controllo talebano.

Rsf esprime grande preoccupazione per il silenzio del presidente Karzai sulla questione.

E’ di pochi giorni fa, ad esempio, la notizia della decapitazione di un operatore radiofonico nella zona sud-orientale dell’Afghanistan.

Il giornalista si chiamava Samed Khan Bhadrzai, 25 anni, e lavorava nella radio Mehman – Melmad. Secondo quanto riportato dal quotidiano arabo ‘al-Quds al-Arabi, il cronista aveva ricevuto una telefonata alle 8 di sera ed era uscito di casa: il suo cadavere è stato trovato il giorno dopo dalla polizia afghana nella provincia di Paktika.

Sebbene Bhadrzai operasse in una zona in cui sono molto attive le milizie islamiche del mullah Omar, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha negato la responsabilità del gruppo, nonostante la decapitazione sia quasi il loro marchio di fabbrica.

In ogni caso le speranze sul fatto che l’indagine partita dalla polizia locale possa portare a qualche risultato sono esigue. Lo dimostra il fatto che gli assassini di giornalisti come Zakia Zaki, proprietario della stazione Radio Peace ucciso nel 2007, di Abdul Samad Rohani, reporter della BBC e dell’agenzia afghana Pajhwok ucciso nel 2008, e di Jawed Ahmad, giornalista freelance che lavorava per il network canadese CTV, non siano mai stati identificati e puniti.

Se non si arriva ad uccidere, ci sono poi le intimidazioni e le minacce.

Due settimane fa, a Kabul, il cameraman Parviz Safi dell’emittente di Stato in lingua inglese Press TV è stato attaccato con l’acido da 3 uomini. Il giornalista ha riportato ustioni di secondo grado sul viso ma per fortuna gli occhi non sono stati colpiti e non si trova in pericolo di vita.

Ancora, a gennaio dell’anno scorso Razaq Mamoon, che lavorava per diverse testate afghane e presentava un programma della stazione TV indipendente Tolo TV, è stato spruzzato con l’acido con le stesse modalità.

Un metodo di minaccia terribile, fino a poco tempo fa usato soprattutto per “punire” le donne “troppo frivole”. Gravemente ustionato, Mamoon è dovuto andare all’estero ed è tuttora sotto cura.

Uno dei maggiori problemi per gli operatori dell’informazione in Afghanistan è poi il fatto che spesso si trovano a lavorare stretti tra due fuochi: le milizie antigovernative da una parte, la polizia e gli eserciti dall’altra.

Basti pensare che durante le ultime proteste contro i roghi dei corani scoppiate in diverse città afghane molti giornalisti sono stati malmenati e feriti sia dalla polizia sia dai manifestanti.

Tra le vittime registrate, un fotografo dell’agenzia France-Presse colpito al collo da un proiettile di gomma: non è in pericolo di vita, ma ci è andato davvero vicino.

A questo bisogna aggiungere che la violenza o altre azioni illegali da parte della polizia contro i giornalisti restano spesso impunite, il ché non fa che aumentare il senso di insicurezza per gli operatori dell’informazione.

Per non parlare dei giornalisti che muoiono per mano delle truppe Nato, come Ahmad Omid Khpalwak, colpito da fuoco amico nel 2011, e Sultan Muhammad Munadi, ucciso nel 2009 durante un’operazione di salvataggio, per il quale le indagini sono ancora coperte dal segreto.

Anche la censura in Afghanistan rimane un problema rilevante, e tra un’autorità governativa debole e un contingente internazionale sempre più malvisto dalla popolazione, l’influenza talebana continua ad acquisire molto potere: così, i media afghani stanno diventando sempre più vulnerabili alle organizzazioni sociali e religiose che chiedono innanzitutto uno stop alle inchieste e ai programmi “anti-islamici”, per i quali è prevista perfino la pena di morte.

Proprio Tolo TV, l’emittente di uno dei giornalisti sfregiati dall’acido, è stato tra i media che il gran consiglio degli Ulema Shura ha chiesto a Karzai di chiudere, per fortuna senza successo.

L’altro era il giornale Hasht-e-Subh Daily, colpevole di aver pubblicato un’inchiesta, prodotta dalla Commissione Independent Human Rights, sul lavaggio del cervello fatto alle donne nelle madrasse nel nord dell’Afghanistan. Il giornale è stato accusato di “pubblicare materiale antireligioso, contro l’unità nazionale e contro gli interessi della Nazione”.

A complicare il tutto ci si mette anche la Legge sui media afghani, approvata nel luglio del 2009, di cui parla anche il report sulla libertà di stampa in Afghanistan dell’International Federation of Journalists (IFJ), il più grande sindacato di giornalisti a livello globale.

Lo studio, messo a punto insieme all’affiliata Afghan Independent Journalists Association (AIJA) e col supporto dell’Unione Europea, analizza la situazione dell’informazione in Afghanistan dal 2008 al 2011, e conferma le difficoltà del paese in questo frangente.

Si scopre così che la citata legge sui media tra le altre cose considera illegale usare programmi e articoli per convertire le persone a una religione diversa da quella islamica.

Un punto ambiguo e di difficile interpretazione, che provoca innumerevoli problemi a qualsiasi giornalista che provi a trattare di altre culture.

Il problema con la legge in generale è che essa presenta un’incredibile vaghezza, soprattutto nelle proibizioni: una fra tutte, la “notizia contro la sicurezza nazionale”, che finisce per limitare severamente il lavoro dei cronisti.

Il report dell’ IFJ non manca certo di citare i piccoli passi avanti fatti in questi anni, compresa una lieve diminuzione delle violenze, ma spiega anche come le minacce provenienti soprattutto dai gruppi armati non governativi restino un pericolo costante.

A questo si aggiunge la preoccupazione di Rsf per l’avanzamento dei colloqui di pace tra il governo di Karzai e i talebani: “Una pace a prezzo della libertà di parola e di pensiero?”

CoranoLa profanazione del Corano non è nuova in scenari di guerra e occupazione che riguardano paesi a maggioranza musulmana, e ogni volta le reazioni della popolazione sono empre le stesse. E proprio perché ormai se ne conoscono le conseguenze, non si comprende come sia possibile che simili episodi accadano ancora.

di Anna Toro  – 27 febbraio 2012 Osservatorio Iraq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/afghanistan-corani-fiamme-la-scintilla-un-mare-di

Eppure, da una settimana a questa parte i giornali riportano nel dettaglio i numerosi scontri che stanno scuotendo violentemente l’Afghanistan, dopo la scoperta, da parte di alcuni lavoratori afghani, di alcune copie del Corano bruciate in un inceneritore per l’immondizia appena fuori dalla base aerea americana di Bagram, a nord di Kabul.

La rabbia contro i soldati statunitensi è esplosa subito, e le rivolte sono dilagate ovunque, con assalti alle basi e alle ambasciate internazionali: almeno 15 persone sono morte e altre 31 sono rimaste ferite, tra cui sei soldati Usa.

Dopo l’uccisione dei due consiglieri americani all’interno del ministero dell’Interno di Kabul, Francia, Gran Bretagna e Germania hanno annunciato il ritiro di tutto il loro personale dai ministeri del governo afgano, mentre gli americani, per bocca dello stesso presidente Barack Obama, hanno subito chiesto scusa per “l’errore involontario” commesso dai propri soldati.

Un errore definito “grossolano e negligente”, soprattutto perché è l’ennesima volta che accade, nonostante tutti sappiano quanto questi popoli siano sensibili alla questione religiosa.

Tant’è che il dipartimento Usa ha speso fior di dollari per istruire i militari su come trattare con le popolazioni locali in questi ‘contesti’. E così che i soldati di stanza in Afghanistan dovrebbero saper bene che il Corano per gli islamici “è” la parola di Dio, non solo a livello simbolico ma anche fisico: la carta, la copertina, l’inchiostro con cui sono stampati i versi sono sacri e vanno così trattati, con la massima cura e reverenza.

Le innumerevoli regole che esistono per la manutenzione del Corano lo dimostrano: ad esempio, prima di leggerlo o aprirlo bisogna purificarsi spiritualmente, effettuando almeno una delle preghiere rituali; ancora, il Libro non deve mai stare in mezzo agli altri ma sempre in cima, o da solo, in più non dovrebbe mai stare a contatto col pavimento, o lasciato aperto dopo la lettura; non ci si può sedere sopra né tanto meno leggerlo mentre si è in posti “impuri” come il bagno, e le donna col ciclo mestruale dovrebbe evitare toccarlo.

Se si danneggia, guai a buttarlo via: piuttosto bisogna avvolgerlo in un panno, preferibilmente di lino, e seppellirlo in un posto sicuro.

Esiste anche un seppellimento rituale, che dev’essere effettuato in terreno sacro e non calpestabile, magari orientando la copia del libro verso La Mecca.

In ogni caso bruciare il Corano non è tra le opzioni, anche perchè il fuoco è spesso associato al Demonio e al male.

C’è da dire che non tutti i paesi a maggioranza islamica e naturalmente non tutti i musulmani aderiscono a queste e altre regole, ma si comprende facilmente come per i credenti il testo fisico del Corano non sia solo sacro ma anche “mistico” e pregno del potere divino. Si capisce quindi come la sua profanazione possa suscitare rabbia, sdegno e umiliazione.

Certo nel caso afghano non si tratta solo di religione.

L’analista Martine van Bijlert spiega: “La profanazione del Corano è certo un’azione che gli afgani hanno sentito come un insulto, e che ha scatenato la rabbia. Ci sono poi i vari gruppi religiosi e di potere, sempre ansiosi di agitare le acque. E infine c’è il fatto che a bruciare il Corano sono stati gli americani, e questo ha provocato grande frustrazione. Le forze statunitensi sono venute qui, promettendo di aiutare gli afgani. Dieci anni dopo non abbiamo idea di quello che è accaduto e di quello che succederà in futuro”.

“Quanti altri uomini devono ancora morire per una missione che non sta avendo alcun successo?”. Se questa domanda l’avesse fatta un attivista o un membro della società civile non ci sarebbe stato nulla di strano. Ma a farla è stato invece un ufficiale dell’esercito Usa, per giunta rivolgendosi al Congresso americano.

di Anna Toro – 22 febbraio 2012 Osservatorio Itaq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/afghanistan-lo-sfogo-di-un-ufficiale-arriva-il-dossier

Si chiama Daniel L. Davis, tenente colonnello: alle spalle diciassette anni di servizio tra cui diverse missioni sul fronte, da Desert Storm fino all’Afghanistan nel 2010 e 2011, come rappresentante della Forza rapida di equipaggiamento.

Soldato apprezzatissimo da sottoposti e superiori, il tenente-colonnello Davis ha recentemente lanciato una dura accusa contro i vertici militari statunitensi, colpevoli di aver mentito al popolo americano proprio riguardo la reale situazione della missione in Afghanistan.

Lo ha fatto non solo tramite un articolo pubblicato sull’Armed Forces Journal, periodico di affari militari indipendente dal Pentagono, ma anche con un dettagliato dossier che ha presentato al Congresso Usa, e che, naturalmente, è stato subito secretato.

Il perchè è facilmente intuibile: “I vertici militari statunitensi hanno distorto così tanto la verità, sia verso i deputati sia verso il popolo, che la verità stessa è diventata irriconoscibile”, scrive Davis.

“Quello che ho visto in Afghanistan non assomiglia per niente alle loro rosee dichiarazioni ufficiali riguardo la situazione sul terreno. Al contrario, in tutti i luoghi che ho visitato, la situazione tattica era cattiva o addirittura catastrofica”.

L’articolo di Davis, dal titolo “Verità, bugie e Afghanistan – Come i nostri capi militari ci hanno lasciato soccombere”, ha inizialmente suscitato clamore negli Usa.

La notizia è stata lanciata dal New York Times e ripresa da Rolling Stone, mentre in Europa e in Italia ha girato pochissimo.

Rolling Stone è riuscito perfino a pubblicare una versione non riservata del dossier-Davis, dal titolo “Dereliction of Duty II: Senior Military Leader’s Loss of Integrity Wounds Afghan War Effort”: si tratta di 84 pagine ricche di dettagli e descrizioni, frutto di un viaggio di 15mila chilometri in lungo e in largo per tutto l’Afghanistan, in cui Davis ha raccolto oltre 250 interviste.

Il veterano ha visitato basi, avamposti, presidi, e ha parlato con tutti, dalle reclute diciannovenni ai comandanti di divisione, dagli ufficiali della sicurezza afghana ai civili.

Ed è così che è venuto a sapere dei patti privati di non aggressione tra forze afghane e talebani, confermati in maniera non ufficiale dagli stessi soldati.

Ha riscontrato notizie di rapimenti e uccisioni in luoghi che avrebbero dovuto essere sotto il controllo delle truppe internazionali.

A scioccarlo maggiormente è stata poi la morte, qualche tempo dopo, di numerosi soldati che aveva intervistato. “Tutte queste morti per cosa?”

Una volta tornato a casa dalla missione, Davis si è messo così a rovistare tra le dichiarazioni dei vertici militari, incluso il generale Petraeus, comandante delle truppe Usa in Afghanistan prima di diventare, in giugno, il capo dell’agenzia centrale di Intelligence.

Il quale, ad esempio, nel marzo scorso aveva rassicurato il Senato sostenendo che l’espansione dei talebani “era stata arrestata nella maggior parte del Paese”.

Proprio Petraeus era stato chiamato in Afghanistan a ripetere il “successo” iracheno, ma Davis scrive che in realtà di successi non ce ne sono mai stati né nel primo né tanto meno nell’altro paese.

E racconta una storia tutta diversa, quella di una disfatta totale, sottolineando come in 10 anni non vi sia stato nessun miglioramento per quanto riguarda la vita dei civili afghani, in un territorio ormai per la maggior parte sotto controllo dei talebani e dei miliziani delle tribù locali, privo di un’amministrazione funzionante, e con un numero di morti sia tra i soldati sia tra i civili che cresce di anno in anno.

“Gli eventi che ho descritto – afferma ancora Davis – potrebbe essere parte di una situazione di guerra difficile per un paese impegnato in un conflitto da un anno, due o quattro. Ma è inconcepibile se si parla di 10 anni”.

Ora non resta che vedere cosa succederà se e quando i parlamentari americani discuteranno il dossier di Davis.

Secondo lui le alte sfere hanno talmente paura dalla prospettiva di “perdere” una guerra che probabilmente continueranno a sacrificare altre vite e risorse pur di non ammettere di essersi sbagliati.

E i militari? Per il momento la risposta degli altissimi gradi dell’esercito alle esternazioni del veterano “ribelle” è stata stranamente sobria: hanno detto infatti che, seppure in disaccordo con le sue affermazioni, non avrebbero preso provvedimenti contro di lui. Ma il tenente colonnello non si fa illusioni, e in una recente intervista ha dichiarato: “Verrò distrutto”.

PrigioneAppesi per i polsi al soffitto, insultati e percossi brutalmente con cavi elettrici e bastoni di legno, unghie dei piedi strappate, genitali torsi fino a far perdere conoscenza, umiliazioni verbali di ogni tipo. Succede nelle prigioni afgane, in cui le pratiche di tortura non sono molto diverse da quelle del più famoso carcere di Abu Ghahib in Iraq. Solo, stavolta non abbiamo le foto.

di Anna Toro – 21 febbraio 2012  Osservatorio Iraq
http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/torture-e-umiliazioni-la-zona-grigia-delle-prigioni

Sebbene manchino le immagini, esistono però diversi rapporti ufficiali, come quello pubblicato dall’Onu alla fine del 2011: un racconto agghiacciante e dettagliato che mette sotto accusa sia il Direttorato nazionale di sicurezza (Nds) sia la polizia nazionale afghana.

O come l’inchiesta condotta il mese scorso da una commissione istituita dal presidente afgano Hamid Karzai presso la prigione di Bagram: qui, a finire sul banco degli imputati sono i soldati Usa, accusati anch’essi di usare la tortura e pratiche che violano la Costituzione del paese.

Chi ha ragione?

Probabilmente entrambi, e il rimpallo di responsabilità tra il governo afgano e le forze Nato presenti sul territorio non fa che ribadire un punto: le prigioni, specie quelle di un paese in guerra, si confermano come la zona grigia per eccellenza in cui le leggi vengono sospese, e la tortura continua ad essere usata sistematicamente come strumento per intimidire i prigionieri e ottenere informazioni.

Il rapporto dell’Onu intitolato “Treatment of Conflict – Related Detainees in Afghan Custody” rivela che in ben 47 penitenziari sparsi su 24 province afgane, i militari e i poliziotti avrebbero torturato “sistematicamente detenuti, anche bambini, violando sia la legge nazionale che quella internazionale”.

Nel mirino, anche la prigione provinciale di Herat, ristrutturata e modernizzata con finanziamenti italiani (91 mila euro), le cui celle sono piene di presunti talebani catturati dai soldati italiani.

I penitenziari di Herat (la capitale del distretto a guida italiana) sono sempre stati affidati a una sorta di supervisione delle nostre truppe: possibile che non si siano mai accorte di niente?

Certo si tratta di casi che coinvolgono un po’ tutti i contingenti. Ad esempio Paul Champ, responsabile del settore diritti umani di Amnesty International Canada, ha affermato che, stando al rapporto Onu, “è probabile che alcuni prigionieri che avrebbero subito torture siano stati consegnati agi afgani dalle truppe canadesi”.

Proprio per questo la Nato avrebbe infine sospeso il trasferimento dei detenuti, che ora verrebbero dirottati in altri centri non coinvolti nel rapporto.

Difficile, comunque, che le forze internazionali non sapessero, dato hanno sempre lavorato a stretto contatto con la loro controparte afgana.

Un giornalista di France Presse ha raccolto l’anno scorso 23 dichiarazioni di soldati afgani e statunitensi, semplici soldati o ufficiali stanziati in undici basi militari americano-afgane della provincia meridionale di Kandahar, i quali hanno infatti dimostrato di essere a conoscenza dell’uso diffuso, se non sistematico, della tortura sui loro detenuti da parte delle forze di sicurezza afgane.

Ma c’è chi parla anche di partecipazione attiva alle torture da parte delle truppe internazionali.

Un’inchiesta condotta da una commissione governativa istituita lo scorso 5 gennaio dallo stesso presidente Hamid Karzai, ha denunciato ad esempio una serie di abusi perpetrati dalle autorità statunitensi ai danni dei detenuti della prigione di Bagram, a Nord della capitale Kabul.

Bagram è la principale struttura penitenziaria della regione, gestita congiuntamente da truppe statunitensi e afgane, e ospita circa 3000 detenuti, in gran parte talebani.

Gul Rahman Qazi, presidente della commissione, ha parlato di “percosse, umilianti ricerche nelle cavità corporali e lunghe esposizione al freddo estremo”.

Qazi ha citato anche arresti indiscriminati, condanne senza processo, tempistiche di detenzione indefinite, e ha precisato: “Sui corpi dei detenuti non abbiamo rinvenuto prove di torture, ma restano le denunce dei prigionieri”.

Proprio per questo Karzai ha rimandato di un mese al 9 marzo la scadenza fissata per trasferire al governo di Kabul la gestione della prigione militare gestita dagli americani, precisando che il ritardo è dovuto a “una mancanza di cooperazione da parte degli Stati Uniti”.

Oltre alle torture, tra i maggiori motivi della contesa ci sono l’impunità dei militari stranieri davanti alle leggi afgane, e soprattutto i raid notturni indiscriminati effettuati dalle truppe americane nelle case dei civili, insieme ai bombardamenti, come quello effettuato all’inizio di questo mese nella provincia di Kapisa, a nord di Kabul, nel quale hanno perso la vita 8 bambini.

L’ambiguità di Karzai, però, sta nel fatto che mentre promuove inchieste sugli abusi nelle prigioni e fa rimuovere diversi responsabili militari dai posti di comando, contemporaneamente trasferisce, con un decreto del 17 dicembre 2011 e diventato operativo nel gennaio 2012, tutto il controllo del sistema penitenziario dal ministero della Giustizia a quello dell’Interno.

Il problema è che proprio alle dipendenze del ministero dell’Interno opera la polizia nazionale afgana, tristemente nota per episodi di torture e comportamenti illegali.

“La giustizia criminale in Afghanistan non migliorerà lasciando a briglia sciolta i poliziotti penitenziari – ha detto Brad Adams, direttore di Human Rights Watch in Asia – e il problema, molto serio, delle prigioni non si risolverà certo trasferendo i prigionieri sotto un altro ministero che ha una tradizione di abusi perfino peggiore”.

Image  —  Posted: March 6, 2014 in conflitti, Diritti umani, Esteri

Rossella e gli altri

Posted: February 29, 2012 in conflitti, Esteri, Media, società
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Il mio pensiero per Rossella nel blogging day, e per gli altri ragazzi nelle mani dei sequestratori in tutto il mondo. Tenete duro! E comunque sono in paranoia per loro non solo oggi ma ogni giorno. Spero li stiano trattando decentemente😦